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Vecchio 07-02-2026, 12:08   #1
Massimo
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predefinito TUNISIA ON-OFF PER PRINCIPIANTI (allo sbaraglio)



PREMESSA

La Tunisia è indubbiamente la destinazione africana più alla portata di tutti, perché è la più vicina e la più facile da raggiungere, ma soprattutto perché consente di vedere il Sahara senza troppi sforzi e distanze improponibili.

In quattro giorni, compreso il trasferimento in nave, si può arrivare alle porte del deserto. Per vedere le dune di Merzouga, in Marocco, serve più tempo. Per questo la Tunisia è meta gettonata e ormai di massa.

In pratica si può vedere il deserto, guidandoci comodamente a margine su asfalto, senza andare ad infilarsi necessariamente tra le dune. E questo è ciò che fa la quasi totalità dei motociclisti, sia individuali che partecipanti a tour organizzati.

Peraltro, la Tunisia non si riduce solo al deserto (che indubbiamente è la calamita di ogni viaggio da queste parti), ma offre paesaggi e scenari tra loro diversi e attrattivi, in quanto decisamente differenti da quelli europei.

Diciamo che non ci si annoia, salvo, a nostro personale parere, sulla costa orientale e nella metà più settentrionale del paese (che non ci hanno francamente entusiasmato e che abbiamo attraversato velocemente, come un trasferimento obbligato, su strade a scorrimento veloce).

Noi però volevamo provare a guidarci… nel deserto. Seppur per una via relativamente facile, data l’esperienza pari a zero, volevamo entrarci dentro. E così siamo qui a raccontarvelo, senza alcuna presunzione di onnipotenza, perché alla fine della fiera siamo stati soprattutto fortunati.

Chiedo quindi perdono e compassione a coloro che hanno grande esperienza di viaggi africani, ai viaggiatori veri insomma (e qui ce ne sono tanti), perché non voglio e non posso insegnare nulla a nessuno. Provo semplicemente a raccontarvi come ce la siamo cavata, nonostante gli errori dati dall’inesperienza e dall’incapacità, con l’unico auspiscio di essere magari utili a qualcuno.

Quello che scriverò, avrei voluto leggerlo in maniera organica prima di partire. Quindi, prendete questo racconto come una mini guida pratica di viaggio, spero utile per attenuare i timori e le incertezze che anche noi avevamo prima di partire.

Questo racconto è dunque rivolto a chi non è mai stato in Tunisia ma vorrebbe andarci in autonomia, provando a guidare sulla sabbia, pur non avendolo mai fatto prima.

Insomma, una guida scritta da un impedito, quale sono; il che potrebbe sembrare poco incoraggiante in effetti…

TUNISIA: UN PO’ DI GEOGRAFIA

La Tunisia è lo Stato più settentrionale dell'Africa e fa parte della regione del Maghreb (ossia l’area geografica dell'Africa nord-occidentale). Confina con l'Algeria a ovest, la Libia a sud-est ed è bagnata dal Mar Mediterraneo a nord e a est.

E’ grande circa la metà dell’Italia con un quinto della popolazione italiana. Il 40% del suo territorio è occupato dal deserto del Sahara, mentre gran parte del restante 60% è composta da terreno particolarmente fertile, dove si coltivano soprattutto olive, arance, datteri e cereali.

La popolazione è di origine berbera arabizzata, ma rimangono minoranze ancora facenti parte del gruppo etnico autoctono.

La Tunisia dista appena 70 km da Lampedusa e 140 km dalla Sicilia. Entrandoci, non si ha l’impressione di essere in Africa, almeno quella stereotipata, popolata dai neri, ma di trovarsi in una sorta di dependance dell’Europa meridionale, con i suoi tempi rilassati e, talvolta, rassegnati.

La capitale, Tunisi, non raggiunge i 700 mila abitanti. Paesaggisticamente la parte più interessante è quella meridionale a sud di Sfax, la seconda città più popolosa del paese.

IL PERCORSO

Il nostro viaggio ha seguito a grandi linee il percorso classico ad anello con partenza e arrivo a Tunisi, il porto dove tutti inevitabilmente sbarcano. Abbiamo scelto il senso antiorario, per poter affrontare prima la parte più impegnativa (e incerta) e tenerci per ultima, come rientro, la parte più noiosa e monotona, ma anche più agevole e veloce, nel caso fossimo in ritardo.

Abbiamo volutamente omesso alcuni siti di interesse nella parte più settentrionale del paese, perché a noi interessava il sud, su cui ci siamo concentrati.

Qui vedete il percorso seguito e le località in cui abbiamo dormito. Seguiranno poi mappe e tracce dettagliate usufruibili. Per il momento interessa solo rendere l’idea.



Complessivamente - quindi considerando anche il trasferimento italiano (andata e ritorno) - abbiamo percorso 2496 km, di cui 157 km sterrati in 11 giorni. Considerando invece la sola parte tunisina, abbiamo percorso 1664 km, di cui 147 km sterrati in 8 giorni.

A grandi linee, come accennavo, si tratta del percorso che fanno un po’ tutti. La principale differenza riguarda la terza tappa da Nefta (Tozeur) a Douz: anziché attraversare il Chott el-Jerid (il grande e inflazionato lago salato), lo abbiamo circumnavigato da ovest (lungo il confine algerino) e a sud, per una strada poco o quasi per nulla frequentata dai motociclisti.

A ben vedere niente di così eclatante e, in definitiva, abbiamo fatto i turisti in moto, anche perché - stringi stringi - altro non siamo che turisti.

Per quanto riguarda lo sterro, dico subito che assai raramente si svolge su strade bianche come siamo abituati dalle nostre parti, ossia su un percorso ben delimitato e individuabile. Si tratta invece prevalentemente di piste più o meno sabbiose, in funzione dell’azione del vento, dove – almeno secondo la nostra totale inesperienza – non è affatto banale guidare, soprattutto con moto pesanti.

Qui sotto il grafico dell’elevazione. Il percorso si snoda tra i 100 e i 600 metri di altitudine, quindi si rimane piuttosto bassi di quota. Il dislivello positivo complessivo è di 8500 metri.



COME ARRIVARE

In Tunisia si può banalmente andare con la propria moto, senza necessità di noleggio, a meno di non avere pochi giorni risicati, tali da escludere il traghetto.

Dall’Italia alla Tunisia e viceversa operano tre compagnie di navigazione: Grimaldi Lines (con partenze e arrivi da/a Civitavecchia, Salerno e Palermo), GNV Grandi Navi Veloci (con partenze e arrivi da/a Genova, Civitavecchia e Palermo) e CTN Compagnie Tunisienne de Navigation (con partenze e arrivi da/a Genova). Tutti approdano a Tunisi.

Per la nostra esperienza, con tutte e tre le compagnie la tratta di ritorno costava il doppio di quella dell’andata. Prenotando con qualche mese di anticipo abbiamo speso € 333,00 a testa, andata e ritorno, con sistemazione in cabina tripla con bagno e moto al seguito. Le tariffe sono variabili lungo l’arco dell’anno.

DOCUMENTI E VISTI

Dal 1 gennaio 2025, l'ingresso in Tunisia è consentito solo con passaporto con validità residua di almeno 3 mesi; non è necessario il visto di ingresso, per soggiorni inferiori a 90 giorni.

E’ sufficiente la sola patente italiana in corso di validità. Non è richiesta quella internazionale. Se la vostra carta verde non comprende la Tunisia (sigla TN) è possibile acquistare un’assicurazione temporanea direttamente all’interno dell’area doganale del porto di La Goulette, al costo di pochi euro.

