GIORNO 09 – 01 MAGGIO 2025
El Jem – Tunisi (253 km in moto)
Oggi è il nono giorno di viaggio, il settimo in Tunisia, e anche l’ultimo. Dobbiamo passare la giornata fino all’imbarco previsto per questa sera alle 22.
Facciamo colazione in hotel, che è dotato pure di piscina, ma soprattutto di una hall piuttosto sborona. Lasciamo qui le moto e ci avviamo a piedi per la visita all’anfiteatro.
La cittadina è già sveglia. E in giro c’è un po’ di tutto. Chi parcheggia l’asino, chi trasporta pecore, chi passeggia in cerca di un caffè. Solo i gatti se ne stanno stravaccati a non fare un bel niente.
C’è anche chi accompagna la figlia a scuola e chi la scuola forse l’ha marinata.
Tutti si muovono attorno all’anfiteatro che, nel centro geografico del ridente paesello, funge anche da catalizzatore e la sua piazza è punto d’incontro per autoctoni e turisti.
Il ciambellone è davvero imponente e ben visibile da qualsiasi punto della città. Diciamo che si fa notare. E meritatamente, tant’è vero che è patrimonio Unesco dal 1979. La costruzione risale al III secolo dopo Cristo, ovviamente ad opera dei romani. Era in grado di ospitare 35.000 spettatori seduti. Solo il Colosseo di Roma, con più di 50 000 posti a sedere, era più capiente.
Tutti lo fotografano dalla parte dell’ingresso, cioè questa. I più fortunati riescono quando non c’è nessuno e la piazza è (quasi) vuota.
Ma anche dal lato opposto, quello squarciato, non è affatto male.
Entriamo, assieme a una scolaresca in gita e ad un gruppo di allegre comari.
L’interno ha il suo bel perché. Ed è anche pulito e ben tenuto. Si vede che ci tengono, perché probabilmente è il monumento più prestigioso di tutta la Tunisia.
Dalla cavea ci infiliamo nel dedalo di cunicoli che la circondano e saliamo ai piani superiori. Devo dire che è tutto molto suggestivo e che la visita, se passate di qui, va fatta.
Saliamo sull’ultima fila delle gradinate. Il panorama sulla città è quasi scontato.
In basso c’è chi si fa la foto di gruppo e chi cammina in solitudine. Ognuno visita questo luogo come gli pare. E a ognuno lascia sensazioni diverse. A noi è piaciuto e la possibilità di visitarlo alla mattina, con la luce giusta e soprattutto con i bagagli in albergo, risulta proprio comodo.
La visita è finita. Non del tutto perché c’è un dromedario che ci aspetta. Ci sentiamo un po’ turisticoni del menga, ma non possiamo lasciare la Tunisia senza una galoppata sfrenata a tutta velocità.
Facciamo ritorno in albergo per prendere le moto e farci l’ultima foto ricordo. Sì, ma noi vogliamo piazzare le moto proprio davanti all’ingresso, nel centro esatto della piazza, insomma dove non si può. Il che sarebbe stato semplice (i gradini, dopo i sabbioni di qualche giorno fa, non ci sembravano un grosso problema).
Peccato però che un vigile urbano spuntato dal nulla ci dice che non si può. Ebbene sì, esistono anche i vigili urbani.
Siamo in Tunisia e il
“non si può”, diventa un
“non si potrebbe”… per finire in un
“si può”. Ma solo per due minuti, dopo la solita trattativa all’italiana.
E due minuti sarebbero anche bastati, se non fossimo stati presi d’assalto da una scolaresca in gita che, in barba alle minacce delle insegnanti, ha iniziato a salire sulle moto parcheggiate senza alcun contegno. Non riuscivamo a tenerli. Avevamo paura che potessero tirarsi le moto addosso. Non sapevamo più come fare.
Morale della favola i due minuti sono diventati mezz’ora, con il vigile incazzato.
Alla fine la foto ricordo l’abbiamo fatta di gruppo. Il che è un ricordo ancora più prezioso.
Lasciamo El Jem e ci dirigiamo verso nord, per un po’ evitando l’autostrada, in cui solo più avanti ci immettiamo. Abbiamo in mente di andare ad
Hammamet in pellegrinaggio, che dista 150 chilometri.
