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Vecchio 13-11-2005, 00:01   #176
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Originariamente inviata da triger
Questo topic è appassionante, se vi può essere d'aiuto un amico lo scorso anno ha fatto, più o meno, lo stesso itinerario.
Se volete contattarlo vi mando in MP la sua email.
Ciao.
Per una cosa del genere chiedi il pure il permesso?????

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Vecchio 13-11-2005, 00:33   #177
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Originariamente inviata da ale4zon
Ne sono convinto....e con quella cifra si va pure in sudamerica......
ops...che ho detto.....
quella, se sei d'accordo, la facciamo in inverno!
ma se vogliamo ripensarci...
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Vecchio 13-11-2005, 00:36   #178
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Originariamente inviata da triger
Questo topic è appassionante, se vi può essere d'aiuto un amico lo scorso anno ha fatto, più o meno, lo stesso itinerario.
Se volete contattarlo vi mando in MP la sua email.
Ciao.
l'email a questo punto la pretendiamo!
farei una controproposta: perché non lo fai iscrivere a qde?
pls, segnalagli subito questo topic!
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Vecchio 13-11-2005, 01:42   #179
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Originariamente inviata da pidienne
l'email a questo punto la pretendiamo!
farei una controproposta: perché non lo fai iscrivere a qde?
pls, segnalagli subito questo topic!

Hai un MP.
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Vecchio 13-11-2005, 01:52   #180
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Vecchio 13-11-2005, 02:21   #181
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Come ti ho scritto nel MP ho ritrovato l'articolo pubblicato qui:

