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Vecchio 06-09-2018, 09:36   #1
Massimo
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GIORNO 08 – 10 AGOSTO 2018
Khorugh – Kalai Khum (244 km in moto)



Non mi par vero. Sono di nuovo in sella, bello arzillo e pimpante. Non vedo l’ora di mettermi in marcia. Alberto un po’ meno, per via della congestione birrosa di ieri sera.

Si parte. Oggi sarà un tappa lunga ma bellissima. La M41, in questo penultimo tratto, percorre infatti una stretta valle incassata tra le montagne a ridosso del confine Afgano per tutta la sua lunghezza. Il fiume Panj sulla sinistra, costituisce la linea di separazione tra queste due terre, qui vicinissime.

Da questa ardita via, secoli fa, passavano le carovane che affrontavano la lunga via della seta verso l’Oriente. Chissà a quel tempo come deve essere stato attraversare questi luoghi, quali incertezze e quante difficoltà avranno incontrato i temerari viaggiatori di allora. Per un istante vorrei poter tornare indietro nel tempo, per osservare quell’andirivieni di persone, animali e mercanzie...

Ma torniamo con i piedi per terra. Usciamo da Khorugh e imbocchiamo la valle del Panj. Questo primo tratto di strada attraversa piccoli paesi di poche case soltanto. In uno di questi, anzi in questo esattamente…



… vengo però inseguito, assalito e azzannato da un grosso cane.

Ce ne sono molti, tutti aggressivi e feroci. In ogni villaggio almeno uno esce all’improvviso e di traverso dai margini della strada, si affianca alla moto o si mette davanti. Quindi spicca un salto a bocca spalancata.

Guidiamo sempre attentissimi per poter aprire in tempo il gas. E’ questione di una frazione di secondo, se vogliamo fregare queste bestie in velocità. Ma non sempre è possibile.

E questo è il risultato.



E’ la prima volta che vengo morsicato e ne avrei fatto volentieri a meno. Fortunatamente la cordura ha protetto il contatto diretto, ma il morso stretto e potente è comunque entrato nella carne. Almeno non sono caduto, altrimenti non so come sarebbe finita.

E anche questa è andata.

Il fondo stradale è un misto di asfalto distrutto e sterrato. La guida risulta piuttosto faticosa e fastidiosa, ma il paesaggio ci piace. Il fiume si allarga e ci prendiamo il tempo per qualche fotografia.









Arriviamo così al primo check point sorvegliato dalla polizia tagika. Controllo veloce e indolore. Qui sono tutti unbribable in effetti.

Al di là del fiume, l’Afghanistan ci osserva immobile e deserto. Sarebbe a portata di mano, ma è off limits. Quindi guardare e non toccare. Eppure il fascino di mettere il becco dall’altra parte, anche se distante pochi metri, non avrebbe prezzo…





Alberto non si sente bene. Trova l’unico albero di questa terra assolata e entra in catalessi…



… mentre io, nel frattempo, vado in perlustrazione. Dall’altra parte del fiume deve esserci un altro mondo, così vicino ma imprendibile.





La strada è ancora lunga. Bisogna rimettersi in marcia. Quindi a ritmo lento ci avviamo. Il Panj qui si fa più agitato. E’ l’unico rumore in questo silenzio assoluto. Il traffico è infatti pressoché nullo. Ogni tanto incrociamo un camion, poche macchine, moto nessuna.





E’ da un po’ che non incontriamo più villaggi (e cani). La valle si restringe parecchio, quasi a formare un canyon; scompare del tutto ogni presenza umana.

Il fiume ogni tanto forma una spiaggia di sabbia. Alberto continua a non sentirsi bene. Ha bisogno di un’altra sosta. Cosa vuoi di più dalla vita? Ti porto a Rimini.