Ovviamente bisogna portarsi dietro anche la carta di circolazione in originale, ma la cosa mi pare scontata.

Questa volta non abbiamo stipulato una polizza specifica contro gli infortuni di viaggio, che non serve per farvi venire a prendere da un carro attrezzi, ma che è in grado di organizzare cure e rientro aereo in caso di emergenze gravi. Le polizze sono tutte inadeguate al contesto extraeuropeo, anche se in teoria coprono tutto il mondo: la meno peggio è quella proposta da Columbus Assicurazioni, facilmente acquistabile on line.

Abbiamo acquistato una SIM tunisina (con l’operatore Orange), che abbiamo verificato coprire quasi tutto il territorio, ad eccezione del deserto ovviamente. La SIM è utile per chiamare numeri fissi tunisini (ad esempio per confermare o annullare prenotazioni lungo la strada), mentre le eSim questo non lo fanno.

PRATICHE DOGANALI IN ENTRATA

Provo a spiegare in dettaglio le pratiche doganali di sbarco con veicolo al seguito utilizzate ad aprile 2025, in realtà molto semplici.

Premetto che sulla nave su cui mi sono imbarcato non veniva svolta, come spesso accade, alcuna pratica preparatoria.

Per identificare i vari punti, vi rimando alla mappa sottostante.



Non appena sbarcati siamo stati indirizzati verso una specie di scanner (tipo autolavaggio), sotto il quale semplicemente si passa con il veicolo (A). Tutti i veicoli passano da qui, per cui si crea un certo casino.

Subito dopo un funzionario, piazzato qui (B), ci ha consegnato un cartoncino da compilare: si tratta della domanda di autorizzazione alla circolazione.

Ci siamo quindi fermati in questa zona (C), sotto una grande tettoia con molte corsie per compilarlo (ci sono dei tavoli ma non le penne). I dati richiesti sono COGNOME, NOME, TARGA, TELAIO, e NUMERO DI PASSAPORTO. Gli altri dati non sono necessari.

Lì vicino, sempre nella zona (C) bisogna cercare un funzionario che prende il cartoncino, ci scrive sul retro delle frasi incomprensibili e vi appone un timbro. Può chiedere, come anche no, passaporto e carta di circolazione.

Questo è il cartoncino, fronte e retro, già timbrato.



A questo punto ci siamo diretti verso uno dei gabbiotti in zona (D) dove un primo funzionario controlla i documenti (compreso il cartoncino timbrato) e vi rimanda ad un altro funzionario, collocato in un altro gabbiotto, lì accanto. Quest’ultimo funzionario, vi stampa un foglietto che dovrà essere assolutamente conservato per l’uscita dal paese: in sostanza è l’autorizzazione alla circolazione.

Questo è il necessario foglietto.



A questo punto, nella zona (E) trovate, uno accanto all’altro, sportelli bancari per cambiare in dinari. Consiglio di farlo qui, perché vi rilasciano una ricevuta, con cui al rientro potrete ricambiare in euro gli eventuali dinari avanzati…. a meno che non vogliate conservarli per ricordo.

Subito dopo il cambio potete fare, se la vostra carta verde non copre la Tunisia, un’assicurazione temporanea per pochi dinari. Lo sportello dell’assicurazione è proprio a fianco di quelli bancari, sempre in zona (E).

Con duecento moto sbarcate, abbiamo impiegato circa un’ora per sbrigare tutto. I funzionari sono gentili anche se la gestione è un po’ “alla garibaldina”, nel senso che bisogna talvolta chiedere dove andare e da chi… in mezzo a un bordello di moto parcheggiate dove capita.

Soltanto a qualcuno è stato chiesto dove avrebbe alloggiato, ma si sono accontentati di una risposta a voce. Per scrupolo - ma giusto per scrupolo – male non fa portarsi dietro la prenotazione della prima notte, meglio se su email dell’hotel e non tramite ricevuta di booking.

Bene, la trafila è finita. Per uscire c’è un ultimo controllo di passaporto e autorizzazione alla circolazione del veicolo in questo punto (F), e si è fuori dall’area portuale.

Alla data in cui scrivo (gennaio 2026) sono state semplificate e di molto le formalità doganali.

Sul sito della dogana tunisina https://www.douane.gov.tn è possibile svolgere a distanza e in anticipo le procedure necessarie per ottenere il permesso di circolazione per il veicolo, tramite i seguenti passaggi: a) compilazione del modulo online; b) stampa della schermata di riepilogo; c) presentazione della domanda stampata direttamente degli agenti doganali incaricati delle formalità a bordo della nave o in dogana [E SERVICE – PARTICULIERS – DEMANDE D’AUTORISATION DE CIRCULATION DU VEHICULE (DIPTYQUE)].

E’ disponibile anche un app per Android e Apple che si chiama “Smart Traveller Douane Tunisienne”. In questo caso viene generato un QR Code da esibire direttamente ai funzionari. Al momento (gennaio 2026) l’app per Apple non è scaricabile.


PRATICHE DOGANALI IN USCITA

In uscita la faccenda è più semplice e rapida.

In pratica si entra nella zona doganale, dove controllano i passaporti e ritirano il permesso di circolazione del veicolo. Quindi ci si dirige direttamente all’imbarco, dove non è escluso che qualcuno ricontrolli random i documenti.

POLIZIA E CONTROLLI

La polizia si incontra assai raramente e quella poca che c’è ignora i turisti, almeno per la nostra esperienza.

Va invece prestata attenzione nei centri urbani, dove l’automobilista tunisino medio, a nostro avviso, manco sa cos’è la patente. Spesso si incontrano molte persone e bambini che girano a piedi lungo le strade dei paesi e che attraversano prestando scarsa attenzione: per cui consiglio velocità da bradipo e prudenza.

Fuori dai centri urbani e nelle zone remote, a parte i dromedari, che, quando attraversano d’impeto, pensano di avere sempre la precedenza, non c’è praticamente anima viva, per cui non ci si deve preoccupare dei limiti di velocità, mettiamola così.

CARBURANTE

Non ricordo il prezzo della benzina, ma sicuramente è più basso dell’Italia (altrimenti me lo ricorderei). La benzina si trova ovunque e i distributori sono presenti in ogni centro abitato. Soltanto nella zona di Ksar Ghilane, se proprio siete a secco, dovete per forza ricorrere ad uno spacciatore di benza, che la travasa da una tanica.

VITTO E ALLOGGIO

Ovunque abbiamo trovato alberghi e, avendo le tappe prefissate, li abbiamo prenotati dall’Italia senza necessità di acconti, compreso il campo tendato di Ksar Ghilane.

Dico subito che a Ksar Ghilane ci sono anche alberghetti, ma noi volevamo provare l’ebrezza di avere il pavimento di sabbia e quindi abbiamo optato per il campo tendato: in pratica è un campeggio con le tende già piantate, munite di letti; i bagni comuni, dotati di docce calde, sono in un edificio separato.

Generalmente gli alberghi appaiono dall’esterno monumentali e pomposi, con tanto di personale che ti accoglie con mille premure. Una volta entrati, ci si rende conto che le camere non sono tuttavia all’altezza del resto, anche se hanno tutto quel che serve. Diciamo che, rispetto agli standard europei, si potrebbe togliere una, o anche due stelle, dalle quattro di cui si fregiano.

I prezzi sono contenuti: mediamente abbiamo speso 30-40 euro a testa, ma si può spendere di meno, come di più. L’offerta è ampia e per tutte le tasche.