http://www.mototurismo.it/mtser5.html
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Vecchio 13-11-2005, 02:26   #182
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Lo stato d’animo dopo settemila chilometri di moto e la consapevolezza di avere raggiunto Taskent, il primo obiettivo del viaggio, ci danno una immensa euforia. Le moto sembrano volare sui lunghi viali alberati, circondati da parchi e fontane. I grigi e tristi palazzoni di cemento armato in stile russo sembrano addirittura belli e questa grande città, con più di due milioni di abitanti, pulita, ordinata, moderna, sembra quasi fremere per salutare il nostro ingresso. Il fatto che nessuno capisca una parola di inglese e che trovare l’hotel sia quasi un’impresa impossibile non cambia assolutamente il nostro stato di grazia. Bruno, io e la mia impolverata “dark lady” dalla falce luccicante, seduta dietro di me, siamo pronti per “un altro giro di giostra” che ci porterà verso il lontano Tibet.
È grazie alla cortesia di un tassista che arriviamo in albergo e facciamo conoscenza con il gruppo di motociclisti di Avventure nel Mondo che dividerà con noi un altro mese avvincente. Il gruppo è formato da otto BMW, due KTM, una Yamaha, due jeep in appoggio, da ventuno persone e dal mitico Fabio alla guida di una Panda 4x4 che, nonostante non abbia l’uso delle gambe, “corre” letteralmente in giro per il mondo a caccia di emozioni.
Viaggiare con un gruppo cambierà tutte le nostre abitudini: sarà importante trovare un compromesso che rispetti le esigenze di tutti. Una cosa non cambia: la sveglia! Partiamo alle cinque per raggiungere il confine kirghiso di Osh, distante quattrocento chilometri. Incontriamo il corrispondente, una giovane ragazza carina e volenterosa, e gli autisti dei due vecchi Uaz, che si dimostrano subito inaffidabili.
Attraversato il confine, ben presto finiscono le pianure desertiche che ci avevano accompagnato per diversi giorni. La strada sale circondata da un paesaggio da fiaba: montagne color smeraldo e corsi d’acqua impetuosi, mentre in lontananza prende forma la catena innevata dei settemila metri del Pamir.
Per la prima volta affrontiamo uno sterrato impegnativo, tanto che i mezzi d’appoggio viaggiano con qualche ora di ritardo rispetto alle moto. Le indicazioni della guida sono precise: “Arrivate in cima al passo, poi avanti ancora per quattro o cinque chilometri e vi fermate al campo delle yurte, ben visibili dalla strada. Lì ci accamperemo”. Arriviamo al valico a notte fonda, centrando tutte le buche sulla pista e zigzagando fra i numerosi camion a passo d’uomo. Un cartello indica: Tadlik Pass 3615 m. Incomincia la discesa e non si vede a un palmo. Di tanto in tanto dal nulla si materializzano enormi camion fermi in avaria: guardo sconsolato questi uomini dai visi tirati, con gli occhi asiatici sottili, che lavorano bestialmente nella polvere e nel freddo della notte per riparare le gomme esplose per i carichi assurdi che questi mezzi trasportano.
Percorriamo quindici chilometri, nessuna luce a parte le stelle, poi in lontananza, finalmente, il “bagliore” di un villaggio. Una fioca lampadina da 10 watt illumina il cartello di una locanda. Entriamo e ci sono due famiglie riunite. Neanche il tempo per i saluti che ci invitano a tavola con i loro bambini. La cena è al termine e mangiamo quello che c’è: pane spalmato di panna dolce accompagnato dall’immancabile tè. Mentre mangio avidamente, una bambina di circa due anni, per niente spaventata dai forestieri, si siede sulle mie gambe: la faccina è bruciata dal sole, gli occhietti stretti come una lama, mi guarda incuriosita e sorride. È una bella sensazione tenere in braccio questa tenera creatura che sembra provenire da un’altra galassia.
Passano alcune ore e ci rendiamo conto che i trasporti con i bagagli non arriveranno mai. Un tizio ci indica un posto di ristoro dove per un dollaro a testa ci servono uova, pane e tortellini ripieni: magnifico! Entra un signore con un cappotto di pelliccia come fossimo in Alaska e ci accompagna in una yurta. Alcuni di noi trovano un comodo letto coperto di pelli, altri, meno fortunati, si stendono a terra su alcuni tappeti di lana. Le coperte abbondano perché da queste parti d’inverno deve fare un freddo terribile. Prima di prendere sonno, resta il tempo per una considerazione su queste popolazioni: gente semplice, pastori, agricoltori. Undici “vagabondi” motorizzati arrivano all’improvviso di notte, loro li invitano a tavola, trovano di che sfamarli, procurano loro il necessario per dormire: non ci sono parole sufficienti per ringraziarli, solo eterna gratitudine.
Ci alziamo alle otto e poco dopo tutto il gruppo si ricompatta. Mancano solo 78 chilometri al confine cinese. La pista è orrenda e impieghiamo tre ore per arrivare in cima al varco di Ishkerdam, la frontiera da poco riaperta, dove centinaia di camion carichi di rottami ferrosi aspettano il momento propizio per passare. Trascorrono alcune ore e non abbiamo ancora notizie del mezzo che trasporta i bagagli. Arriva una jeep con a bordo turisti spagnoli, ai quali chiediamo informazioni. La risposta è sinistra: un pulmino è precipitato nella scarpata e si vedono in fondo al burrone bagagli da turisti sparsi ovunque. È tardi, la dogana cinese chiude alle 18 di oggi, venerdì, e riapre lunedì mattina. Siamo bloccati!
La guida torna indietro per recuperare i bagagli e noi cerchiamo un posto per dormire. Sul piazzale zeppo di camion c’è un ricovero con alcune camere: quella in cui mi infilo in sembra una stalla!. Alcuni anni fa, in Marocco, ho dormito in una stalla: c’erano asini, capre, pecore e puzza, ma calore, dignità, energia primordiale. In questo posto non ci sono animali, ma gli umani che vi dimorano sono molto peggio. Abbrutiti dalla vodka e dalla fatica della guida snervante dei loro mezzi, arrivano in questo posto dimenticato da Dio e si fermano a riposare. Nessuno pulisce e il risultato è agghiacciante.
Ritorniamo indietro e a cinque chilometri troviamo un piccolo villaggio. Incontriamo Raissa, una ragazza molto sveglia di diciotto anni che, in un ottimo inglese, ci propone una grossa casa con tre camere dove possono alloggiare diciotto persone e un’altra casa più piccola con una camera da quattro. Le famiglie che vi abitano “traslocheranno” in alcune tende di fortuna. Scelgo la casa di fianco al torrente, che è un po’ isolata. Sonia, una donna di quarant’anni, vi abita con un cucciolo e i suoi bellissimi bambini, Nurjia e Oskar, di dodici e sette anni.
Passo così la prima notte in questa pulitissima casa di mattoni, in una stanza, steso con tre miei compagni su alcuni tappeti colorati, sepolto sotto linde e calde coperte di pile. Quando Sonia entra in camera per augurarci la buona notte e per spegnere la luce tutto piomba in un buio profondo e il silenzio è interrotto solo dal mormorio del ruscello, che presto si trasforma in una ninna nanna. Appena gli occhi si sono abituati all’oscurità noto una debole luce che entra da un’angusta finestra: cinque travi di legno sopra la testa sostengono il tetto e mi sento protetto, al sicuro, a casa.
Ci svegliamo presto la mattina e Sonia ci offre il tè, che da queste parti si beve in abbondanza conversando piacevolmente sdraiati su un tappeto, nonostante che la donna parli solo kirghiso.
Passa veloce il sabato, completamente dedicato alle moto. I rottami persi dai camion sovraccarichi hanno trasformato la strada in un campo minato e abbiamo sei moto con le gomme a terra. Anch’io approfitto della pausa per sostituire le gomme da strada ormai usurate con nuove gomme tassellate, poi cambio anche l’olio motore e il filtro. Nel villaggio, di duecento anime, tutti si sono attivati per sfamarci e qualcuno ha notato che un pollastro ruspante manca all’appello: sarà la base della nostra cena.
La mattina successiva una strana notizia serpeggia nell’aria: una telefonata del nostro uomo in Cina ci avvisa che, nonostante che la dogana sia chiusa, ci faranno entrare. Una bandiera bianca verrà issata dalla parte cinese e sarà il segnale per i frontalieri kirghisi per farci passare. Carichiamo tutti i bagagli e ci presentiamo al responsabile kirghiso, che è seduto comodamente a tavola in pigiama per il pranzo. L’uomo ascolta con curiosità la nostra storia, si infila la divisa e, con un gruppo di militari, parte per appostarsi in mezzo alla terra di nessuno da dove è possibile vedere la bandiera bianca cinese.
Passano quattro ore fra telefonate dalla Cina del tipo “Vi stiamo aspettando, perché non venite?” Ma la bandiera non si vede e il comandante, che finora era stato gentile e paziente, comincia ad arrabbiarsi e ci “invita” a uscire dal posto di frontiera. È tardi per tornare a dormire al villaggio, fa freddo e alcune nuvole scure minacciano pioggia, così decidiamo di campeggiare vicino alla dogana. È un luogo tranquillo e di straordinaria bellezza, anche se c’è molta gente che va e viene. Ho lasciato KaTerina, la mia amata KTM, in una pietraia a poca distanza dalla mia tenda e la cosa mi preoccupa: non vorrei che qualche malintenzionato me la portasse via. Ma, adesso che ci penso, con la mia “amica” seduta sul sellino non potrà capitarle niente di male: chi tocca muore!
A mezzanotte arriva una pattuglia di militari che vuole vedere i passaporti. Inutile spiegare a gente che parla solo russo che i nostri documenti sono chiusi in dogana. Dopo un’ora di discussioni interviene il corrispondente, che dormiva sonni beati da qualche parte, e tutto ritorna tranquillo. Rientro nella mia “tenda imperiale” e rifletto sugli ultimi accadimenti.
Il destino me lo immagino come uno di quegli orologi complicatissimi nei quali a ogni lieve spostamento di un ingranaggio corrispondono centinaia di movimenti di altri meccanismi. Ogni momento è unico e irripetibile, anche se estremamente variabile, esattamente come la vita.
