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08-09-2018, 11:53
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#1
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Il GPS umano
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GIORNO 11 – 13 AGOSTO 2018
Dushambe – Isfara (432 km in moto)

La strada che da Dushambe sale verso nord è veramente ottima e nuova di zecca. Si fila veloci, stando attenti a non farsi beccare dalla polizia imboscata sotto i platani.
Lunghi tratti non continui sono a pedaggio, però le moto non pagano. Del resto in Tagikistan praticamente non ce ne sono, per cui tanto vale farle viaggiare gratis. La perdita economica è davvero minima.
Ad ogni casello, sia in entrata che in uscita, casellanti e poliziotti si fanno in quattro per dirci dove e come passare, di solito in contromano. La cosa curiosa è che nei tratti a pedaggio ci sono paesi (in pratica è come se da noi piazzassero dei caselli sulle strade statali), per cui non ci è chiaro se chi ci abita per entrare e uscire debba pagare ogni volta.
Arriviamo a razzo ad un altro fondamentale bivio: diritti si sale alla famosa galleria per asfalto ottimo, mentre a destra c’è l’incognita dell’Anzolb Pass (3.372 metri).
Sappiamo che ora la galleria è illuminata, tuttavia, se le luci sono come i lumini che abbiamo incontrato nelle gallerie più brevi che precedono quella più lunga famosa, anche no!
Chiediamo ad un gruppo di camionisti se il passo è transitabile. Ognuno dice la sua: capiamo che si passa solo in moto, ma non ci è chiaro come sia messa la strada. Tanto vale provare.
Partiamo pieni di incertezze, e soprattutto con il terrore di bucare il posteriore, perché siamo senza mastice e la camera di riserva che abbiamo dietro è bucata. La strada comincia subito a salire e non sta messa benissimo, perché di fatto è abbandonata a se stessa e chiusa al traffico da parecchio tempo.
Il fondo è più accidentato di quelli fino ad ora percorsi, però si procede senza particolari casini. In qualche punto troviamo massi enormi che lasciano solo uno stretto varco per passarci a fianco e, in altri punti, frane scavalcabili solo in moto.
Giunti in cima, un ricovero per pastori e capre in mezzo alle antenne sono tutto ciò che esiste.

Anche questa è fatta. E a futura memoria ci mettiamo in posa.

Poi a me viene il solito attacco di deficienza…

Dall’altro versante, nuove montagne si perdono all’orizzonte dietro ai pascoli. Il percorso sembra più facile: intuiamo le serpentine che scendono a fondovalle e da quassù non dovrebbero presentare ostacoli.

Col fischio. Perché dopo qualche centinaio di metri, c’è un'altra frana da superare, fattibile solo in moto. E pensare che il pastore poco prima ci ha detto che lui sale tranquillamente in macchina. Saranno le radiazioni delle antenne…
In realtà fa più impressione che altro e la scavalchiamo senza problemi.