I ristoranti degli alberghi, di cui abbiamo usufruito, offrono cena a buffet o con menu fisso non modificabile. La cucina, almeno per i nostri gusti, non ha quasi mai brillato, ma tutto è sempre risultato commestibile e non siamo morti di fame. Poi, si sa, i gusti non gusti…

ASSISTENZA

In caso di guasto alla moto nel deserto, bisogna affidarsi alla bontà d’animo del primo che passa… se passa.

Con un po’ di pazienza, prima o poi, qualche fuoristrada o camper, o meglio ancora qualche pickup autoctono, farà la vostra pista e potrà in qualche modo aiutarvi per arrivare a Ksar Ghilane, dove si organizzerà il recupero del mezzo. L’Europe Assistance sulla sabbia non arriva, mettetevela via.

A meno che non ci si perda (cosa assai difficile se si segue fedelmente la traccia gps), la pista è una sola e tutti passano da lì. Certo non aspettatevi di vedere colonne infinite di auto, né chissà quale traffico, ma il fatto di restare in panne sull’unico filo conduttore aiuta.

Durante la nostra traversata, per tutta la giornata, su un centinaio di chilometri di sabbia, abbiamo incontrato solo tre motociclisti spagnoli con pickup al seguito e quattro camper. Nient’altro.

BANCA E VALUTE

In Tunisia circola il dinaro tunisino (ne servono poco più di tre per fare un euro). Per la nostra esperienza i prezzi ci sono sempre stati esposti in dinari, mai in euro, che immagino comunque siano accettati. Consiglio di cambiare subito in dinari e di pagare tutto con quelli. Non abbiamo avuto necessità di usare carte di credito o bancomat, per cui non abbiamo feedback.

POPOLAZIONE E SICUREZZA

La Tunisia che abbiamo incontrato è un paese più sicuro dell’Italia. La popolazione è sempre disponibile, regala grandi sorrisi ed è pronta al dialogo. Molte sono le persone tornate dall’Italia, le quali parlano volentieri dell’accoglienza ricevuta e della svolta di vita che ne è derivata.

Abbiamo avuto l’impressione che la gente abbia un tenore di vita indubbiamente modesto, con paghe basse e lavoro saltuario, ma non abbiamo mai incontrato miserabili o indigenti. Hanno poco e si accontentano di quello. Tirano avanti cercando di non far mancare niente ai figli, come tutte le famiglie di questo mondo.

Nelle località turistiche le persone possono risultare invadenti e insistenti nel proporre visite guidate o giri in dromedario, ma occorre considerare che quei 5 euro che magari chiedono, servono per sbarcare il lunario e che non stanno facendo l’elemosina, ma offrono un servizio, magari non indispensabile o di elevata professionalità, ma pur sempre un servizio.

Chiedono per dare qualcosa in cambio. Per questo, a nostro parere, vanno assecondati: il turista può contribuire con poco all’economia di questo paese disastrato e inefficiente, dove chi studia non trova lavoro ed è costretto ad emigrare.

La Tunisia purtroppo è un paese sporco. Si trova immondizia praticamente ovunque. Sul tema devono lavorarci, e parecchio. La capitale non è da meno e non fa una gran bella impressione. A mio parere manca l’educazione al rispetto dei luoghi in cui si vive. Ma non sono nessuno per fare sermoni. Registro semplicemente il dato.

In compenso Tunisi ci ha sorpreso sotto l’aspetto della sicurezza. L’abbiamo girata a lungo, anche di notte e nelle periferie, e non abbiamo mai incontrato persone alterate o moleste. Pochissima gente in giro la sera e nessun maranza, che qui non sanno nemmeno chi siano.

Nessuno ha mai toccato i nostri bagagli e le nostre moto, anche se vanno ovviamente seguite regole di normale prudenza, per cui non le abbiamo mai lasciate incustodite nei luoghi affollati.

LE MOTO

Siamo partiti con quel che avevamo, non con chissà quali moto specialistiche.



Luca con BMW HP2 Enduro, Marco con Honda CB500X ed io con Yamaha XT600E. Abbiamo montato pneumatici tassellati nuovi di stecca su tutte e tre le moto (io TKC80, gli altri non ricordo).

Tirando le somme, quello che aveva la moto più giusta ero io: sulla sabbia era di gran lunga la più maneggevole e leggera, e quindi sostanzialmente la più facile e divertente da guidare, anche per un impedito totale come me.

Sebbene l’HP2 sia tutt’altra cosa rispetto al GS, resta pur sempre un boxer. Se uno non è un manico, secondo me non apprezza il mezzo su terreno difficile, ma potrebbe invece maledirlo e tribolare più di altri.

Per la nostra esperienza, guidare sulla sabbia su un GS con valige e carico a bestia, è una tortura continua priva di ogni logica. Ad ogni caduta poi non lo si rialza da soli. Questo è fuori discussione. Mi chiedo, per un motociclista medio-scarso, dove sia il divertimento a infognarsi sulla sabbia con 300 kg sotto le chiappe. Poi i gusti son gusti e non metto naso…

In sintesi: sull’HP ha sofferto il pilota, sulla Honda ha sofferto la moto, sull’XT hanno sofferto entrambi, data l’inettitudine del guidatore e un ammortizzatore senza olio.

Al rientro io ho trovato sabbia (parecchia) nella scatola del filtro aria. Non ho idea di quanta ne sia finita nel carburatore e oltre, ma la moto continua a girare a meraviglia. Sull’HP2 è entrata un po’ di sabbia dalla guarnizione del cardano, ma è stata sistemata. Per il resto non abbiamo avuto problemi.

All’imbarco c’erano moto di tutte le risme, ma pochissime, veramente pochissime, destinate al deserto. Parlando con gli altri motociclisti, la quasi totalità faceva solo asfalto. La cosa mi ha stupito non poco perché, nel mio immaginario, andare in Tunisia voleva dire fare la Douz-Ksar Ghilane. Invece mi sono dovuto ricredere perché così non è, almeno per i più.

COSTI

Andare in Tunisia costa poco. Abbiamo speso meno di 900 euro a testa per 11 giorni di viaggio, tutto compreso: trasferimento in terra italica, pedaggi autostradali, carburante, vitto e alloggio.

E non ci siamo fatti mancare nulla. Abbiamo sempre dormito scegliendo tra i migliori alberghi sulla piazza e ci siamo anche regalati una giacca berbera fatta a mano.

Viaggiare in autonomia è sempre un grande risparmio. E in Tunisia si può farlo tranquillamente senza ricorrere a tour operator, almeno per fare il percorso standard che abbiamo seguito noi.

Se fossimo stati in grado di girare nel Parco Nazionale di Jbil (che sta più in profondità nel deserto e che è più difficile da guidare), probabilmente avremmo scelto di farci seguire da un pickup. Ci è stato riferito da chi ha sperimentato il servizio, che, per 500 euro (ben spesi), l’offerta comprende per tre giorni l’allestimento di campi tendati con cene e soprattutto personale autoctono in grado di portarvi fuori dalle peste in caso di difficoltà. Sarà per la prossima volta…

FILES ALLEGATI

Tutte le fotografie sono state scattate dai miei compagni di viaggio, molto più bravi di me: Marco Toninelli e Luca Scappini. Quindi il merito è tutto loro.

Tutto il percorso di viaggio in formato gpx (per navigatori Garmin) e kml (per Google Earth) sarà scaricabile QUI al termine del racconto. Contiene il tracciato esatto seguito, gli alberghi in cui abbiamo dormito, i ristoranti dove abbiamo mangiato e i luoghi visitati, oltre al testo completo in formato pdf.