La sbronza cronica degli autisti kirghisi precipitati nel burrone ci ha fatto perdere tempo prezioso sulla tabella di marcia del viaggio, ma ci ha permesso di conoscere questo popolo incredibile che ci ha dato da dormire, ci ha sfamato e soprattutto ci ha trasmesso calore, affetto e un equilibrio che la nostra società piena di ansie, stress e mancanza di sicurezza non conosce più. Da queste parti la ricetta per essere felici è semplice proprio come la popolazione che vi abita: una famiglia, un tetto sopra la testa e la salute.
La terra di nessuno è zeppa di rottami e mi viene voglia di scendere dalla moto e farmela a piedi, poi, passato un reticolato dove tristemente noto i resti dell’alta tensione, ecco una curva e, finalmente, l’asfalto cinese. Nell’attesa faccio conoscenza con i militari che a turno vogliono assolutamente immortalarmi con le loro macchine fotografiche. La mia statura li diverte e vengo subito ribattezzato “tascian”, elefante!
I controlli sono tanti; ci viene consegnata la patente, il libretto di circolazione e la targa cinese. Poi un marchingegno elettronico controlla la temperatura corporea. Al tramonto, dopo aver fatto rifornimento, partiamo. La strada attraversa catene montuose color terracotta, dove l’erosione dell’acqua in alcuni punti rende il paesaggio quasi lunare. Saliamo di quota giusto in tempo per prenderci una bella grandinata, poi scoppia un violento acquazzone che mette a dura prova tutti noi. Arriviamo a Kashgar con il buio. L’hotel è moderno e confortevole e la cena, la prima in Cina, è un miscuglio di verdura e carne dai sapori diversi, ma niente male. Il tè invece non ha nessun sapore.
Kashgar è famosa per il suo colorato e ricco bazar, punto di riferimento dello Xinjiang, ma anche la città vecchia è interessante, caratterizzata da stretti vicoli e case in mattoni, dove sembra che il tempo non sia mai passato. Vi sono numerosi negozi di libri, copricapi e altri prodotti artigianali. Un vero labirinto polveroso è la zona dei maniscalchi, fabbri, carpentieri e gioiellieri. Visitiamo anche il mausoleo di Abakh Hoja e la moschea gialla di Id Kah con il suo immenso giardino, dove possono trovare posto ben ottomila persone.
Non pioveva da vent’anni nello Xinjiang, ma stamattina da un cielo grigio piombo scendono pesanti scrosci d’acqua e fa freddo, tanto da costringerci a indossare pile e tute antipioggia. Dopo trecento chilometri entriamo nel deserto di Taklimakan, dove non piove più ma imperversa una tempesta di sabbia, che non è rara in questo periodo dell’anno. Un vento teso laterale crea veri e propri turbinii di sabbia, riducendo la visibilità a pochi metri. In alcuni tratti il manto stradale è completamente coperto. Chissà come sarà felice il filtro dell’aria di KaTerina! Attraversiamo alcune oasi coltivate, piccole tregue nella tempesta, e arriviamo a Hotan abbastanza provati dopo 530 chilometri. Una cena veloce e finalmente a letto.
Wong, la guida, è un tipo simpatico e sveglio. Questa mattina decide per una “desert road” che non è nemmeno segnata sulle mappe. Molto sicuro di sé, dice: “È più lunga di 160 chilometri, ma in ottimo stato. L’altra invece è una ‘bad road’”. Man mano che passeranno i giorni impareremo il suo linguaggio e scopriremo che “bad road” è solo il primo gradino di difficoltà nella scala dei valori di Wong.
Finora abbiamo solo costeggiato il deserto, ma oggi, invece, seguendo le indicazioni di Wong, lo percorreremo. Lasciata Hotan, dove la vegetazione è scarsa, in meno di dieci chilometri siamo in pieno deserto. Magnifiche dune, apparentemente invalicabili, di un bel colore giallo e alte anche cento metri, ci annunciano che il Taklimakan non a caso si chiama “Chi entra non esce”. Alla prima occhiata sembra di essere in Libia, nell’erg di Awbari, e, controllando sulla mappa, mi rendo conto che il suo bacino è di 1500 chilometri: enorme! Mi viene subito in mente Marco Polo: come diavolo avrà fatto a passare di qui a piedi, senza strade, carte, gps?
“Quando i viaggiatori procedono di notte, se uno di loro rimane indietro, e poi cerca di ritrovare il gruppo, gli spiriti gli parlano e costui crede che siano i compagni, confondendolo al punto da non fargli più trovare gli altri. Molti così si son perduti”. Marco Polo, “Il Milione”, cap. 56.
D’accordo che aveva molto tempo a disposizione per i viaggi e non aveva problemi con le dogane, ma penso che, davanti a una simile vista, anche a un viaggiatore come lui saranno tremate le gambe.
Ci rendiamo subito conto che Wong aveva ragione: l’asfalto è magnifico. Peccato che la solita tempesta di sabbia copra a tratti con piccole dune il manto stradale, costringendoci a zigzagare. Fortunatamente i cinesi stanno realizzando su questa strada un lavoro colossale: vista l’impossibilità di tenere pulita la lingua d’asfalto dalla sabbia, stanno creando delle barriere protettive con delle piante. Niente di eccezionale se il lavoro fosse fatto sulla riviera romagnola, ma in un posto come questo, dove acqua non ce n'è, il lavoro vero è creare la rete d’irrigazione artificiale. Per duecentocinquanta chilometri stanno lavorando come pazzi da ambo i lati. Marco Polo, se ripasserà di qua fra trent’anni, troverà un bellissimo e ombroso viale alberato.
La pista che da Quiemo conduce verso Rouquiang sembra finalmente uscire dal deserto. Lunghi rettilinei puntano decisi verso le montagne, abbiamo l’illusione di arrivarci ma a un tratto una curva a novanta gradi ci riporta nel Taklimakan. Lo sterrato è buono e la nostra media elevata. KaTerina lascia dietro di sé una nuvola di impalpabile polvere bianca. Entriamo in una zona sabbiosa che si rivelerà una vera e propria trappola. Profonde impronte lasciate da mezzi pesanti ci mettono in grave difficoltà e superiamo alcuni camion finché… finiamo nel nulla: una cava di pietre che serve un grosso cantiere per la costruzione della nuova strada. Ritorniamo indietro ed entriamo finalmente nell’oasi della città e poi in albergo.
Ripartiamo presto perché ci attende una “very very bad road”, informa Wong. Appena lasciata l’oasi entriamo in una stretta gola tra pareti di fango e attraversiamo alcuni guadi. Una ripida salita ci porta a 3900 metri di altitudine: la veduta è mozzafiato. Aspre montagne color bronzo degradano verso valle, scavate da un travolgente torrente che, di tanto in tanto, forma pozze d’acqua limpida. Fanno da cornice alcune vette innevate. Comincia una facile discesa che in poco più di cento chilometri ci porta nei pressi di una cittadina. Fermo a una stazione di rifornimento riesco ad osservare meglio questo strano luogo, una cava di fosfati trasforma la zona in un deserto bianco: l’aria è irrespirabile e tutte le persone portano una mascherina protettiva. È un vero girone dantesco.
È il tramonto e siamo a Huatugou, su un altopiano ricco di pozzi petroliferi. Migliaia di persone hanno lavorato per anni nei campi di estrazione, poi, esauriti i giacimenti, hanno abbandonato la zona. L’aspetto della città è desolante: palazzi sventrati e vuoti, vie deserte e poco illuminate, case diroccate. La cena in hotel, poiché fuori i pochi ristoranti sono chiusi o vuoti, è scadente e quando, alla fine del pasto a base di verdure dai mille sapori, spaghetti scotti e insipidi, arriva la solita zuppona grigia e scialba, dai tavoli si leva un coro di proteste nei confronti del povero Wong, che per farsi perdonare offre a tutti “glappa cinese” e annuncia serafico: “Tomorrow, very very very bad road”! Per scongiurare la malasorte, tocco gli “amuleti”. Nella vita di tutti i giorni non sono superstizioso. È facile non esserlo con un buon bicchiere di vino rosso in mano, seduto comodamente in poltrona, davanti a un caminetto acceso, ma durante un viaggio in moto, lontano da casa, le cose cambiano e cerco di esorcizzare con qualsiasi mezzo i segnali di sventura.
Con questi presupposti e consapevole di avere davanti una pista difficile di 560 chilometri, inizia una giornata di sole, salute e felicità, “apparentemente” come le altre. Fin dall’inizio lo sterrato è pesante: buche, polvere, pietre grosse come meloni e decine di cantieri, dove migliaia di operai ci costringono a veri e propri percorsi di guerra incolonnati dietro mezzi pesanti carichi e molto lenti. Il gruppo delle moto si divide. Dopo cinque ore e duecentocinquanta chilometri di “fuga” con un gruppetto di quattro aspetto il resto della compagnia in una stazione di servizio. Seduto su un gradino, inganno il tempo giocherellando con il mio braccialetto di perline colorate comprato in Etiopia da un giovane Hamer. Voleva vendermi uno dei tanti bracciali per turisti, pacchiani, non belli, quelli con la scritta “Etiopia”. Aveva insistito tanto e io per chiudere la trattativa e non offenderlo gli avevo detto: “OK, lo compro, però voglio quello che hai tu al braccio ”. Lui rispose di no. Io avevo insistito dicendo che volevo un potente talismano e alla fine, a malincuore, se l’era sfilato dal braccio e me lo aveva dato. Gli avevo chiesto: “Pensi che mi porterà fortuna”? Lui aveva risposto senza esitazione: “Se tu ci credi, sicuramente”. Da allora lo porto con fierezza e grande rispetto e ci tengo in modo particolare. È un oggetto rudimentale, rosso e blu, mi piace tantissimo e... maledizione, si sta rompendo. Non posso aspettare che caschi da solo e rischiare di perderlo: allora d’istinto lo strappo via. Senza bracciale mi sento nudo, mi ha sempre portato fortuna. Rifaccio gli scongiuri.
Sono passate quattro ore e il gruppo non si vede, poi arriva una moto che porta brutte notizie. Le jeep e il pick-up hanno forato varie volte, Paolo ha piegato il cerchio anteriore della sua BMW 1150 GS su una grossa pietra, Fabio ha problemi con la frizione della sua Panda 4x4 e, per finire, anche Bruno ha una gomma a terra. Carlo, il nostro meccanico-gommista, oggi ha fatto gli straordinari aggiustando tutto quello che c’era da aggiustare. Sono le 19 e mancano trecento chilometri. Ripartiamo. Sono in pieno rettilineo a più di 100 km/h e KaTerina mi pianta: all’improvviso perde colpi, come se la benzina non arrivasse al carburatore, poi ammutolisce e si ferma. In un attimo è tutto finito. Rimango solo con la mia disperazione. Lhasa, addio.