Questo era l’ultimo ostacolo. La discesa infatti scorre tranquilla fino in fondovalle, che pullula di piccoli villaggi senza auto perché qua la gente si sposta sugli asini. Fortunatamente un solo cane incazzato.
Ad un posto di blocco un pulotto anzianotto con panzetta si mette il cappello e scatta sull’attenti. Poveretto, voleva fare bella figura. Il suo compare, invece scazzato, ci controlla svogliatamente i passaporti e ci fa passare. Seguono altri villaggi lungo la strada piuttosto scassata fino ad incontrare di nuovo l’asfalto.
E via filati verso Khujand, la seconda città del Tagikistan. Avremmo potuto fermarci qui, e sarebbe stato anche meglio, tuttavia abbiamo ancora tempo e decidiamo di proseguire.
Arriviamo ad Isfara, l’ultimo avamposto tagiko prima del confine. Cerchiamo da dormire, ma l’unico albergo a nostra conoscenza è chiuso in quanto semi crollato. Fermiamo un tizio a caso lungo la strada, che subito ci dà una mano a trovare una sistemazione.
In città non c’è molto, anzi c’è un’unica guest house degna di questo nome, ma è piena. Quindi dopo un po’ di giri ci sistemiamo in un altro tugurio di quelli belli di ghisa, gestito da un vecchio marinaio della flotta russa.
Le moto ce le fanno parcheggiare dentro un laboratorio di serramenti in alluminio. Quindi siamo invitati a cena fuori dal tizio incontrato per strada, che passa a prenderci con la sua Lada.
Faceva il direttore di banca, ma è stato licenziato quando questa è fallita l’anno scorso, come quasi tutte le banche di questo paese. Ha voglia di raccontarci della sua vita e dei suoi affari e di riprendere il suo inglese arrugginito. Così scopriamo che si è reinventato: ha messo su una sauna a pagamento e una fabbrica di graniglie per l’edilizia (in pratica con un macinino da caffè in mezzo a un campo, macina una pietra locale e le bottiglie vuote di birra). Fa buoni affari a quanto pare.
Ma soprattutto guadagna sull’importazione illegale di valuta dalla Russia: in pratica tutto il nero derivante dalla vendita di albicocche disidratate, di cui Isfara è uno dei maggiori produttori mondiali. Ci spiega il meccanismo di corruzione che ha messo in piedi e le modalità che ha escogitato per far entrare illegalmente milioni di dollari in contanti. E’ un lavoro duro e rischioso e le ruote da ungere sono parecchie. Vi risparmio però i dettagli…
Mangiamo benissimo borsch e spiedini di carne in un garden restaurant di sua conoscenza piuttosto imboscato. Sebbene ci sia il Ramadan, la cameriera cessa e grassa, ma gentile, riesce a procurarci la birra, che arriva al tavolo dentro buste di platica nere per non dare nell’occhio… almeno fino a quando non ci mettiamo a scolarcela a canna.
Non riusciamo ad offrire la cena, né a pagare la nostra parte…
Questa sarà la nostra ultima notte in Tagikistan.
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Massimo Adami
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08-09-2018, 19:04
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#2
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Il GPS umano
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GIORNO 12 – 14 AGOSTO 2018
Isfara – Osh (254 km in moto)

La frontiera è davvero a due passi. Dalla parte tagika però la troviamo chiusa da un cancello. Tutti in fila fuori, camion e pedoni. Noi ovviamente passiamo davanti. Un soldatino mi fa cenno di spettare. Ma figurati! Scendo, gli parlo, lo agito e ci apre il cancello.
Qua è tutto un altro mondo. Sono veloci, operativi e computerizzati. Tennologici insomma. Ci chiedono quanto abbiamo pagato ai loro compari all’ingresso nel paese. Rispondiamo candidamente: 37 dollari. Alzano gli occhi al cielo, come per dire “siamo alle solite” e ci fanno passare.
A pochi metri c’è la frontiera Kirghisa. Qui tutto è ancora più veloce. Perquisizione solo dei bagagli di Alberto, per via della sua faccia losca e colpevole. Io vengo risparmiato. Quindi il soldatino attacca con il solito Celentano confondendolo con Cutugno. Canticchio le prime parole della famosa canzone e lui accenna un balletto. Promossi anche ‘sto giro. Possiamo proseguire con tutti gli onori.
E via di nuovo su strade splendide, nuove e scorrevoli fino quasi ad Osh. La steppa è qui leggermente ondulata e sempre secca incendiata. Gli ultimi cento chilometri sono invece più fastidiosi, perché si passa in mezzo ai paesi e la strada è ancora quella vecchia.
Arriviamo ad Osh dove Stas Zhukov ci sta aspettando, felice come una Pasqua di rivederci. E anche Gigetto, il suo cocker…

Beh, cocker mica tanto. Comunque è lui che comanda.
Raccontiamo a Stas della faccenda Muztoo e lui scrive a George per rifrescargli la memoria. Ci sistema quindi nella sua stanza migliore. Ci sentiamo di nuovo a casa…
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Massimo Adami
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08-09-2018, 19:09
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Il GPS umano
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GIORNO 13 – 15 AGOSTO 2018
Osh - Osh (33 km in moto)

E venne il giorno della resa dei conti.
Per prima cosa andiamo in moto fino all’aeroporto per capire se i nostri biglietti scritti con la biro sono buoni. All’ufficio della compagnia aerea non c’è nessuno, ma un’impiegata molto gentile della concorrenza ce lo conferma. Con quelli possiamo andare direttamente al check-in.
Bene. E una è fatta. Ora dobbiamo restituire le moto a Muztoo. Per puro caso in città incontro Oybek con un cliente. Mi fermo e lui mi accoglie con un sorriso ebete, facendo finta di niente. Con sguardo truce gli ricordo il fattaccio e gli do appuntamento per mezzogiorno. Cambia subito espressione e mi conferma l’incontro.
Nel frattempo passiamo da Stas e gli chiediamo se può darci assistenza psicologica e soprattutto un passaggio visto che saremo a piedi.
Arriviamo da Muztoo. Ci fanno accomodare tra mille convenevoli. Al che passo direttamente all’attacco. Gli dico che gli ho dato soldi buoni per una moto che buona non era. Gli ficco pure in testa un concetto semplice: se spacco la moto io perché mi dimentico di cambiare l’olio è colpa mia, mentre se si spacca da sola è colpa sua. Gli ricordo anche il fattaccio della batteria caduta.