Bene. Il pistolotto iniziale è finito. Se siete pronti possiamo iniziare…

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Massimo Adami
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Ultima modifica di Massimo; 07-02-2026 a 12:12
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Vecchio 08-02-2026, 11:20   #2
Magnete
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Ciao grazie per la completa descrizione
Lo farò leggere anche alla mia compagna, magari si convince di fare il viaggio senza tour leader ecc…


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Questi sì che sono report di viaggio. Una vera e propria guida.
Come sempre, complimenti !
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Lo farò leggere anche alla mia compagna, magari si convince di fare il viaggio senza tour leader ecc…


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ma si dai che tu hai fatto robe più difficili :-)
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Vecchio 08-02-2026, 16:12   #5
Massimo
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GIORNO 01 – 23 APRILE 2025
Verona – da qualche parte nel Mar Tirreno (548 km in moto, di cui 10 sterrati)




E’ arrivato il tanto atteso giorno della partenza. La mia moto è pronta, carica e profumata.



Abbiamo deciso di imbarcarci a Civitavecchia, così abbiamo la scusa per attraversare un po’ di Appennino.

Il primo tratto, da Verona a Colle Val d’Elsa, ce lo spariamo in autostrada. In un autogrill mi accorgo che ho il soffietto dell’ammortizzatore sinistro sporco d’olio. Non capisco.



Poi, guardando meglio, mi accorgo che proviene dal paraolio. Ora di sera sarà uscito tutto il fluido. La cosa non è rimediabile, ma non mi pare un gran guaio perché dentro lo stelo c’è pur sempre la molla, penso… e solo con quella mi farò tutto il viaggio, anda e rianda.

Da Colle Val d’Elsa imbocchiamo strade statali che cavalcano in sequenza il Passo di Lucerena (595 m), il Passo dell'Incrociati (506 m), il Valico del Rospatoio (512 m), il Passo del Lume Spento (629 m), il Passo Seragio (1120 m) e il Passo della Pescina (1605 m).

La Toscana ha sempre il suo fascino, c’è poco da fare…















Tra questi passi, che nessuno di noi conosceva, abbiamo anche fatto una decina di chilometri su facili strade bianche dell’Eroica.



Poco prima del Passo della Pescina attraversiamo la zona del Monte Amiata con i suoi impenetrabili boschi di faggi.





E nella zona della Seggiovia Cantore riposiamo le chiappe su qualcosa di morbido.





Questa gustosa cavalcata appenninica termina ad Acquapendente. Più avanti assecondiamo il Lago di Bolsena e entriamo nella Tuscia. A Montalto di Castro imbocchiamo l’autostrada tirrenica che ci porterà diritti a Civitavecchia.

Sbrighiamo le pratiche di imbarco. Poi usciamo dal porto e andiamo a cena, giusto per non intossicarci con le cibarie confezionate all’interno dell’area portuale. Quindi rientriamo ed aspettiamo di imbarcarci. Il panorama motociclistico è alquanto vario e non manca qualche chicca vintage.



Molti sono i tunisini che rientrano in patria. Le loro auto sono riconoscibili, prima ancora che dalla targa, per la quantità di bagagli, stipati alla bell’e meglio dentro e fuori i veicoli.



La nave parte in ritardo, ma finalmente ci entriamo dentro.



Una volta sistemati nella nostra cabina, decidiamo di ambientarci nel contesto tunisino con un po’ di anticipo, dato che la maggior parte dei passeggeri è appunto tunisina.





Quindi ci infiliamo sotto le coperte e lentamente navighiamo verso la nostra destinazione, carichi di speranze e buoni propositi.
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Massimo Adami
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Vecchio 08-02-2026, 16:14   #6
Massimo
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GIORNO 02 – 24 APRILE 2025
Da qualche parte nel Mar Tirreno – Tunisi (15 km in moto)




La navigazione scorre lenta e placida. Il mare è fortunatamente una tavola e quindi si dorme che è una meraviglia.



Non è purtroppo così per gli sfortunati tunisini che si devono arrangiare nei corridoi. E sono la maggior parte. La cabina costa troppo per loro e quindi si adattano ad occupare qualsiasi spazio disponibile.





Come sempre, sui traghetti, ci si annoia a morte e non c’è molto da fotografare. Quando non si dorme si bighellona al bar o all’esterno. Fortunatamente la giornata è splendida e il mare, anche oggi, calmissimo.













Il tempo scorre lento, fino a quando non si comincia ad intravvedere in lontananza la costa tunisina che progressivamente diventa sempre più decifrabile. Siamo eccitati ed emozionati, perché stiamo per mettere i piedi in Africa: è la nostra prima volta.





Entriamo nel porto di La Goulette con due ore e mezza di ritardo. Sono ormai le quattro del pomeriggio. Siamo incerti su come si sbrigheranno le formalità doganali, per noi una novità assoluta.







Allo sbarco siamo subito indirizzati nella zona doganale, dove seguiamo la procedura già descritta. Tutto viene gestito, come dicevamo, un po’ “alla garibaldina”, ma alla fine quello che conta è il risultato, ossia ottenere il permesso temporaneo di circolazione per le nostre moto, che custodiremo come una preziosa reliquia.





Quindici chilometri di scorrevole superstrada ci separano dalla capitale. Qui abbiamo scelto di soggiornare all’Hotel Marigold per due motivi: è comodissimo all’ingresso dell’autostrada per domani e dispone di garage sotterraneo per le moto. Inoltre è relativamente comodo alla Medina, che dista tre chilometri.





Nel tardo pomeriggio ci dirigiamo a piedi verso il centro città. Abbiamo qualche commissione da svolgere: prima di tutto acquistare una SIM tunisina.

Scegliamo l’operatore Orange, che si rivelerà una buona soluzione e che utilizzeremo parecchio sia per connetterci a internet, sia soprattutto per telefonare ai vari hotel lungo il percorso.



Poi mi serve un barbiere. Quando posso mi taglio sempre i capelli all’estero, perché mi diverte un sacco affidarmi ciecamente al genio creativo locale, senza riuscire a spiegarmi. Putacaso passiamo davanti alla bottega di Aziz e, manco a dirlo, mi ritrovo già seduto in poltrona.





La felpa dei Vigili del Fuoco è ovviamente tarocca, ma, confesso, gliel’ho invidiata parecchio.



La città, come accennavo, è veramente sporca. I rifiuti sono ovunque, soprattutto fuori dai cassonetti strapieni, ma anche lungo le strade e i marciapiedi. Non è un gran bel vedere e bisogna guardare dove si mettono i piedi.

Lungo la strada per raggiungere il centro vediamo edifici piuttosto tenuti male e anche qualche catapecchia. Però non mancano mai i condizionatori, che sono sempre abbondanti.



Avvicinandoci al centro la situazione migliora leggermente. Ovunque si trova da mangiare in strada a qualsiasi ora del giorno e della notte.





Dato che siamo arrivati tardi, per via della nave in ritardo, non abbiamo il tempo di visitare il quartiere della Medina, ossia la parte antica e murata della città, caratterizzata da un dedalo di vicoli che formano veri e propri labirinti.

Ci entriamo giusto il tempo di trovare il ristorante Bab Tunes, dove ceniamo benissimo, ma dove i gatti non possono entrare.





Questa parte della città è veramente suggestiva e, a dispetto del resto, è tenuta meglio per quanto riguarda la gestione dei rifiuti.

L’ora è tarda e non c’è quasi nessuno in giro. Abbiamo l’impressione di trovarci in un luogo assolutamente tranquillo e sicuro.





E’ ora di tornare in albergo, sempre a piedi. Anche in periferia la città è sicura. Per caso passiamo dalla stazione degli autobus, che girano anche a ora tarda.