Seconda catalessi…



La strada afghana è scavata nella roccia. Ne approfitto per guardarmi intorno. In questo punto il confine è davvero ad un soffio. Pochi metri soltanto. Ci si potrebbe andare a piedi perché l’acqua è calma e poco profonda. Sarei quasi tentato…

… invece mi accontento di raccogliere un po’ di sabbia. Come a Rimini, uguale uguale… anche il color caffelatte dell’acqua.





Ora che è bello abbronzato Alberto può ripartire più figo che mai. E anche bello spedito…



Secondo check point. Questa volta dell’esercito. Anche qui nessun problema. Arriviamo quindi presso una trattoria gestita da due sorelle con prole al seguito.

I bimbi, curiosi come sempre, chiedono di indossare il casco e di salire sulla moto. Ci mancherebbe! Eccoli accontentati.





Quindi mi faccio una foto ricordo con tutta la mia nuova famiglia. Due mogli e due figli. Ma anche no! A parte che sono due cartoni, basta e avanza quella che ho. Non se ne parla proprio. Signore… è stato bello, però ci si vede….



Preferisco vedere l’Afghanistan, che non stanca mai. Ancora una volta qui solo ad un passo.









Sempre deserto, sempre silenzioso. Sembra quasi irreale. Un momento però… vedo due afghani, i primi di questa lunga giornata e gli unici di tutto il viaggio. Provo a salutarli e ricambiano. E’ l’unico contatto possibile.



Più avanti la valle si apre. Compaiono i primi villaggi dell’altro mondo che vorrei tanto toccare con mano. C’è anche un ponte che porterebbe dall’altra parte, ma è presidiato dai soldati. Non si passa.



Non mi è mai capitato di desiderare un luogo come in questa situazione paradossale. Si, perché so che non si può e che forse non sarebbe prudente, però l’attrazione è di quelle fatali (e irrealizzabili), che ti entrano come un tarlo per sempre. L’Afghanistan resterà una terra proibita e impossibile, come una bella donna che non potrai mai avere. E forse, proprio per questo, sarà difficile dimenticarlo.

Un bel pò di chilometri più avanti incontriamo un gruppo di case vicino ad una cascata, che regala un prezioso refrigerio naturale a tutti coloro che necessariamente ci passano davanti, perché la strada è una sola. C’è un po’ di movimento. Un negozietto vende bibite fresche. Si paga dentro e si prende da bere direttamente alla fontana che fa da frigorifero. Un gruppo di inglesi impegnato nel Mongol Rally con carcasse da demolizione ha rotto il cambio. Aspettano un camion per caricare le macchine fino a Khorugh, da dove proveniamo. Auguri e figli maschi…

Siamo ormai in dirittura d’arrivo. Ricompaiono i cani e i primi villaggi. Terzo e ultimo check point, anche questo veloce e innocuo. Quindi finalmente entriamo a Kalai-Kumb. Questa lunga tappa è terminata.

Ma dai! Accidenti è buio. Ce ne abbiamo messo di tempo. In effetti è da 11 ore che siamo in ballo, e la stanchezza si sente tutta. Non abbiamo voglia di cercare il solito tugurio dove dormire, quindi ci facciamo abbindolare dalle luci di un hotel degno di questo nome e con ben sette – dico sette - stelle.



Entro, contratto il prezzo come al mercato delle pesche. Si può fare. Aggiudicato. Finalmente una camera e un bagno come Cristo comanda.

Alberto entra nella terza e ultima catalessi che lo porterà fino a domani mattina. Esco a cena da solo. Proprio sul fiume c’è una taverna, che però non serve alcolici. E dopo una giornata così ne ho un gran bisogno. Cerco un negozio dove compero due litri di birra e me la porto al ristorante. Birra al sacco!

Ordino un borsch e l’oste mi offre la frutta. Sto per andarmene e ringraziare quando si siedeno pure lui e due suoi amici. Arriva un pollo allo spiedo, verdure e altra frutta. Praticamente mi tocca ricominciare da capo. Tutto offerto ovviamente.

