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Vecchio 16-02-2026, 15:46   #26
stino
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Bellissimo racconto, grazie mille Massimo per averlo condiviso

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Vecchio 16-02-2026, 16:59   #27
matteo10
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Sempre più bello!!
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Vecchio 16-02-2026, 18:35   #28
Someone
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Ci sarei voluto essere!
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Vecchio Ieri, 00:11   #29
Marko
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la prima volta per tutti e cosi, fa male ...ma ti diverti....ma quando sei a casa non vedi l'ora di ripartire
la prima volta si ricorda per tutta la vita.
ricordo che ero a tembaine immerso nel merdone fino alle orecchie e uno con il motobecane mi ha aiutato, siamo ripartiti assieme e non gli stavo dietro
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Vecchio Ieri, 10:24   #30
Massimo
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GIORNO 07 – 29 APRILE 2025
Ksar Ghilane – Ksar Hallouf (152 km in moto, di cui 30 km sterrati)




Abbiamo proprio dormito di gusto… Al mattino presto veniamo svegliati da una coppia di dromedari che si sono piazzati a due passi dalla nostra tenda. Fanno dei versi strani, simili a grugniti, a volume bello alto.





Sveglia insolita, ma piacevole. Al più siamo abituati a galli in campagna, ma i dromedari ci mancavano. Facciamo colazione, dato che è compresa nel prezzo della tenda.





La giornata è splendida. Usciamo dall’Oasi in direzione sud per cercare la pista che ci porterà diritti alla pipeline. E’ ancora presto. Non c’è anima viva in giro. I quad sono tutti allineanti in attesa dei clienti che arriveranno nella giornata. Anche i cammellieri portano i loro quadrupedi in posizione aspettando i turisti.





Uno di noi è a secco. Troviamo appena fuori l’oasi uno spacciatore di benza. Immagino che sia l’unico, perché nelle foto che ho visto in giro, tutti fanno rifornimento qui. Ha benzina algerina che travasa direttamente nel serbatoio da taniche multicolor. E’ previdente: usa pure la retina.





Cerchiamo l’inizio della pista che ci porterà alla pipeline lungo la traccia 09-10 che ho spiegato prima. La pista viene utilissima per non fare il giro dell’oca su asfalto, in quanto finisce nel punto esatto in cui inizia la strada per Chenini.

All’inizio della pista un rottame attira la nostra attenzione…







Guardando i vari filmati pubblicati sulla rete, mi sono reso conto di quanti abbiano avuto difficoltà su questa pista di 13 km. Le condizioni, si sa, possono cambiare, per cui non è escluso che la si possa trovare anche impestata di sabbione profondo.

Dato che la fortuna, come ho raccontato, ci sta assistendo oltre ogni aspettativa, non abbiamo trovato nulla di così impestato. La pista è sempre ben visibile e tracciata. La sabbia è poca, anche se presente. Più che altro occorre beccare i solchi che si creano dai vari passaggi e tenerli cercando di stare diritti.

Rispetto a ieri, troviamo difficoltà praticamente inesistenti. Mi sentirei di consigliarla anche a bicilindrici pesanti. Questa foto rende bene l’idea di come l’abbiamo trovata.



Qui il deserto è punteggiato di cespugli, che evidentemente piacciono ai dromedari. Forse perché se li mangiano.





Nella seconda metà, la pista diviene addirittura a fondo compatto. La difficoltà si riduce praticamente a zero. La foto qui sotto dovrebbe aiutare a capire meglio.



Il cielo, punteggiato di nuvole, è bellissimo e l’aria è tersa. Proseguiamo senza tanti pensieri, fino ad intersecare l’asfalto della pipeline.









Proprio difronte a noi, oltre la pipeline, parte la strada asfaltata verso Chenini. Ho letto che molti la chiamano “pista”. Non so se ci siano piste alternative, fatto sta che la strada principale e diretta per raggiungere Chenini da Ksar Ghilane è, appunto, una strada, larga e ben asfaltata, oltre tutto senza lingue di sabbia, almeno per ora. Una bellezza di strada…



Dopo qualche chilometro intravvediamo in lontananza una figura che ci fa cenno di fermarci.



E’ un vecchio pastore, con il viso segnato dal sole e dal tempo, che ci chiede se abbiamo dell’acqua, perché la sua scorta è finita. A guardarlo sembra in effetti piuttosto disidratato. Gli regaliamo l’unica bottiglia che abbiamo e ci ricambia con un sorriso.





Questo povero disgraziato se ne sta sotto il sole, lontano in mezzo al niente, per portare al pascolo, in mezzo al niente, una mandria di qualche decina di dromedari, che noi ovviamente cerchiamo di inseguire, anche questa volta senza successo.









Il cielo è sempre bellissimo e la luce fotografica è quella giusta. Anche oggi la fortuna ci regalerà una giornata memorabile.









Questi 34 km di asfalto scorrono placidi e rilassati. E’ un piacere guidare. Il paesaggio sta cambiando. Le dune sono finite. Hanno lasciato spazio a distese sconfinate di terra arida, ma più compatta. All’orizzonte, nella nostra direzione di marcia, si intravedono le sagome delle montagne.