Bene. Abbiamo la panza piena e ci siamo fatti una bella passeggiata. Io, poi, ho un look tutto nuovo, merito del mio amico Aziz. Andiamo a dormire: domani si comincia.
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Massimo Adami
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Vecchio 08-02-2026, 16:15   #7
Magnete
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robe più difficili :-)
Il problema è far vincere la paura di essere al di fuori del mondo occidentale europeo…
Vinto quello non avrò più limiti a frontiere!
Ps: grazie ai tuoi video e di qualcun altro sulla Turchia inizia ad accettare l’idea di una vacanza in moto


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Vecchio 09-02-2026, 18:34   #8
Danielz77
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mi fa piacere :-) beh allora perchè non inizi dalla Turchia..... ;-)
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Vecchio 09-02-2026, 20:14   #9
Massimo
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GIORNO 03 – 25 APRILE 2025
Tunisi – Gafsa (357 km in moto)




La tappa di oggi non ci ispira più di tanto, a parte Qayrawan da cui passeremo. Ci serve per portarci dove vogliamo iniziare il giro vero e proprio, e cioè in posizione comoda per la Rommel e le Oasi di Montagna.

Ci attendono 357 km di asfalto, che per noi sono tanti. L’idea era quella di partire prestino, ma Luca ha un problema di stomaco e quindi dobbiamo attendere che stia meglio perché, nelle condizioni in cui si è svegliato, non può assolutamente guidare.

I vari farmaci che gli somministriamo non sortiscono effetto, fino a quando non facciamo ricorso alla coca cola che, su di lui, funziona più di uno stura lavandini.

Bene. E’ tornato operativo e ci mettiamo in marcia, ma, tra una cosa e l’altra, sono arrivate le 11. Siamo in terrificante ritardo.

I primi 100 km sono in autostrada, su cui riusciamo a tenere i 90-100 kmh di media. Ai caselli autostradali notiamo che ci sono persone che vendono qualcosa: c’è chi offre la propria verdura, chi invece fazzoletti di carta. Ma a noi non serve nulla.





Da qui a Qayrawan ci attendono una cinquantina di chilometri su strada normale. L’asfalto è un po’ scivoloso e lucido, ma si viaggia comunque bene.

Ad un certo punto mi si stacca la visiera del casco. Sarà il primo segnale di una rottura annunciata. Lo sistemo come posso e ripartiamo.



Lungo la strada non c’è nulla di interessante, a parte le cicogne e gli asini a bordo strada. I rifiuti sono disseminati ovunque.





Samo ormai arrivati a Qayrawan. Il paesaggio fa un po’ Pianura Padana con tanto di Appennini sullo sfondo. Siamo curiosi di vedere la famosa moschea.



La tranquilla cittadina, di 140 mila abitanti, ci accoglie giusto nel momento in cui i bambini escono da scuola, proprio di fronte alla moschea.



Qayrawan è una delle città sante dell'Islam, al quarto posto dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme come luogo di pellegrinaggio. Si dice che sette visite qui equivalgano a una alla Mecca: la comodità per raggiungerla probabilmente si paga…

E’ una città santa perché, ovviamente, ha una moschea famosa. E pure bella grande, dato che copre una superficie di 9000 mq.

Già da fuori si possono intuire le dimensioni. In realtà, e sempre da fuori, sembra un castello fortificato con tanto di merli medievali, tra palme, cimiteri e cannoni.







Tutto qui è stranamente pulitissimo, complice la sacralità del luogo immagino. Ciò significa che ‘sti tunisini, se si applicano, sanno tenere pulito.

Parcheggiamo lungo le mura, il più vicino possibile all’ingresso, dove non si può arrivare in moto… ma volendo solo con il ciao.







Un vigile urbano stravaccato, ma attento, controlla che nessuno oltrepassi il cartello di divieto.



Vediamo un vecchietto che cammina lesto. Andrà a pregare, pensiamo, e così lo seguiamo confidando di trovare al primo colpo l’ingresso.





In effetti l’ingresso lo troviamo subito, ma non vogliono farci entrare perché siamo capitati, a causa del ritardo accumulato, giusto nel mezzo della pausa pranzo dei custodi.

Parte la solita sceneggiata all’italiana: siamo venuti qua apposta da l’italia per vedere SOLO questa moschea, ci teniamo tantissimo, abbiamo fatto mille mila chilometri solo per arrivare qui, e via dicendo. Alla fine, sfiniti, i custodi si arrendono e ci fanno mettere il becco dentro, a condizione però che restiamo cinque minuti e che non ce ne andiamo in giro ad cazzum.

Riusciamo comunque a vedere la zona dedicata alla preghiera, dove in teoria non sarebbe consentito fotografare… in teoria appunto.



Vediamo anche l’immenso e stupefacente cortile dove, in orario di chiusura, evidentemente qualcuno può passare. Ma non noi.





La discussione con i custodi, anche se cordiale, deve essere stata piuttosto animata, dal momento che un tizio dall’esterno entra e si offre di farci vedere la moschea da un’altra angolazione, a suo dire migliore.

Ha un negozio di tappeti di fronte all’ingresso con un terrazzo sopraelevato che dà proprio sul cortile. Pensiamo che ci voglia rifilare qualche manufatto, ma così non è. Si è rivelato invece cordialissimo e disinteressato… anche se in effetti i tappeti, volendo, ci sarebbero stati.



Il terrazzo è in una posizione davvero imbarazzante. E siamo grati di aver avuto la possibilità di godere di questo angolo di visuale assolutamente raro e inusuale.











A nostro parere, la Grande Moschea di Qayrawan merita assolutamente una visita, magari beccando gli orari giusti. Tra l’altro è veramente antica (VII secolo) e dal 1988 è pure patrimonio Unesco.

Abbiamo già approfittato abbastanza della gentilezza di Aziz, questo il nome del tappetaio magico, ed è giunto il momento di scendere, non prima però di aver buttato un ultimo sguardo in basso, dove ritroviamo la privilegiata siura che pascolava indomita nel cortile in orario di chiusura.



Siamo affamati. Ci rimettiamo in marcia per cercare una trattoria. In giro si sentono invitanti profumini di carne alla griglia. Vediamo una mucca e pensiamo subito ad una bella bistecca, ma è un falso allarme: qualcuno l’ha parcheggiata qui senza un apparente motivo.



Ad un certo punto, un po’ più avanti, il profumo di griglia si fa veramente inteso. Abbiamo finalmente trovato una trattoria specializzata.

Talmente specializzata che, se vuoi mangiare, devi prima passare dalla macelleria di cui è dotata e sceglierti il pezzo di carne (o di pesce) che preferisci. Un omino munito di mannaia te lo taglia e poi, se vuoi, pure te lo cucini da solo.





Optiamo per delle costolette d’agnello, davvero squisite. Ma tanto proprio. E mi pare che si capisca.





Ci rimettiamo in marcia, con evidente difficoltà per la digestione in corso. La direzione, per l’unica strada esistente, è sempre sud-ovest. Attraversiamo vari paesi, più o meno grandi. Ad un certo punto un dromedario piuttosto piccoletto e magrolino cattura la nostra attenzione.



Ci rendiamo però subito conto che non sta qui per caso. E’ legato davanti a un macello in attesa del suo turno, come chiaramente si capisce dalla pelliccia del suo predecessore stesa ad asciugare.



Ci scuseranno animalisti e vegetariani se urtiamo la loro sensibilità, ma stiamo solo raccontando quel che abbiamo visto e, per dovere di cronaca, cerchiamo di non omettere nulla. Solo così possiamo provare a raccontare questo paese. E, se qui mangiano i dromedari, noi non siamo nessuno per dir loro che non si dovrebbe fare.