Oybek, assistito da uno dei suoi meccanici inciabattati, prova a controbattere, invocando le clausole di esonero della sua responsabilità scritte sul contratto, ma non gli lascio spazio: voglio il rimborso del noleggio dei tre giorni in cui non ho potuto usare la moto, nonché delle 450 bombe scucite al driver e, infine, del prezzo pagato per la batteria nuova.
Non ne veniamo fuori. Ripeto tutta la pantomima all’impiegata nell’ufficio. Alla fine, dopo un combattimento fino all’ultimo colpo, esco con 700 dollari in mano: praticamente sono riuscito a farmi rimborsare tutto. Ancora non ci credo.
Il pomeriggio lo passiamo a festeggiare da Stas, che, soddisfatto pure lui, ci offre un’anguria.
Nel frattempo è arrivato, dopo in lungo viaggio, un russo di Vladivostok, anche lui ospite da Stas. Sta facendo manutenzione ad un vero pezzo di ghisa: una Honda ST1000 Pan European, una moto per niente adatta agli sterri che ci sono da queste parti.
Come fosse la cosa più normale del mondo mi fa vedere le foto di dove è passato. Altro che Pamir! Questo è sghiandato forte. Praticamente ha fatto solo ghiaioni e sentieri impossibili.
Ma per i russi, si sa, tutto è normale.
Sta cambiando l’olio agli ammortizzatori. Viaggia con bagaglio ridotto a zero, ma con dietro un’officina completa: si è portato pure i pistoni di ricambio.
Visto che il tizio mi sembra piuttosto sul pezzo, gli chiedo informazioni sulla famosa Strada delle Ossa – la famigerata Road of Bones, 2000 km nella Siberia orientale che arrivano a Magadan sul Pacifico, una delle strade più inculate del mondo - pressoché impossibile da guidare, con guadi allucinanti e interminabili.
Lui non l’ha fatta, ma chiede subito ai suoi amici russi, qualche info. In pochi secondi sul suo telefono arriva di tutto, ma soprattutto foto e video che hanno polverizzato all’istante ogni mia insensata curiosità.
Non è una strada, è un suicidio.

Nel pomeriggio facciamo un giro al bazar, che vende sostanzialmente porcherie, fatta eccezione per i tipici cappelli kirghizi che stiamo cercando. Ne comperiamo quattro, di colori diversi, per poterli abbinare con il nostro guardaroba.
Costano pochi spiccioli, ma è così divertente mettersi a trattare. Anzi fa parte del gioco.
Tutti incappellati, passiamo dalla banca per cambiare i dollari di Muztoo e quel che ci è rimasto. Quindi, per l’ultima cena, torniamo al ristorante italiano in taxi.
A proposito di taxi, non riesco a capire come qua i taxisti non sappiano mai dove andare. Gli dici l’indirizzo e non capiscono, glielo scrivi e non capiscono, glielo fai vedere sulla mappa e non capiscono. C’è chi si mette gli occhiali, chi telefona al collega per chiedere aiuto, chi ti dice che ha capito, ma poi non sa dove andare.
Ma, dico io, è la vostra città; siete taxisti. Come cacchio fate a lavorare?
Tocca quindi fermarne contemporaneamente quattro o cinque e salire sul più svelto… di comprendonio. E così praticamente quasi ogni volta che ne abbiamo avuto bisogno.
Dopo l’ultima cena, l’ultima notte in queste terre. Sarà agitata perché non ci par vero che quest’avventura sia già finita. Domani sveglia alle cinque. Sogni d’oro…
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Massimo Adami
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08-09-2018, 19:11
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#4
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Il GPS umano
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GIORNO 15 e 16 – 15 e 16 AGOSTO 2018
Osh – Verona (zero chilometri in moto)
Stas, efficiente come sempre, ci fa trovare un taxi (di quelli svegli) già pronto fuori ad aspettarci. Sono le 5 e 30 del mattino.
Lo salutiamo e abbracciamo, non per l’ultima volta, ne siamo certi. E’ stato per noi un vero amico, leale, disinteressato e fantastico.