Da quando ci frequentiamo, cioè da 50.000 chilometri, non era mai successo.
Provo a rimetterla in moto: niente da fare. Poi il miracolo, all’inizio il motore gira male, dopo pochi secondi, come per magia, è tutto a posto. Sono molto in apprensione e il buio ci sorprende sulla pista. La tensione del gruppo è alta: non si vede nulla, attraversiamo continuamente nuovi cantieri evitando cumuli di ghiaia, pietre, bidoni di lamiera abbandonati sulla strada. Arriviamo in cima al passo e miracolosamente ricomincia l’asfalto. Facciamo una sosta in una specie di bar, dove ci viene servito un tè che ci scalda un po’. Arriva Paolo con la gomma anteriore è semi afflosciata. Sono le 22 e mancano 120 chilometri.
La strada è una lunga discesa e Andrea fa da apripista con la sua KTM LC8, che ha fari molto potenti. È una notte senza luna, la volta stellata è uno spettacolo incredibile e mi sembra di volare. Folate di aria tiepida annunciano che stiamo scendendo di quota e sento il caldo abbraccio del deserto. Mancano venti chilometri quando Stefano rompe l’alternatore della sua BMW R 100 GS: Paolone gli cede la sua batteria. Arriviamo in albergo all’una di notte con un bilancio terrificante: sei forature per una jeep, due per il pick-up, due per le moto, problemi alla frizione per la Panda, un cerchio piegato, un alternatore bruciato e KaTerina sotto esame. Domani corro a comprarmi un braccialetto!
Approfittiamo della giornata di sosta a Dunhuang per fare manutenzione alle moto. La tensione di ieri è scomparsa dopo una sana dormita, ma sono come svuotato, senza forze. Visitiamo la “Grotta dei Mille Buddha” alla periferia della città: il complesso comprende oltre 700 grotte, più di duemila statue che raffigurano Buddha e più di 40.000 metri quadrati affrescati. Per il resto la città non offre altro, esclusa una cena da ricordare: carne alla griglia in un ristorante all’aperto nella piazza principale del paese. Straordinario il cosciotto di capra.
Golmud dista cinquecento chilometri. Dopo tanta fatica e peripezie sullo sterrato, oggi per KaTerina c'è solo asfalto. Finalmente usciamo dal deserto di Taklimakan e ci avviciniamo all’altopiano tibetano. Il cielo è velato e la temperatura è bassa. Sui lunghi e noiosi rettilinei mi capita spesso di abbassare la mano, come per ascoltare il cuore di KaTerina. Ogni tanto le parlo come si parla a una compagna e cerco di rincuorarla dopo il piccolo incidente dell’altro giorno. Lei, rinfrancata, sembra ringiovanire. Ritorno ottimista, Lhasa è vicina.
Lasciamo Golmud, anonima e rumorosa, sotto la pioggia e, dopo pochi chilometri, la strada sale di quota. Un autobus molto lento improvvisamente frena per un’inaspettata curva verso destra. Freno anch’io, ma KaTerina sull’asfalto bagnato non si ferma, costringendomi a un “dritto” fuori programma. Per fortuna c’è uno spiazzo prima del burrone e mi fermo. Arrivano Mirko e Nicoletta in sella alla loro BMW R 100 GS Paris/Dakar e non sono così fortunati: scivolano sull’asfalto viscido e cadono malamente. Nessun danno fisico, ma la moto purtroppo riporta seri danni: il coperchio valvole rotto e problemi gravi al cardano e al cambio. La moto viene caricata sul pick-up.
Finiscono a terra, per fortuna senza conseguenze, anche Gianni e la sua Yamaha, per una macchia d’olio resa invisibile dalla pioggia. Arriviamo in cima a un passo di 5100 metri, il tempo peggiora ed è davvero provvidenziale la tuta antipioggia. KaTerina arranca e stranamente non riesco a dare gas con le marce basse, mentre in quarta e in quinta raggiungo a fatica i 3500 giri. Non dovrebbe essere niente di grave, probabilmente un cocktail di problemi creati dall’altitudine, dall’umidità e dalla benzina sporca. La temperatura è di zero gradi e sul passo ci coglie un fitto nevischio, che per fortuna non attacca all’asfalto ma che ci informa che siamo entrati in Tibet. Ci fermiamo per la notte in un villaggio che assomiglia più a un rifugio per camionisti che a un paese. L’hotel è spartano, non ha le docce, ma è riscaldato con rudimentali stufe a legna. Si tratta di una stalla ristrutturata: un lungo corridoio separa due file di camere a tre letti e tutto sommato, a parte la puzza delle coperte, “molto vissute”, e i materassi, dove ha dormito tutto l’esercito cinese, non è male. Andrea, Carlo, Paolo e Stefano, una squadra di meccanici da far invidia a Valentino Rossi, si mette al lavoro. In poco tempo smontano completamente la moto di Mirko e a tarda notte finiscono il lavoro. È un vero miracolo: la moto funziona!
La notte trascorre lenta e insonne per tutto il gruppo, in preda al mal di montagna: 4900 metri di altitudine sono tanti.
Stanchi, sotto un cielo che non promette niente di buono, siamo di nuovo in sella. Appena usciti dal villaggio comincia una lunga salita che ci porterà a 5200 metri. Dopo pochi chilometri nevica come fosse Natale, in pieno agosto! La strada si imbianca in pochi minuti e siamo costretti a una sosta forzata in una locanda. Il posto di ristoro, riscaldato da una favolosa stufa posta al centro della stanza, è gestito da una simpatica coppia che ci offre tè al burro di yak. Verso mezzogiorno c’è una schiarita che ci consente di ripartire. La cima del passo sembra non arrivare mai: la strada è pulita dal passaggio di numerosi mezzi pesanti, mentre il paesaggio intorno è tipicamente “scandinavo”.
Qualche raggio di sole finalmente riscalda le umide ossa e scendiamo a valle, anche se sull’altopiano tibetano praticamente non si scende mai sotto i 4600 metri, accolti da una bella grandinata. Chicchi grossi come cozze rimbalzano sul cupolino di KaTerina e sul casco. Arriviamo a Nacqu dopo 430 chilometri veramente duri e alloggiamo in un moderno e comodo albergo con letti puliti e profumati, un elegantissimo bagno di ceramiche nere… dove la doccia e il water sono stati rimossi.
Ripartiamo sotto una fitta pioggia. Nessun problema: oggi, se tutto va bene, arriveremo a Lhasa. Decido di portarmi avanti, non perché non ami la compagnia degli altri motociclisti, tutt’altro, ma là davanti, senza riferimenti, “stacco un po’ la spina”. È una specie di stato di grazia che mi permette di vagare con i pensieri pur mantenendo una guida sicura.
Sono partito da un mese, ho percorso più di undicimila chilometri e mi sono completamente abituato ai ritmi dettati dal viaggio e dai continui cambiamenti climatici; sto così bene che potrei fare il giro del mondo in moto. A casa la mente è bombardata quotidianamente da pensieri che confondono i valori fondamentali della vita. È come stare in una libreria dove regna il disordine e quando cerchi di sistemare un libro non hai il tempo per farlo, oppure ne sistemi uno e altri dieci vanno fuori posto. È una lotta impossibile. In viaggio il cervello si libera dai pensieri superflui e lascia spazio a tutto ciò che è importante. Come per magia ogni cosa ha la sua collocazione: se hai bisogno di qualcosa, immediatamente la trovi. Mentre sono in moto, immerso nel viaggio, mi rendo conto di essere più vicino alle persone che amo più che in ogni altro luogo. Passano le immagini della mia famiglia, di chi mi aspetta sempre in apprensione, come mia mamma, Caterina, la mia dolce compagna, o di chi non c’è più ma rimane un punto di riferimento nel mio cuore.
Mio nonno Enrico pesava 130 chili e ogni mattina, con un giaccone di pelle che stava in piedi da solo, una sciarpa di lana arrotolata al collo e un paio di occhialoni da aviatore, partiva con la sua Moto Morini 125 cc a due tempi. Non andava lontano. A quei tempi, nei primi anni sessanta, la moto era più un mezzo di lavoro che di divertimento, ma ricordo bene la sua faccia quando saliva in moto. Aveva un volto soddisfatto, da viaggiatore. Chissà, forse ho preso proprio da lui la passione per la moto.
Centosettanta chilometri volati in un attimo; neanche mi sono accorto delle magnifiche montagne verdeggianti, degli animali al pascolo, del fine nevischio che rimbalzava sui miei occhiali, del tratto fangoso che ha cambiato per l’ennesima volta il colore della moto e degli indumenti e dell’enorme yak grigio che mi inseguiva perché probabilmente aveva scambiato KaTerina per un sua vecchia “fiamma”.
Meno di 130 chilometri mi separano da Lhasa; sembra passato un secondo dal giorno della partenza. Il benzinaio sotto casa mia, mentre mi faceva il pieno di carburante, mi aveva chiesto: “Dove vai?” Avevo risposto: “In Cina”. E lui: “Cosa fai, mi prendi in giro?”
Sembrava davvero uno scherzo, e allora, per non dimenticarmi della meta avevo scritto sulla piastra del manubrio: “Goooooo… to Lhasa”, poi avevo sussurrato nelle prese d’aria di KaTerina: “Te la senti di portarmi in Tibet?” Lei, come sempre, non aveva risposto, ma aveva capito. Strapazzata dal caldo insopportabile dei deserti, umiliata dai carburanti “poveri”, privata di buona parte di energia dalle altitudini aeronautiche, porterà pazienza ancora per un po’.
Inizia una lunga discesa: la velocità è elevata, il paesaggio circostante scorre veloce, quasi sfuocato. Che fine avrà fatto la mia “compagna” del sellino posteriore? Immagino sia indaffarata come sempre a “falciare” vite! Da queste parti viene continuamente beffata! Appena un’anima lascia il suo corpo mortale, subito si reincarna in un altro e lei non sa più che pesci pigliare. Poverina!
Usciamo da una stretta gola che immette su un viale alberato; pochi chilometri, un rettilineo, poi appare improvvisamente una grande scritta: “Welcome to Lhasa”!