Il dromedario, pacifico o rassegnato, si lascia fotografare da distanza ravvicinata. E’ un animale, per certi versi, buffo: visto frontalmente ricorda un po’ il bradipo Sid del cartone animato “L’Era glaciale”.





Salutiamo il nostro amico e ripartiamo perché ci mancano ancora duecento chilometri alla meta e rischiamo di arrivare lunghi.

La strada verso Gafsa scorre diritta con scarso traffico. Ogni tanto incontriamo qualche camioncino carico di pecore e qualche bambino che vende datteri. Non mancano camion carichi di paglia e pastori che ricambiano i saluti. Stiamo attraversando una zona prettamente agricola e pianeggiante senza, come detto, particolari attrattive paesaggistiche.











Il cielo è stupendo, punteggiato da nuvole piccole e fitte, che regalano una luce fotograficamente perfetta. In lontananza incominciano ad intravvedersi le prime elevazioni montuose, sulle quali gireremo domani. Qui il paesaggio ci piace.











E’ ormai arrivata la sera. La luce radente del sole al tramonto disegna le nostre ombre e il cielo si colora. E’ tardi ma ce l’abbiamo fatta: siamo quasi arrivati.







Entriamo a Gafsa che sono le otto di sera. Subito becchiamo il nostro hotel, il Gafsa Palace… e come non vederlo? E’ mostruosamente grande, praticamente il può grande edificio della cittadina.



Velatamente opulento all’interno, ci ospiterà per la notte e ci sfamerà adeguatamente.



Personalmente non amiamo strutture di tal risma, ma questo c’è e questo ci tocca. Per il resto la cittadina di Gafsa non è per nulla attraente. E’ soltanto comoda per iniziare la giornata di domani, da dove partirà il giro vero e proprio. Non vediamo l’ora.
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Vecchio 09-02-2026, 20:16   #10
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Magnete NESSUNA paura a girare per il mondo..in quindici anni di badantour mai dico MAI avuto problemi..qui una carrellata dei Paesi visitati

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Vecchio 09-02-2026, 21:59   #11
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Discussione bellissima, complimenti per la dovizia di particolari e per il servizio fotografico!!
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Vecchio 10-02-2026, 11:20   #13
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Non sono luoghi che mi attirano ma leggo sempre e apprezzo i tuoi reportage , grazie di condividere.
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Vecchio Ieri, 21:18   #14
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GIORNO 04 – 26 APRILE 2025
Gafsa - Nefta (223 km in moto, di cui 44 km sterrati)




Oggi inizia il tour vero e proprio, con il primo assaggio di sabbia. Ma andiamo con ordine.

Lasciamo Gafsa di buon mattino. La cittadina non è affatto bella e nei dintorni ci sono rifiuti e discariche sparse un po’ ovunque. Questa cosa non fa onore a questo paese, a dirla tutta, ma tant’è.





Incontriamo mezzi di trasporto tra i più disparati e improvvisati, i tricicli tipo “apecar” vanno per la maggiore.



Poco fuori Gafsa in direzione ovest, intercettiamo la linea ferroviaria per Tozeur, che ne costituisce il capolinea.

Durante tutto l’anno, c’è una sola corsa ordinaria che, da Tunisi, va a Tozeur e un’altra corsa che fa la tratta inversa. Dalle notizie apparse lo scorso autunno (2025) su internet, parrebbe che sia stata recentemente ripristinata anche la corsa turistica, su treno a vapore – Le Lézard Rouge (la lucertola rossa) – sull’ultimo tratto da Métlaoui a Tozeur: la mitica stazione in mattoncini rossi di Tozeur, praticamente serve per due sole corse al giorno.

La linea, a scartamento ridotto, scorre proprio parallela alla nostra sinistra. Nessun treno, ovviamente, in transito. Decidiamo di farci un salto… letteralmente.







Tira un po’ di vento e anche i cespugli prendono il volo.



Ci separano una cinquantina di chilometri da Métlaoui, l’ultimo centro abitato prima di avventurarci tra le montagne di questa zona, dove serpeggia nascosta la storica Rommelstrasse, quella originale.

La strada, sempre asfaltata, scorre placida verso ovest. Il traffico è praticamente inesistente. All’orizzonte si stagliano le montagne che tra poco attraverseremo.









A Métlaoui, facciamo benzina e osserviamo il traffico agreste; anche qui i tricicli vanno per la maggiore.





Veniamo fermati da un gruppo di autoctoni, che parlano perfettamente italiano. Sono stati a lavorare una quindicina d’anni in Italia e poi sono tornati, per varie ragioni, a casa. Hanno conservato un rapporto di gratitudine con il nostro paese e, riguardo ai maranza di cui hanno sentito parlare, ci spiegano sorridendo perché in Tunisia non esistono proprio.

E’ un’opzione qui non consentita, a sentir loro. E si dilungano insegnandoci tutta una serie di sistemi, poco ortodossi, diciamo, per smantellare il problema. Non immaginavo che gli stessi tunisini fossero così intolleranti verso chi non rispetta le regole.







Salutiamo i nostri amici, tutori dell’ordine, e proseguiamo verso ovest alla ricerca dell’inizio della Rommel.

Scompaiono completamente i villaggi e, quindi, non comprendiamo dove vadano, per di più a piedi, le poche persone che incontriamo, come ad esempio questa famiglia.



Più avanti quale capra e qualche altro incontro casuale. Poi un fiume e altri rettilinei in mezzo al nulla.











Dopo una trentina di piatti chilometri da Métlaoui, troviamo infine il punto preciso dove attacca, da sud, la Rommelstrasse: ossia questo.



La Rommelstrasse (o Pista Rommel) è innanzitutto un’opera storica, al pari delle varie strade militari, costruite durante la Grande Guerra e ancor oggi conservate e tutelate, come la strada dello Jafferau in Piemonte o la Strada delle Gallerie sul Pasubio e moltissime altre sull’arco alpino.

Fu fatta costruire dal generale tedesco Erwin Rommel durante la Campagna d’Africa (1941-1943), allorchè l’esercito tedesco venne in soccorso di quello italiano, che si trovava in forti difficoltà contro le truppe alleate.

La costruzione serviva per esigenze tattiche, soprattutto per spostare velocemente, e in sicurezza, le truppe corazzate tedesche dell’Afrika Korps lungo il fronte tra Redeyef e Tozeur. E’ stata utilizzata fino alla sconfitta italo-tedesca, avvenuta nel 1943.

La Pista Rommel è appunto questo leggendario e storico percorso, e pensare di mettere le ruote proprio dove ottant’anni fa giravano i cingoli dei panzer tedeschi, ci sembra una buona idea.

Prima di proseguire oltre, richiamo la vostra attenzione alla mappa sottostante.



A destra è segnato il percorso (in parte cementato e in parte sterrato) della via originale di 13 km della famosa pista. A sinistra è segnato il percorso (tutto asfaltato) di 12 km di quella che viene impropriamente chiamata “nuova Rommel”. Entrambe si congiungono parallelamente a Redeyef a nord.

Tuttavia la via storica, e meritatamente famosa, è quella di destra. Quella di sinistra, che nulla ha a che vedere con le vicende belliche (in quanto all’epoca neppure esisteva) è più recente e l’appellativo affibbiatole è del tutto fuori luogo. Rimane peraltro una strada bellissima, tra le più scenografiche che potete incontrare in Tunisia e, se avete tempo, sarebbe un peccato perderla.

A tal riguardo, nella mappa sottostante, vi illustro come sia possibile percorrere entrambe le strade provenendo da est (Gafsa) lungo la tappa che vi porterà alle Oasi di Montagna e a Tozeur.