All’aeroporto c’è una fila interminabile. Ma toh, chi si rivede!
Vi ricordate il responsabile dei servizi a terra della S7 Airlines che mi aveva offerto quell’allucinante colazione appena ho messo piede in suolo Kirghizo?
Ebbene, è proprio lui. Mi riconosce e apre apposta un check in tutto per noi. Fila azzerata. Ma non solo. Ci assegna pure i posti migliori, quelli dove puoi allungare le gambe. Meglio di così.
E non è finita. Viene a salutarci sulla pista e si fa pure un selfie. Azz… ormai abbiamo agganci everywhere!
Il voli sono lunghi e noiosi, del resto la distanza è parecchia. A Mosca, c’è il solito casino. Anzi molto di più. I gates di imbarco sono congestionati. Chiamano più voli a distanza di cinque minuti e la gente in fila si mescola e blocca il passaggio. Non ci si muove veramente.
Ancora poche ore e siamo a Verona. Accompagno Alberto in stazione e lo abbraccio. Non serve dire altro. Quello che abbiamo vissuto insieme, nel bene e nel male, è già TUTTO…
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Massimo Adami
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08-09-2018, 19:17
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#5
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Il GPS umano
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CONCLUSIONI

Siamo partiti pieni di incertezze, abbiamo incontrato qualche problema, ma soprattutto siamo rimasti stravolti dalla bellezza di queste terre, e da tutte le persone splendide che ci hanno disinteressatamente aiutato, Ali e Stas prima di tutti.
Oltre ad un viaggio in moto, è stata un’esperienza di vita che resterà impressa nelle nostre menti a lungo, credo per sempre.
Alberto si è rivelato uno splendido amico, affidabile, onesto e sincero. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza, perché senza di lui tutto ciò non sarebbe mai accaduto.
Se posso permettermi di dare un consiglio, ancorché dal basso della mia inesperienza, dico che il Pamir è davvero una meta irrinunciabile per un motociclista curioso e sensibile. I paesaggi, i luoghi, le strade e la sua gente consentono di comprendere tante cose, che da qui, comodamente ci sfuggono.
Sarebbe un peccato perdere un’occasione così grande.
Mi sento però anche di sconsigliare questo viaggio con una moto a noleggio, a meno che non andiate pazzi per gli imprevisti. Troppe sono le incognite che un mezzo di altri, soprattutto da queste parti dove non esiste assistenza (e diligenza), può nascondere. In pratica il noleggio, almeno come l’abbiamo sperimentato noi, è un po’ un pacco regalo... con possibile sorpresa.
Ci sono poi le incertezze dei luoghi. Siamo in Asia Centrale dopotutto, lontano dal mondo che siamo abituati a vivere. Noi siamo stati molto fortunati perché non ha mai piovuto e abbiamo trovato le strade nelle migliori condizioni possibili, ma tutto è così mutevole da queste parti. Basta un diluvio, un fiume che esonda, una frana improvvisa e tutto cambia in un istante.
Pertanto questo viaggio potrebbe mettere in difficoltà chi decide di affrontarlo in autonomia come prima esperienza asiatica. Viaggiare da soli, poi, richiede abilità meccaniche non da poco e capacità di autocontrollo psicologico nelle eventuali situazioni difficili che dovessero presentarsi. L’ideale sarebbe, a mio avviso, un gruppo di non più di quattro persone, affiatate e collaudate, così in caso di problemi due restano e due partono a cercare aiuto. Non di più. Già in quattro non è semplice trovare la stessa sinergia.
Un’ultima cosa. Prima di partire ho conosciuto Sergio Leonardi, trentino DOC, classe 1935, che l’altr’anno a ottant’anni suonati si è fatto il Pamir, Wakhan Valley compresa. Non ci credete? Ecco le prove:




La sua, sì che è un’IMPRESA STRAORDINARIA, vista l’età, il fisico e l’altitudine. Eppure la naturalezza e la semplicità con cui mi ha raccontato del suo viaggio, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, mi ha davvero spiazzato. Mi sono sentito meno di uno zero. Poi mi son detto: se ce l’ha fatta lui, posso provare anch’io. E così è stato.
Tra l’altro, Sergio, ottantatrè anni a ottobre, è appena tornato da un lungo viaggio in Iran…
Questo per dirvi: non fatevi intimorire da quel che è successo a noi. In un modo o nell’altro se ne viene fuori. Assecondate piuttosto la scimmia che è in voi. Quella non mente mai…
E con questo, vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro le migliori avventure!
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Massimo Adami
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