Accosto a destra e attendo le jeep. Ho promesso a Roberto, il nostro motociclista "di riserva”, di aspettarlo. Ha sostituito in più di un’occasione i motociclisti “titolari” impossibilitati alla guida per febbroni, mal di pancia e acciacchi di ogni genere. Motociclista fino al midollo, mi sembrava giusto che entrasse a Lhasa in moto. Non me ne voglia KaTerina per il peso supplementare che dovrà sopportare per questi ultimi chilometri.
La città, cuore e anima del Tibet, è moderna, ma la visione del Potala mi crea una forte emozione. È enorme, bianco e ocra: sembra una fortezza.
Durante la visita guidata mi rendo conto che il simbolo del potere tibetano è un immenso museo. Interessante il suo interno, con più di duemila stanze collegate da stretti corridoi e anguste e ripide scale. La mia sensazione, nonostante ritenga sia un posto straordinario, è che nel Potala manchi la luce e di conseguenza la vita. Sembra un luogo sprofondato in un lungo letargo, che aspetta il ritorno di un soffio vitale. Il Dalai Lama è in esilio in India da troppi anni.
Visitiamo anche il Jokhang, l’edificio sacro più venerato del paese, brulicante di fedeli, dove si respira un’aria magica. Chiudiamo questa giornata sul tetto del palazzo che ci regala l’ultima immagine del Potala e della città proibita. Ho visto alcune vecchie foto di questa città, scattate prima del 1950, anno dell’occupazione cinese, che si concluse con un milione e duecentomila morti da parte tibetana e la distruzione quasi totale delle costruzioni storiche del paese. Shol, il villaggio ai piedi del Potala, è scomparso per fare posto a un'enorme piazza moderna in stile Tiananmen, dove è stato innalzato un monumento alto 30 metri per celebrare il cinquantesimo anniversario della “liberazione”.
Lhasa propone ai visitatori il meglio e il peggio del Tibet contemporaneo. Nonostante offra ancora testimonianze storiche di pregio, è qui che il dominio cinese mostra in maggior misura il livello di modernizzazione. Lascio questa città con molta malinconia, nella speranza che in futuro il Tibet abbia maggiore autonomia.
Facciamo una rapida visita al monastero di Sera, a soli cinque chilometri da Lhasa, e proseguiamo per il monastero di Ganden, arroccato su un monte dove si può ammirare la stupenda valle Kyi-chu. Arriviamo giusto in tempo per ascoltare i monaci mentre intonano i loro canti-preghiere. L’intensa giornata finisce a Zhigung, uno sperduto villaggio di montagna, dove è possibile visitare l’omonimo monastero che ospita un “Dhurtro”, ossia un luogo dove i defunti, dopo essere stati fatti a pezzi, vengono lasciati agli uccelli. Pernottiamo in una guest-house. L’alloggio, spartano, offre diverse camere a più letti. Le pareti sono completamente decorate e il soffitto ha travi in legno dipinte di blu intenso che contrasta con l’arancio delle tende. Non ci sono docce e i bagni al primo piano, raggiungibili da un ponticello di legno all’aperto, sono tipicamente tibetani: locali spogli, con due spaccature di un metro per quaranta centimetri sul pavimento e sotto… un tanfo incredibile.
Ripartiamo puntando nuovamente su Lhasa per proseguire verso est, seguendo il corso del fiume Yarlung fino a Tsedang, terza città per grandezza del Tibet, che non ha molto da offrire ma è un’ottima base di partenza per visitare il monastero di Samye. È il più antico monastero del Tibet, con 1200 anni di storia alle spalle. Situato in una valle sabbiosa, è raggiungibile attraversando il fiume con rudimentali barche. Il disegno architettonico si basa su quello del tempio di Odantapuri, a Bihar, in India, ed è una rappresentazione mandalica dell’universo. Il tempio centrale simboleggia il monte Meru, mentre i templi, disposti tutt’intorno in due cerchi concentrici, rappresentano gli oceani, i continenti e i subcontinenti che circondano la montagna nella simbologia buddhista. Durante la nostra visita, alcuni giovani monaci sono intenti alla realizzazione di un mandala con le polveri colorate. In un angolo noto un anziano monaco solitario, che prega ciondolando con il corpo. Mi avvicino e mi siedo accanto a lui, che mi sorride. D’istinto, allungo la mano e stringo la sua. La stretta sembra durare un’eternità. Il monaco mi trasmette grande serenità e benessere e mi rendo conto che potrei raccontare a quest’uomo tutta la mia vita; sembriamo amici da sempre. Esco da questo luogo magico e noto con piacere che mi sta seguendo con lo sguardo, senza smettere di pregare: il sorriso è dolcissimo.
Io e KaTerina non eravamo mai stati a 5450 metri di altitudine!
Ancora una volta il destino ci riserva grosse sorprese. Da Tsedang a Gyangzè sono “solo” trecento chilometri di tragitto asfaltato. Wong ci informa che un enorme cantiere di 250 chilometri ci sbarra la via. In Cina non hanno problemi di mano d’opera e fanno le cose in grande. Migliaia di persone lavorano di gran lena e molto ben organizzati: in pochi mesi asfalteranno centinaia di chilometri. L’alternativa sarebbe quella di seguire la pista per Nyemo, per un passaggio secondario, ma una frana chiude anche questa possibilità. L’unica soluzione che ci rimane è quella di ritornare a Lhasa, andare a nord per ottanta chilometri e poi prendere la “mulattiera” che conduce a Xigazè. Uno scherzo da seicento chilometri e… “very very very bad road, but wonderful place” aggiunge il mitico Wong, che viene coperto di ingiurie.
Nei primi chilometri il tracciato è buono, poi un gigante di roccia ci sbarra la strada, le pendenze si fanno impressionanti e il paesaggio maestoso. KaTerina arranca sulla ripida salita e l’ammortizzatore posteriore, già provato dal viaggio, scoppia definitivamente, lasciandomi una moto che a ogni dosso salta come un canguro. Un paio di tornanti da brivido, le “bandierine-preghiera” colorate e la mancanza d’aria, che mi fa sentire come un giovanotto di novant’anni, annunciano che finalmente sono in cima al passo. La discesa è lunghissima, tra verdi vallate e fiumi tortuosi color fango. A una sosta su una diga ci raggiunge una delle due jeep con notizie poco confortanti: l’altra ha problemi con la pompa della benzina.
Il gruppo dei motociclisti decide di proseguire per evitare il buio che incombe. Ricomincia l’asfalto: solo pochi attimi di tregua, poi la guida ci indica una “scorciatoia”. Il paesaggio è straordinario, con sparuti villaggi, deboli corsi d’acqua, piste sabbiose e simpatiche popolazioni locali. Una vera prova speciale enduro di quaranta chilometri, molto divertente.
Gli ultimi chilometri li percorriamo con il buio. Arriviamo alle 23 a Gyangzè, dopo aver evitato alcuni carretti sprovvisti di luce, grosse pietre abbandonate sul selciato e montagne di ghiaia. La città, completamente sottosopra per lavori, ci costringe a un ultimo e faticoso percorso di guerra. Quindici ore di moto per oggi bastano!
Chi arriva in questa città ci viene per visitare il Kumbum. Situato nel complesso monastico che comprende il monastero di Pelkor Chode, ha una struttura di 35 metri, composta da quattro piani simmetrici e sormontata da una cupola d’oro che s’innalza come una corona su quattro paia di occhi che guardano serenamente verso i quattro punti cardinali.
Abbiamo solo mezza giornata per visitare questo luogo, poi tutti in sella per Xigazè, che dista soltanto cento chilometri. Un breve trasferimento rilassante, se non fosse per la gomma posteriore di Bruno, scoppiata e finita letteralmente in pezzi, che ci fa perdere due ore. Arriviamo in città nel primo pomeriggio, giusto in tempo per visitare il monastero di Tashilhunpo, il più grande aggregato monacale del Tibet, separato dalla città da una cinta muraria. È l’unico ad avere superato la tempesta della Rivoluzione culturale e, tra le note dolenti, c’è anche il fatto che alcuni monaci pare siano in combutta con le autorità cinesi, anche se non ci sono prove per avvalorare queste ipotesi.
Da Xigazè in poi, l’asfalto è utopia. Lo sterrato in compenso è buono: talvolta raggiungiamo velocità elevate, altre volte buche enormi ci rallentano molto. In tre ore percorriamo 150 chilometri e raggiungiamo Lhazè, dove inizia una salita che ci porta di nuovo a 5200 metri prima di arrivare a Tingri, nel Qomolangma National Reserve, dove ci sono alcune delle cime himalayane più importanti. Pernottiamo a Old Tingri in una guest-house spartana ma accogliente. Le camere non hanno bagni privati, ma un grosso contenitore sul tetto con la scritta “shower” ci fa intendere che è possibile fare una doccia bollente, un vero toccasana dopo 300 chilometri di pista.
Oggi è un giorno importante, perché ci aspetta una dura, ma esaltante prova: arrivare al campo base Everest! Partiamo alla spicciolata e Bruno ha già una gomma a terra. A un cartello blu dove una scritta recita “Qomolangma Base Camp 101 km”, ossia Everest Campo Base, lasciamo una facile pista pianeggiante per una specie di mulattiera tanto stretta da permettere il passaggio a una sola auto alla volta. KaTerina sobbalza paurosamente fra buche, pietre e fango, ma non molla. Di tanto in tanto incrocio alcune jeep: una, guidata da un pazzo, per poco non mi centra in pieno. È come una tappa di montagna del Giro d’Italia in bici: Gianni è davanti a me di parecchi chilometri, da dietro ogni tanto sbucano Paolo o Stefano, ma sono solo, lanciato verso il Gran Premio della Montagna, quando leggo in cima al passo 5200 metri. La veduta è sconvolgente! Seduto comodamente sulla moto, posso vedere davanti a me alcune delle vette più importanti del mondo: Cho-Oyu, 8153 m, Lhotse, 8511 m, Makalu, 8481 m, Changtse, 7583 m, e l’Everest. Arrivo in un villaggio e l’accoglienza e’ calorosa. Mancano solo cinquanta chilometri, ma l’ultimo tratto è veramente duro. Dopo una bella salita e una gola con le pareti a strapiombo su un dirompente fiume imbocco un tornante che mi toglie la visuale; di nuovo un tratto molto ripido e poi una visione da togliere il fiato. Circondato da nuvole bianche, ma perfettamente visibile, enorme, spicca il monte Everest, la montagna più alta del pianeta. È con una forte emozione che “parcheggio” KaTerina in bella vista al campo base a 5300 metri per le foto di rito. Abbiamo percorso insieme 13.700 chilometri e ora siamo qui a goderci questo spettacolo straordinario.