Noi abbiamo seguito la prima opzione (solo la Rommel vera e propria). La seconda opzione consente di abbinarle entrambe con una maggior lunghezza di 38 km. Se avete la possibilità, scegliete questa seconda opzione.

Bene, ora che abbiamo chiarito la questione, siamo pronti ad immetterci in questo breve ma stupendo percorso di montagna.

Il primo tratto si svolge nell’arida pianura semidesertica fino ad una moschea isolata nel bel mezzo del nulla.
Sullo sfondo, verso sud, un cordone di palme aiuta a decifrare l’orizzonte che si perde a vista d’occhio.





Inizia ora la salita, costante e mai eccessiva (perché ci dovevano un tempo passare i carri armati). Per un pò la piana desertica a sud sarà ancora visibile.









Poco dopo la strada, da qui in avanti nascosta alla vista, serpeggia in una gola. Entriamo in un'altra dimensione, decisamente protetta.

I tratti cementati (non so se siano ancora quelli originali) si alternano a tratti sterrati, ma sempre facili e adatti anche agli inesperti.







I caschi qui ci sembrano fuori luogo, così come le giacche da moto. Decidiamo per un cambio d’abito improvvisato, anche per poter inaugurare gli occhiali cinesi che ci siamo procurati per essere in sintonia con il contesto.



Il percorso diviene così, quasi involontariamente, il set ideale per un cazzeggio fotografico che difficilmente potremmo replicare altrove. Siamo de deficienti, lo so, e ce lo diciamo da soli.









Il contesto peraltro ci piace molto. In una manciata di chilometri siamo entrati in un mondo a parte, inimmaginabile alla partenza.







Così tra un cazzeggio e l’altro, che ci terrà occupati per quasi tre ore, arriviamo alla sommità della salita, circa 600 metri più in alto. Riappare la vista del deserto a sud, disseminato di oasi.









C’è giusto il tempo di qualche divagazione sterrata facoltativa, così possiamo dire di non esserci fatti mancare nulla.







La discesa a nord, verso Redeyf è breve. Nell’aria iniziamo a percepire una certa puzza diffusa. Sappiamo che esiste una discarica e che molti l’hanno descritta come uno sgradevole epilogo di questa bella strada. Quasi tutti hanno sempre tirato diritto senza ovviamente soffermarsi, come è logico che sia.

Noi invece, decidiamo di andare a vederla, dato che, previdenti a bestia quali siamo, abbiamo, guarda caso, idonea attrezzatura protettiva. Così, deviando a sinistra dal percorso principale, ci entriamo proprio dentro.









Ecco, ora sappiamo come gira la gestione dei rifiuti (forse anche i nostri) da queste parti. E le foto che avete appena visto potrebbero essere una delle rare testimonianze della discarica di Redeyf.

Arrivati in paese, facciamo una piccola sosta in un baretto. Quindi ci immettiamo verso ovest, su buon asfalto, alla volta delle Oasi di Montagna, che sono una tappa quasi obbligata di qualsiasi giro in Tunisia.

La prima che incontriamo è Mides. Appena arrivati ci viene incontro Aziz, che questa volta non è un barbiere, ma una guida autorizzata. Per pochi euro si propone di accompagnarci e di garantirci il parcheggio sicuro per le moto.



Ci incamminiamo per quel che rimane dell’antico villaggio sospeso sopra la famosa gola. Antico, mica tanto perché fu abbandonato solo nel 1969 a seguito di devastanti inondazioni mortali.

Dopo una breve passeggiata arriviamo proprio sopra la gola, che è davvero scenografica. Il greto del torrente scorre qualche centinaio di metri più in basso, incastonato tra le pareti.









In lontananza, dall’altra parte del vertiginoso solco, vediamo alcune moto che seguono un motorino sgangherato. Chiediamo ad Aziz se sa qualcosa riguardo al capocomitiva.





Aziz ci spiega che è suo cugino, Farouk. Sì, proprio quel famoso Faourk che si offre di accompagnare i malcapitati motociclisti lungo percorsi che dice di conoscere solo lui, per vedere da angolazioni inusuali le Oasi di Mides e Tamerza.

Avevo visto su internet i filmati di alcuni dei suoi clienti, che hanno dovuto faticare non poco al momento del pagamento del servizio, dato che il prezzo quasi mai viene pattuito prima. Aziz mi spiega che Farouk è già attenzionato dalle autorità locali perché il suo atteggiamento truffaldino danneggia le guide serie e oneste, ma indubbiamente le sue abilità nel convincere i turisti in moto a farsi guidare da lui e, soprattutto, poi i suoi metodi per farsi pagare quel che chiede, sono indubbiamente efficaci.

Aziz mi dice che ai più tordi è riuscito ad estorcere anche 120 euro per mezz’ora di giro. Robe da matti.

Il mio consiglio è di evitarlo come la peste, perché vi porta dentro il canyon quando invece la vista migliore la si può avere gratis dall’alto.

Aziz ci fa anche notare un’altra cosa: siamo a uno sputo dal confine Algerino e ci indica pure la caserma che sta dall’altra parte della linea e che è davvero vicinissima.





Salutiamo Aziz e ci mettiamo in marcia verso la vicina Oasi di Tamerza, completamente differente.

Entriamo nell’omonimo villaggio che giace sonnacchioso a margine della strada. Vogliamo parcheggiare il più vicino possibile alla famosa cascata e così ci infiliamo per una serie di vicoli, sempre più stretti, fino ad una rampa finale in discesa.



Li ci attende un personaggio, credo si chiamasse Aziz pure lui, che si offre di guardarci le moto per qualche dinaro. Mah… vediamo se riusciamo ad andare avanti. Scendiamo per la rampa, cementata e ripidissima fino a un ponticello, dove però veniamo bloccati senza tante storie dall’ennesimo Aziz. E per fortuna, perché una mancia di metri più avanti iniziavano le strette scale per la discesa alla cascata e non saremmo più stati in grado di girarci.



Dietro front quindi dal guardiano volenteroso che paghiamo altrettanto volentieri.

La cascata è un po’ scarsa d’acqua in questo periodo ed inoltre è veramente bassa di statura.



La gente de luogo viene qui a fare il bagno in cerca di refrigerio. Una nonna sorveglia i nipotini, mentre alcune ragazze si bagnano i piedi, praticamente l’unica parte scoperta a disposizione.







E noi che facciamo? Stiamo a guardare? Non sia mai…



La strada verso la terza ed ultima oasi in programma cala dalle montagne verso la grande depressione salata del Chott el Jerid. Guidiamo belli rilassati e rifrescati.







Ci viene voglia di succo di palma. Detto fatto, senza neanche sforzarci di tradurre…



Arriviamo al parcheggio dell’Oasi di Chebika, dove un altro Aziz, anch’egli guida turistica accreditata, si offre di accompagnarci.



Ci fa fare un ampio giro che, prima, passa dal villaggio abbandonato sulla collina e, poi, scende nel solco dove incassata giace l’oasi.









Apprezziamo il fatto che Aziz, lungo il percorso, dà l’esempio raccogliendo i rifiuti abbandonati dai turisti. Ammirevole davvero. Bravo.



L’oasi si è formata a valle di un torrentello che sgorga dalle rocce. L’ambiente è suggestivo e invaso dai turisti, ma vale la pena visitarlo. I passaggi sono talvolta stretti e la bellezza del luogo è scontata. Se passate da queste parti, fermatevi.









Bene. Ora ci attende, nel rush finale di questa giornata, la prima esperienza sabbiosa. Abbiamo perso una montagna di tempo a fotografare sulla Rommel e siamo parecchio in ritardo. Sono le sei e mezza di sera e dobbiamo affrontare i 30 km che ci separano, su piste, da Mos Espa. Il tempo, oltre tutto, non sembra promettere bene.