Abbiamo tempo e così ci diamo, ancora una volta alla creatività…





Percorriamo gli ultimi chilometri di asfalto, verso est, con disinvolta scioltezza. Non incontriamo nessuno. Tutto ‘sto spettacolo è tutto per noi.







Dalla pipeline a Chenini la distanza è di circa 55 km, così suddivisa: i primi 34 km sono asfaltati, i successivi 13 sono sterrati, gli ultimi 8 sono di nuovo asfaltati. Il tratto sterrato inizia esattamente qui.



Si tratta di una normalissima strada bianca - strada non pista - ben segnalata ed evidente. Il fondo è in ghiaia e terra compatta. Non abbiamo trovato sabbia. Dal nostro punto di vista facile, anzi elementare.

Non comprendiamo quindi come altri viaggiatori possano aver incontrato problemi. C’è chi ha segnalato sacche di sabbia, chi addirittura cumuli importanti. Ma noi non abbiamo incontrato assolutamente nulla. Anche se, va detto, abbiamo tirato su un bel polverone.







Il tratto sterrato dura purtroppo troppo poco. Lo avremmo preferito molto più lungo perché è proprio divertente, soprattutto in una giornata magnifica come questa.



Nei pressi di Chenini la pacchia finisce e riprende di nuovo l’asfalto. Ora le montagne sono molto più vicine.





Arriviamo a Chenini giusto all’ora di pranzo e ci infiliamo nel primo ristorante che incontriamo, stracolmo all’inverosimile di turisti. Poi, con la pancia piena, a fatica, ci incamminiamo a piedi per visitare quel che resta dell’antico villaggio.





Il centro antico di Chenini, con caratteri tipici dei nuclei rupestri berberi, è situato su un altipiano vicino al moderno villaggio, costruito nel 1960. In realtà era propriamente uno Ksar, cioè un granaio risalente al XII secolo, oggi in rovina. Da lontano colpisce l’aspetto diroccato, quasi fatiscente, del nucleo più elevato. Sembra il rudere di un castello; invece è un complesso di vani, destinati un tempo ad abitazioni e depositi di grano, tra un dedalo di vicoli selciati. Con l’ocra della pietra, contrasta la candida moschea: la scenografia perfetta per una - ahimè - inflazionata cartolina tunisina.

In effetti il sito antico è esclusivamente vocato al turismo, con tutto quel che ne consegue. Se passate da queste parti, vale comunque la pena fermarsi.





Passeggiando a caso tra i vicoli, gli scorci non mancano. Il silenzio, quello assoluto, è tuttavia ciò che contraddistingue principalmente questo luogo.















Poco distante da Chenini, c’è un luogo che tutti ci suggeriscono di andare a vedere: la Moschea dei Sette Dormienti con l’annesso cimitero berbero. Ci si arriva per una strada sterrata di 4 km.

Il paesaggio attorno richiama vagamente le scenografie della Monument Valley americana. Tutta un’altra storia rispetto al deserto di ieri, eppure siamo solo ad una manciata di chilometri di distanza. Il territorio tunisino sorprende per la sua varietà.





Al termine della strada ci sarebbe un comodo parcheggio, da cui parte un viottolo ripidissimo da percorrere a piedi fino al sito. Noi invece saliamo in moto, fino all’ingresso.

La leggenda assume varie inclinazioni a seconda della religione che l’ha fatta propria (cristiana, ortodossa e pure musulmana). Dato che siamo in Tunisia, la versione islamica narra di sette giovani cristiani, che, perseguitati dall’impero romano, trovarono rifugio in questo luogo disperso tra le montagne. Entrarono in una grotta, ancor’oggi visibile e visitabile, e lì si addormentarono per la bellezza di 400 anni filati. Durante questo lunghissimo sonno i loro corpi crebbero in statura fino a raggiungere l’altezza di 4 metri (alcuni dicono addirittura 5). Al loro risveglio trovarono l’Islam come unica religione da queste parti. Si convertirono e guadagnarono il paradiso.

Il luogo esatto di questo straordinario evento sarebbe proprio qui. Tant’è che nel cortile della moschea, dedicata ai sette giganti, ci sono delle tombe di sassi di lunghezza esagerata rispetto alla normale statura del corpo umano.

La narrazione cristiana e ortodossa assume connotati ovviamente diversi, ma il messaggio è sempre lo stesso: la resurrezione dei corpi dopo la purificazione.

La moschea sorge in un luogo davvero splendido e la moschea stessa è veramente scenografica, con il suo minareto decisamente fuori piombo.











Il guardiano baffuto, ci accoglie e ci racconta la storia. Ci fa pure vedere la leggendaria grotta. Non chiede nulla in cambio. E ci saluta con un sorriso. Se siete a Chenini, saltare questo luogo sarebbe un peccato mortale.



