Ti dirò, aspes... la sola volta che per adesso la ho usata per fare un giretto, il giorno dopo averla portata a casa, la ho ovviamente portata in Chiantigiana, e quando mi sono fermato alla solita piazzola-ritrovo di Castellina non ti dico la curiosità che ha suscitato.
Non ci volevo credere nemmeno io: chiunque le passasse davanti si fermava a guardarla e mi chiedeva informazioni, persino dei ciclisti inglesi e una signora sui 55 anni che si ricordava del suo ciclomotore Benelli di quarant’anni fa.
È una moto che ho rincorso per quasi due anni: forse qualcuno si ricorderà della disavventura che mi capitò quando andai bello convinto fino in Molise, con un furgone noleggiato, per portarne a casa una che poi in realtà cascava a pezzi. Questa non è tanto tanto meglio, eh... ma almeno è costata poco.

La ho voluta perché... perché... boh... perché mi piacciono i ravatti strani e italiani. Perché è diversa da tutte le altre, e perché in questo tempo di banale standardizzazione non nascerà mai più una moto così particolare, così geniale. E quando ci ho messo il culo sopra per la prima volta, appena partito per il breve giro di prova, ho capito che ero sopra a qualcosa di speciale: se ti piacciono le moto sportive, non puoi restare immune al fascino di una Tornado. È “diversa”, viva, maleducata, rumorosa, te ne accorgi anche andandoci a spasso. Di quanto è efficace, invece, te ne rendi conto appena inizi a far due pieghe, anche se non la conosci.
È una Moto Italiana, di quelle che non esistono più. E la vita è troppo breve per guidare moto noiose che non si rompono.