Guidiamo sull’ultima manciata di asfalto rimasta, stando bene attenti ad intercettare il punto esatto in cui dobbiamo prendere la pista che abbiamo in mente. Il deserto qui è secco incendiato, praticamente piastrellato.







Non abbiamo la benché minima idea di cosa voglia dire guidare sulla sabbia e siamo un po’ in apprensione.

Recentemente è stata asfaltata la strada che da Nefta (ad ovest di Tozeur) porta a Mos Espa, per cui la difficoltà là è pari a zero. Noi, però, vogliamo arrivarci da est e l’unica via è la pista che si stacca dalla strada asfaltata che dalle Oasi di Montagna (a nord) porta Tozeur (a sud).

Questo tratto, seppur generalmente facile e piuttosto compatto, non è poi che sia affrontato da chissà quale moltitudine di motociclisti. Anzi. Non so spiegare il motivo, fatto sta che non incontreremo nessuno, forse complice anche l’ora tarda.

Il primo tratto di 15 km, direzione est-ovest, ci porterà fino al Kingdom of Fire, una scenografia utilizzata per le riprese dell’omonima serie televisiva, credo non distribuita in Italia.

La pista, sempre visibile, è battuta e compatta. Certo non mancano tratti un po’ più sabbiosi, ma si guida con facilità. Non ha piovuto e questo aiuta parecchio. Ho visto video di gente che si è trovata bloccata per il fango, ma non è il nostro caso.

Nelle condizioni in cui abbiamo trovato la pista, posso confermare che è alla portata di chiunque, anche con pneumatici stradali. Alla peggio si torna indietro.











Il tempo non promette niente di buono: le nuvole sono scure e inizia a tirare vento, sempre più forte, che da queste parte credo di chiami tempesta di sabbia.







Per raggiungere la scenografia bisogna scavalcare un elementare cordone di sabbia. Niente di che intendiamoci. Il posto ci piace perché sostanzialmente è in mezzo a una beata fava.







Giusto il tempo di una foto ricordo e ripartiamo perché è veramente tardi. Si alza ulteriormente il vento e ci infiliamo dietro ad un convoglio di jeep, che in breve perdiamo di vista.





Il secondo tratto di 8 km ci porterà a Ong Jmal. La pista continua abbastanza comoda, anche se leggermente più insabbiata a causa del vento che si alza progressivamente, fino al punto di svolta, sulla destra in direzione nord. Direi che è abbastanza difficile non vederlo…



Dalla segnalata deviazione, la pista si fa decisamente più stretta, meno evidente e più sabbiosa. Ma sono solo 900 metri, per cui lo sforzo è limitato.

Ong Jmal, è stata una delle location di Guerre Stellari e letteralmente vuol dire “collo di cammello”. In pratica è un cocuzzolo dalla forma un po’ inusuale, anche se io francamente non ho visto forme allegoriche.



In giro non si vedono moto. Solo molte jeep che portano i turisti in escursione. C’è anche un bar e qualche chiosco di souvenir.





Una ragazza, dopo avermi chiesto una foto accanto alla moto, si mette a fare ioga. Certe cose non le capisco. Mah…



Il terzo tratto di 7 km ci porterà finalmente a Mos Espa. Decidiamo di non tornare sulla pista principale (dove c’era il cartello di deviazione), ma di proseguire a nord del cordone montuoso di Ong Jmal e di rientrare sulla pista a ovest più avanti. I piloti delle jeep ci avevano detto che era facile e ci siamo fidati.

Partiamo fiduciosi, ma anche preoccupati per il vento sempre in aumento e per il buio che ormai sta arrivando.

La pista però è bellissima (più di quella principale, più facile). Asseconda e cavalca alture e pinnacoli dalle forme bizzarre. In questo tratto risulta sempre compatta e facile.











Scesi dall’ultimo pinnacolo, in prossimità del punto in cui dovevamo svoltare a sinistra (sud) per riprendere la pista principale), lascio i miei compagni alle prese con le ultime foto, e scelgo di avviarmi da solo.

Non trovo il punto di deviazione, sebbene l’avessi mappato con precisione sul gps, perché il vento, aumentato sensibilmente, aveva cancellato la traccia, per il vero già poco visibile di suo.

Imprudentemente proseguo nella direzione sbagliata confidando di seguire un’altra traccia che vedevo segnata sul gps, ma classificata di grado 4 e poi di grado 5. Ora il vento è veramente forte. Non riesco a vedere praticamente nulla. E’ pure venuto buio. Accendo il faro supplementare, che aiuta, ma non risolve la situazione.

A terra le mie tracce sulla pista sono scomparse. Faccio qualche tentativo. Mi blocco. Torno indietro. La pista appena percorsa è già cancellata. Ne riprovo un’altra e un’altra ancora. Non riesco ad uscire da questo casino. Sono spaventato.

Alla fine decido, seguendo il navigatore di ripercorrere l’ultima traccia percorsa fino al punto in cui ho lasciato i miei compagni. Non c’è alcun segno di passaggio. Il deserto sembra tornato vergine. Il vento è sempre più forte. Sono nell’oscurità totale.

Faccio un respiro profondo, Cerco di calmarmi. Alla fine, dopo vari tentativi, intuisco la posizione del punto mappato per scollinare il cordone di sabbia, che non avevo visto e che non si vede tuttora. La pista non esiste più. C’è solo sabbia e vento. Apro il gas. Mi butto e ne vengo fuori. Sono sulla pista principale, ora appena evidente a causa del vento, ma decisamente più facile.

Ho imparato la prima lezione. Fondamentale. Mai lasciare il gruppo. E mai più lo farò.

Dei miei compagni nessuna traccia, anche perché non si vede una mazza. Immagino che siano sicuramente più avanti. Tra una cosa e l’altra ho perso un’ora a venirne fuori. Prendo la pista ad una velocità che mai rifarei in vita. Veramente veloce, troppo veloce. Praticamente la massima velocità che riesco a tenere, fortunatamente senza cadere. Il tachimetro segna 50 chilometri orari, per me, in queste condizioni veramente un’enormità.

Questa foto, scattata in condizioni diverse, rende l’idea della pista su cui ora sto guidando, al buio, da solo nel bel mezzo di una tempesta di sabbia.



Ogni tanto la moto sbanda, ma riesco, non so come, a tenerla. Adrenalina e botta di culo, penso. Voglio arrivare il più presto possibile a Mos Espa.

Al bivio dove inizia l’asfalto, immagino che i miei compagni siano più avanti, verso la strada che porta a Nefta dove ci attende il nostro albergo. Non immaginavo che invece fossero dentro al villaggio di Mos Espa ad aspettarmi, perché quando arrivo lì è già buio pesto.

Quindi mi fiondo in velocità sull’ultimo tratto asfaltato di 16 km. Anche qui rischiando, da stupido, perché la strada è piena di banchi di sabbia portati dal vento, dove l’aderenza va a farsi benedire. Benedetto devo esserlo perché sono riuscito a non cadere. Arrivo in hotel. Ma dei miei compagni nessuna traccia. Penso che possa essere successo qualcosa e quindi faccio dietro front, sempre a bomba.

Li ritrovo circa a metà strada. Uno di loro è caduto su un banco di sabbia e ha rotto una leva. Insieme arriviamo finalmente al Caravanserail Hotel, dove avevamo prenotato. Sono ormai le 21 e 30.

La giornata si è chiusa bene, ma è stata una lezione di vita. Veramente. Inizia a piovere…
__________________
Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E
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