Ci fermiamo a pranzo e a vedere il mare, che però non ci ha entusiasmato. Diciamo che non verrei al mare in Tunisia, ma visto che siamo qui ci buttiamo un occhio.
Hammamet è decisamente una località turistica, disseminata di grandi alberghi predisposti ad accogliere turisti comodi ed esigenti. Ce n’è per tutti i gusti. Alcuni hotel hanno forme piuttosto pacchiane ma garantiscono ospitalità di prim’ordine.
A noi però non interessano. Siamo qui per cercare un cimitero, o meglio il cimitero dove è sepolto il buon Bettino. Trovarlo non è affatto semplice. Proprio per nulla.
Dietro la grande moschea sul mare c’è il cimitero islamico, di dimensioni colossali. Mai visto un cimitero così grande. Possibile che quello cristiano sia dentro questo? Impossibile. E infatti sta da un’altra parte. Dopo infiniti giri in tondo, lo troviamo.
E’ piccolissimo, all’interno di un recinto, sotto un boschetto.
Poche, trascurate ed abbandonate da chissà quanto le tombe. Eccetto una: quella di Bettino, perfetta, semplice, quasi francescana, curata, in ordine. L’epitaffio
“la libertà equivale alla mia vita”, potrebbe suggerire interpretazioni diverse, ma noi siamo qui solo per vedere, non per giudicare.
In conclusione solo una banale riflessione ci viene da fare: per quanto siamo stati grandi, giusti o ingiusti, alla fine finiamo tutti sotto terra. Lui come noi.
Bene, dopo questa perla di saggezza, facciamo rotta verso Tunisi, ma visto che abbiamo tempo, ci allunghiamo verso
Sidi Bou Said, un villaggio, esageratamente turistico, appollaiato su un promontorio, 20 km a nord-ovest della capitale.
Nota per le sue strade lastricate e gli edifici bianco-blu, Sidi Bou Said è un paesello decisamente sui generis, ideale meta per gite domenicali, tipo San Marino per chi fa villeggiatura a Rimini, per intendersi.
Il traffico, lungo le strette vie d’accesso, è veramente congestionato. Parcheggiare la macchina qui è impossibile. Troviamo un buco striminzito per le moto e ci buttiamo nella bolgia.
Incontriamo anche due imam, fratelli gemelli, piuttosto anzianotti, che si organizzano per la processione. Uno ci guarda leggermente storto.
Sneakers e mocassini sono le calzature preferite dagli imam, da quanto vediamo. Forse si chiamano entrambi Aziz pure loro.
Deve esserci una specie di sagra della polenta taragna, perché giovani e anziane sono tirate a festa. O forse stanno andando alla cresima di qualcuno. Non lo sapremo mai.
Fuori dalla via principale, comunque il villaggio è deserto. E regala scorci davvero suggestivi, sempre nelle tonalità bianco e blu.
Ci viene fame di bomboloni, che qui chiamano
“bambalouni”: un errore dal 1932.
Il sole sta tramontando. Dobbiamo correre di volata al porto per imbarcarci, mentre ci sorprendono le ultime luci dell’ultima sera in terra tunisina.
Lungo la strada per il porto, che dista veramente uno sputo, facciamo spesa al Carrefour Tunis. Sulla nave, temiamo che si mangi da schifo e non vogliamo rischiare la dissenteria proprio sulla via del ritorno.
Finalmente siamo al porto. Sbrighiamo le pratiche doganali, che ci sembrano sin troppo veloci e ci piazziamo ai nastri di partenza, assieme ad una moltitudine di moto di tutte le risme. Ormai si è fatto buio. La nave è in ritardo di 3 ore. Tutta ‘sta corsa per niente.
Arriva la polizia. Tra centinaia di moto stanno cercando proprio noi. Gli manca la nostra carta di circolazione temporanea, che avremmo dovuto restituire ai doganieri piazzati all’ingresso dell’area portuale.
In effetti ci pareva strano aver fatto così presto. Ci scortano fino alla dogana. Restituiamo la carta di circolazione. Ci riscortano all’imbarco. Ci ricontrollano. Due volte per essere sicuri. Poi ci mollano in attesa della nave.
Stanchi, infreddoliti e affamati prendiamo posto nella nostra cabina che ormai è l’una di notte. La nave è quasi vuota. Domani sarà una lunga, interminabile giornata di ozio.