Proseguiamo alla volta di Guermessa, che dista 25 km, tutti asfaltati. Dovrebbe esserci una strada che sale direttamente da est, ma nella parte finale è decisamente troppo sassosa e ripida per le nostre capacità, così facciamo un ampio giro da nord, su asfalto.

Poco male, perché strada e paesaggio sono sorprendenti.









Da nord Guermessa sembra un’apparizione, adagiata com’è su una sella tra due elevazioni rocciose.





Il meteo cambia improvvisamente e il cielo si fa carico di nubi scure. Non pioverà, ma la luce radente cambia decisamente l’atmosfera e la candida moschea sul crinale diventa più luminosa nel contrasto cupo delle nuvole.







Guermessa è un altro villaggio berbero. Un cumulo di rovine (un tempo abitazioni e granai), aggrappato ad un cocuzzolo roccioso, oggi completamente abbandonato e silente. Il luogo è molto suggestivo, perché, nonostante la bellezza, è meno preso di mira dal turismo rispetto a Chenini. E questo è un grande privilegio.

Quando arriviamo non c’è nessuno. Solo un gruppo di ragazzi se ne sta in disparte nell’unico baretto vicino alla candida moschea. L’atmosfera è quasi surreale, complice anche la luce straordinaria. Entriamo in moto per l’unica sterrata che costeggia sul lato sud tutto il villaggio, proprio alla base delle abitazioni rupestri.







Le aride montagne intorno completano la scenografia, che ricorda ben altre latitudini. Magari mi sbaglio, ma forse è il villaggio più rappresentativo di questa zona della Tunisia, e a mio parere andrebbe visto.





A una ventina di chilometri verso nord c’è un altro luogo dove abbiamo programmato di fermarci. La strada per raggiungerlo, sempre agevole e scorrevole, ci regala altri scorci magnifici, amplificati dalla luce preziosa che avvolge ogni cosa.





Ksar Hadada è un villaggio berbero, abitato e organizzato, che racchiude al suo interno un Ksar, oggi in parte trasformato in albergo. Nel 1999 è stato uno dei set della saga di Guerre Stellari. Oggi è visitabile, pagando un modesto biglietto d’ingresso, salvo che non dormiate qui ovviamente.

Il complesso è ben tenuto e restaurato. Gli ospiti dormono nelle celle, un tempo granai e oggi trasformati in confortevoli camere. La struttura è dotata anche di ristorante. Visto che siamo arrivati fin qua apposta, entriamo.

La struttura è un dedalo di vicoli stretti e tortuosi. Tutto è pulitissimo e ben conservato. Il pregio, quasi unico, è dato dalla possibilità di vedere, senza sforzi di immaginazione, uno Ksar, così come doveva essere quando era ancora utilizzato. La maggior parte degli altri Ksar, soprattutto quelli a sud di Tataouine, sono invece dei ruderi quasi diroccati.









Confesso che non ci sarebbe affatto dispiaciuto dormire qui, perché tutto ci sembra confortevole.











Ah… quasi dimenticavo. Set di Guerre Stellari dicevamo. Dato che, l’abbigliamento qui viene fornito direttamente dalla struttura, ne approfittiamo.





Siamo in dirittura di arrivo mentre la giornata volge al termine. Accidenti il sole sta tramontando e ci manca ancora una trentina di chilometri. Rischiamo di arrivare lunghi.

La strada, sempre in direzione nord, serpeggia tra canyon e ripide vallate nascoste tra le montagne. E’ davvero piacevole da guidare, soprattutto a quest’ora. Forse è il tratto più scenografico di questa giornata, tra l’altro fuori dalle rotte turistiche di massa.















Arriviamo a Ksar Hallouf che è praticamente buio. Poco fuori dal villaggio c’è una casa troglodita con una manciata di camere: Dar Sana. E’ stato piuttosto difficile trovarla e soprattutto prenotare, perché non è inserita tra le strutture ricettive di pronto uso.



Ci si arriva per una ripida strada sterrata di mezzo chilometro. Gli ospiti sono pochi e le camere, o meglio le suites sono davvero uniche. Praticamente sono delle caverne scavate nella roccia, con i muri bianchi tutti sghembi. Le comodità ci sono tutte però, compresi i bagni privati.





Si cena tutti insieme, in mezzo ai gatti che circolano liberi tra un tavolo all’altro alla ricerca di qualche donazione. Volendo c’è pure la piscina sotto le palme.

Dopo cena, davanti al fuoco, viene organizzato un concertino con danze sfrenate. Il degno epilogo per questa giornata davvero appagante.



Tra i vari personaggi accanto a noi, la nostra attenzione cade su un ragazzo berbero, o meglio sul giubbino che indossa, o meglio ancora sul cardigan con cerniera e cappuccio a punta che indossa. Gli chiedo di provarlo e mi piace subito un sacco. Mi spiega che li produce lui, in lana di dromedario, utilizzando un telaio manuale. Gli chiedo se li vende. Certo che sì. Ci diamo quindi appuntamento per domani mattina dentro lo Ksar.

Serata fortunata e felice. Ci infiliamo nelle nostre grotte sognando giubbini…
__________________
Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E
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