C’è solo il tempo di osservare alcuni yak carichi di una spedizione olandesche si avviano verso il campo base avanzato e di mangiare un piatto di riso, poi il tempo peggiora e decidiamo insieme a Gianni, Stefano, Bruno, Paolo e Fernando di scendere a valle.
Dopo pochi chilometri, Paolo rimane con una gomma a terra ed è costretto ad aspettare la jeep, mentre il resto del gruppo arriva davanti all’indicazione "Old Tingri 50 km". La guida tibetana ci aveva sconsigliato questa pista, ma, considerando che ci farebbe risparmiare 50 chilometri, ci eviterebbe il passo a 5200 metri, dove alcune nuvole nere minacciano pioggia, e soprattutto visto che i motociclisti sono un misto di incoscienza e ardore, ci guardiamo tutti in faccia per qualche secondo, poi andiamo avanti per la via più breve. Per i primi chilometri zigzaghiamo dentro e fuori un torrente, attraversiamo alcuni villaggi ed evitiamo pietre grosse e taglienti, poi, dopo una lunga salita, la pista scompare nella pietraia. Seguiamo il nostro istinto, che ci porta dritti sull’orlo di un burrone; scendiamo a tentoni da una scarpata finché ritroviamo la pista. Tutti noi pensiamo di essere fuori dai guai, ma un’altura di granito ci sbarra il cammino; siamo costretti a entrare nel letto di un torrente in una gola da brividi. Quando Old Tingri è finalmente in vista, quindi, la soddisfazione è alta. Francamente siamo stati tutti bravi, ma Bruno e Fernando, con moto pesanti come una BMW R 1100 GS e una BMW R 80 GS e 133 anni in due, davvero straordinari.
Il gruppo si ricompatta dopo circa tre ore. Mirko, purtroppo, ha rotto la sua BMW: il supporto dell’ammortizzatore ha divelto la fusione del cardano e la moto, inservibile, è stata caricata su un camion.
È l’ultima sera in Cina; da domani niente zuppona!
Dopo duecento chilometri arriviamo a Nyalam, che è arroccata tra le montagne. La traduzione del nome della città è piuttosto sinistra: “la porta dell’inferno”! Infatti sembra proprio di scendere agli inferi, tra nuvole biancastre che sembrano vapori di zolfo. In pochi chilometri scendiamo dai 4000 metri della Cina, dal clima secco e fresco, ai 1800 metri del Nepal, dal clima monsonico. La strada, tutta di pietre, è scavata nella parete rocciosa della montagna e la fitta pioggia ci costringe a passare sotto numerose cascate. Dopo avere attraversato il “Ponte dell’amicizia”, arriviamo alla dogana nepalese. Le notizie non sono buone: alcune frane bloccano la via per Katmandu. È tardi e ci fermiamo nell’unica guest-house di Kodari, la cui posizione è raccapricciante: una cascata da un lato e un torrente gonfio di acque limacciose dall’altro. La cucina nepalese è ottima, ma terribilmente piccante. Le camere, invece, “pestilenziali” e sporche, con i letti uno attaccato all’altro.
Partiamo presto la mattina, grazie anche al fuso orario di due ore favorevole. Carichiamo tutti i bagagli su un camion per la modica cifra di duecento dollari: ci porterà fino alla prima frana, che dista sei chilometri. Lo smottamento ha un fronte di circa trecento metri; dalla montagna sono precipitati numerosi macigni e detriti, poi l’acqua piovana ha scavato due piccoli torrenti. Una cosa è subito chiara: sarà dura passare in moto e impossibile transitare in auto. Infatti, le moto passano a fatica; ogni pilota ha almeno quattro assistenti che lo aiutano nell’impresa. Il mezzo di Mirko viene trasportato a braccia con l’ausilio di alcuni pali e per Fabio e la sua Panda 4x4 non c’è niente da fare. Ricarichiamo tutto su altri mezzi, poi risalgo per l’ennesima volta la frana. Fabio e io ci salutiamo. Lui, ottimista come sempre, mi dice che ha visto un piazzale tranquillo dove passare la notte. Ci lasciamo con le lacrime agli occhi; questo posto è troppo piccolo e pericoloso anche per un grande viaggiatore come lui.
Allontanandomi verso valle noto un certo fermento: il villaggio si è accorto che il crollo ha bloccato Fabio e, a occhio, almeno duecento persone stanno lavorando con pale, picconi e tanta buona volontà. Scendiamo a valle e dopo cinque chilometri una frana di fango blocca il camion che trasporta i bagagli, mentre le moto passano facilmente. Nuovo trasbordo di valigie su nuovi mezzi. Marco con la sua BMW R1150 GS scende a passo d’uomo, ma non può evitare un ragazzino carico di canne che gli attraversa improvvisamente la strada. L’urto è inevitabile, il bambino ha una contusione alla testa, scoppia un po’ di confusione, arriva il padre del piccolo e decidiamo di accompagnarlo in un ospedale che dista 70 chilometri. Improvvisamente, sbuca la Panda di Fabio: i duecento volontari sono riusciti a fare in poche ore quello che un bulldozer avrebbe fatto in due giorni. Carichiamo il bambino sulla Panda e partiamo.
Il gruppo dei motociclisti si divide come sempre e io mi ritrovo da solo su questa strada che alterna pietre e fango a tratti asfaltati. Scoppia un nubifragio e decido di fermarmi in una piccola rivendita appena oltrepassato un villaggio. Ho molta sete e il proprietario, gentile, mi fa sedere all’interno del negozio, di due metri per due. Da un lato, una porta mi mostra il locale cucina. Due donne, una con un neonato in braccio, siedono su due delle tre sedie, differenti l’una dall’altra, e un uomo siede su una panchina in legno, intorno a un tavolo, mangiando qualcosa. Sotto il tavolo, una gallina nera becca qua e là indisturbata e sopra una mensola appesa a un muro a due metri di altezza una chioccia sta covando le uova dentro una scatola di cartone. In un baleno mi ritrovo con un piatto fumante in mano. Il cibo è molto piccante, si tratta sicuramente di pollo e verdura. Improvvisamente, un grosso topo nero e lucido attraversa il locale e si infila sotto le mie gambe facendomi sobbalzare. I miei gentili amici, niente affatto sorpresi, mi guardano e sorridono.
La potenza del monsone è impressionante; acqua a fiumi per un’ora, poi, di colpo, il sole, e l’asfalto si asciuga in pochi minuti. Riprendo il viaggio; alle mie spalle sbuca Bruno e percorriamo insieme un tratto di strada fra campi coltivati, villaggi, animali che riposano sul selciato, montagne e vegetazione lussureggiante. Mancano solo trenta chilometri a Katmandu e decidiamo di aspettare il gruppo vicino all’ospedale dove Fabio ha accompagnato il nostro piccolo amico infortunato. Gli accertamenti e le lastre hanno dato esito negativo; solo alcune escoriazioni e un po’ di spavento. Arriva Paolo ed è molto agitato. Alcune moto sono rimaste intrappolate da una “colata” di fango scesa in seguito all’acquazzone. Niente di grave, ma un’altra faticata per “guadare” la frana con la melma fino alla cintola.
Ripartiamo verso la capitale del Nepal e scoppia un nuovo temporale. Arriviamo in città all’ora di punta: il traffico è intenso, ma la gente sembra abituata a simili acquazzoni. Per me e per KaTerina, dopo 14.000 chilometri, è una doccia purificatrice. Arriviamo in albergo nel centro della città che è quasi buio grazie a un taxi che ci indica la via. Ottimo l’hotel, per dieci dollari a testa.
Usciamo in perlustrazione nella tarda mattinata, ma ci aspetta una brutta sorpresa. Alcuni ostaggi nepalesi sono stati barbaramente uccisi in Iraq e, di conseguenza, alcuni manifestanti si sono scagliati contro la minoranza musulmana, incendiando negozi e altro. La situazione è pesantissima. Alle 14 il governo impone il coprifuoco. L’aspetto di una città con cinque milioni di abitanti sotto coprifuoco è spettrale: negozi chiusi, posti di blocco militari ovunque, niente auto né persone. Un vero deserto. Non abbiamo scelta: dobbiamo stare chiusi in albergo. Passa un giorno e il coprifuoco viene riconfermato a oltranza. Decidiamo allora di lasciare Katmandu e trasferirci a Baktapur, a venti chilometri di distanza. Lasciamo l’albergo durante il coprifuoco: la città in alcune zone è stata saccheggiata e bruciata. I resti di alcune barricate di gomme incendiate rimangono a testimoniare la lotta che si è svolta ieri. Usciamo in fretta dalla città sotto il controllo dell’esercito che ci guarda più con curiosità che con preoccupazione.
Baktapur è una stupenda cittadina, dove le case sono completamente in mattoni, ricca di templi e di gente rilassata. Finalmente un po’ di pace.
È l’ultima tappa quella che da Baktapur ci porta nell’area cargo di Katmandu, dove consegneremo le moto per la spedizione aerea in Italia.
Rientro ancora una volta in questa città sotto coprifuoco che il destino beffardo mi ha negato e interpreto la cosa come un invito a ritornarci in una prossima avventura. Un lungo rettilineo, poi intravedo la costruzione di mattoni rossi dell’aeroporto, una curva e... quasi dimenticavo: che fine avrà fatto la mia amica seduta dietro?
Guardo nello specchietto e rivivo in un attimo tutte le emozioni provate.
E tu “amica” mia, dove sei? Rimani pure lì se vuoi, seduta, comoda, non mi dai fastidio, anzi mi fai apprezzare di più la vita. Continua pure a muovere le pedine sulla scacchiera della vita, io cercherò di inventarne sempre di nuove per resistere. Sappiamo bene tutti e due che alla fine tu vincerai, ma non adesso, ho ancora voglia di curiosare in giro per il mondo, di ubriacarmi di emozioni, di arricchire il mio spirito.
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Ultima modifica di pidienne; 13-11-2005 a 02:30
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Vecchio 13-11-2005, 02:34   #183
pidienne
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Come ti ho scritto nel MP ho ritrovato l'articolo pubblicato qui:

http://www.mototurismo.it/mtser5.html
postato sotto, grazie.
c'è avventure nel mondo di mezzo... sono sempre più persuaso della opportunità di affidarci al loro 'fai da te':

http://www.viaggiavventurenelmondo.i...omefaidate.php
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Vecchio 14-11-2005, 11:00   #184
pidienne
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il topic è fermo da due gg... e vabbè, ma allora ditelo che non ne vogliamo più parlare!
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Vecchio 14-11-2005, 11:36   #185
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Originariamente inviata da pidienne
il topic è fermo da due gg... e vabbè, ma allora ditelo che non ne vogliamo più parlare!

Fai il bravo
E controlla la mail nel primo pomeriggio che trovi tutti i dati che ti servono :P
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Vecchio 14-11-2005, 11:41   #186
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Fai il bravo
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sono online tutto il giorno per ricerche bibliografiche!
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Vecchio 18-11-2005, 17:34   #187
brewer
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UP UP UPPETE


Senno' mi muore il thread!!!


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Vecchio 18-11-2005, 17:36   #188
ale4zon
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Noi allora abbiamo deciso per il 26-27....tu proprio non ce la fai vero?
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Vecchio 18-11-2005, 17:36   #189
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Il topic è poco attivo, siamo tutti in attesa di vederci....
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Vecchio 18-11-2005, 17:40   #190
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Originariamente inviata da mascam
Sono stato via per due giorni ma vedo che questo argomento è più che quotato!

Bene, bene, a confrontarsi e a scambiarsi le proprie esperienze, non può che uscirne un buon programma!

Allora chi di voi ci sarà all'incontro in agriturismo ad Arezzo per i giorni 26 e 27 Novembre?

Argomento di discussione?............. ovviamente "La via della seta"!


Veloci signori visto che ale4zon deve prenotare entro oggi!

A proposito ci fai sapere quanto viene?

Accorrete numerosi, sarà una buona occasione per iniziare a sognare!

Ciao.

Io ci sono 99%, Ale
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Vecchio 21-11-2005, 17:44   #191
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ma siete tutti in altre faccende affacendati o state preparando sorprese per l'incontro di arezzo?
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Vecchio 21-11-2005, 18:29   #192
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Siamo in attesa....
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Vecchio 25-11-2005, 19:58   #193
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http://www.tuttocina.it/viaggi/distcitt.htm
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Vecchio 26-11-2005, 21:22   #194
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Caspita che bello....
solo che non è da fare con zainetto, chi le va a spiegare che ....
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Vecchio 27-11-2005, 13:58   #195
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Ciao a tutti,

io e la mia zavorrina siamo molto interessati a questo viaggio, a gennaio ritirerò la mia prima BMW, F 650 GS, e saremo pronti!

Intatnto vi giro questo link, qualora non fosse già stato segnalato:

http://www.raidinside.it/

Terrò gli occhi ben aperti su questo topic!
 
Vecchio 27-11-2005, 18:39   #196
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ripropongo un link che mi sembra di gran riferimento:

http://www.bmwmcpadova.it/Assets/Ima...2005_index.htm

in sintesi: 17.000 km in 5 settimane!









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KTM 990 Adventure MY2006
KTM 640 Adventure MY2003

Ultima modifica di pidienne; 27-11-2005 a 18:46
pidienne non è in linea  
Vecchio 27-11-2005, 21:13   #197
Pet
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Originariamente inviata da fuser
Intatnto vi giro questo link, qualora non fosse già stato segnalato:

http://www.raidinside.it/
ma questo Tour Operator non fà viaggi in Cina!!!!!

Lamps
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Lasssssialaaa andare Zio Pork
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Vecchio 28-11-2005, 01:57   #198
fuser
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ma questo Tour Operator non fà viaggi in Cina!!!!!
si, ma può essere un supporto sotto vari aspetti se qualcuno ha già avuto a che farne.
 
Vecchio 28-11-2005, 11:22   #199
brewer
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Ma il we cinese ad Arezzo ha portato a qualche conclusione? Proposta piantina???
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Vecchio 28-11-2005, 12:07   #200
ale4zon
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Allora....

Innanzitutto grazie agli eroi che nonostante il tempo sono arrivati sfidando arno e tevere

Da un pomeriggio e una serata di lavoro sono emerse le seguenti considerazioni (sia chiaro che non è che ad Arezzo si decidesse niente per tutti, diamo solo un contributo):

1 L'itinerario fino a Pechino (o da) è troppo lungo, sono minimo 15k km.
2 Esiste un rischio estremo di fallimento connesso a visti, permessi di transito ed ingresso ecc.
3 E' indispensabile un servizio di appoggio (in cina obbligatorio a quanto pare)
4 I costi sono molto alti per tutto quanto detto sopra.

Chiaro che di questi 4 punti possiamo parlarne per pagine e pagine.
Però dovete sapere che ci ha balenato anche l'ipotesi di alcune alternative, dalla meno gettonata a quella che ci ha preso di più:
1 Accorciare l'itinerario (iran? Uzb?)
2 Cambiare l'itinerario.

In relazione al punto 2 è spuntata l'ipotesi di un Buenos Aires - Guayaquil o Lima (+ prob inverso). Qualcuno potrebbe sfruttare l'occasione per lasciare la moto giù nell'inverno successivo andare in patagonia.

Sulla fattibilità e il costo umano credo di poter spendere qualche parola di garanzia, visto che sono già stato lungo tutto l'itinerario potenziale. L'uso di un mezzo di appoggio si limiterebbe all'altopiano boliviano. E' un percorso fattibile anche con bagagli e passeggero e non ci sono problemi di autronomia. Anche in caso di guasto meccanico grave è relativamente semplice rimediare o riportare la moto a casa.

Ci siamo sentiti poi con Pidienne. Siamo rimasti d'accordo che lui porta avanti la prefattibilità della via della seta. Io invece comincio con la fattibilità della via delle ande. Vi anticipo che la cosa conveniente sembra essere la spedizione della moto in aereo.

Entro un paio di settimane conto di aver preparato una bozza di itinerario cl dettaglio dello stato delle strade/piste, un budget preliminare ed una descrizione del viaggio con foto.

A voi la favella
Ale
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