Gonfio come una cisterna raggiungo Alberto che è già nel mondo dei sogni. Che letto comodo ragazzi! Buonanotte a tutti, belli e brutti…
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Massimo Adami
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Vecchio 06-09-2018, 19:31   #2
me'ndo
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... il cane ha assaggiato maaaa ... sapevi di birra e ha mollato la presa

Credo che trovarsi in una situazione del genere complicata da lingua, necessità di arrangiarsi (a saperlo fare), carenza del necessario e non andare in depressione sia un test non da poco, un'esperienza di vita che ti resterà per sempre come la gratitudine verso coloro che ti/vi hanno supportato.
E' un piacere sapere che ci sono persone come loro.
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Vecchio 07-09-2018, 10:12   #3
Massimo
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GIORNO 09 – 11 AGOSTO 2018
Kalai Khum – Dushambe (301 km in moto)



Kalai-Khum è un’importante crocevia. Appena al di là del ponte sul fiume si impone, infatti, una scelta fondamentale.

A sinistra si abbandona definitivamente la M41 e si arriva a Dushambe per strada tutta asfaltata con un ampio giro a sud, passando per Kulob e Danghara. Sono 374 km in tutto, ma fattibili in giornata senza difficoltà. La maggior parte dei motoviaggiatori segue questa opzione.

A destra, invece, si rimane sull’ultimo tratto della M41, ma il percorso è molto meno frequentato. Fino a qualche anno fa, la traccia non era sempre transitabile a causa di frane o esondazioni del fiume. E ancor oggi non è detto che il passaggio sia sempre agevole. Tutto in effetti è mutevole in Pamir. Da più parti si sconsiglia di affrontare quest’ultimo tratto, se non mettendo in conto il rischio di dover tornare indietro. Questa seconda opzione è più corta della precedente (301 km), ma richiede – anche in condizioni ottimali - una giornata piena ed intensa, partendo di buon ora.

La prima parte è sterrata (133 km ininterrotti), mentre il resto (168 km) sono in teoria tutti ottimamente asfaltati. In realtà, già dal 2019, dovreste trovare tutto asfalto nuovo di pacca, perché quest’anno dovrebbero terminare i lavori di bitumazione di lunghi tratti molto prima di arrivare a Obigarm (in pratica, se guardate la mappa sopra, lo sterro si fermerà al “Police Check Point”, il resto sarà una pista da moto GP).

Questo cambia tutto perché lo sterro, alla fine della fiera, resta meno della metà.

Partiamo di buon mattino con tutta l’intenzione di fare il tratto più difficile. Chiediamo in paese e tutti ci dicono che si passa. Arriviamo quindi al primo check point, dove anche i soldatini ci confermano il passaggio.

Non deve esserci comunque un gran traffico da queste parti. Sbirciando sul quaderno a quadretti dei militari, dove vengono segnati tutti i passaggi, noto infatti che, negli ultimi tre giorni, è passata circa una ventina di veicoli in tutto. Meglio così. O forse no. Staremo a vedere.

La strada parte subito sterrata e attacca con una serie di ampi tornanti la rampa sud del Khaburabot Pass (3.252 metri). In realtà ci sarebbe qualche breve tratto di asfalto distrutto, ma chissà a quando risale. In pratica si guida sullo sterro dall’inizio alla fine.





Il fondo è leggermente più roccioso dei tratti percorsi sino ad ora. In parecchi punti l’acqua di ruscelletti trasversali invade la carreggiata e dilava il terreno lasciando in bella vista i sassi nudi e crudi, mai superiori comunque alla dimensione di un’arancia. Non incontriamo difficoltà particolari, anzi procediamo come al solito a dirla tutta.

Saliamo distanziati e rilassati. Il panorama è piuttosto diverso da quello del Pamir, più roccioso, ricorda vagamente i nostri passi alpini, traffico escluso.







La progressione sarà tutta tranquilla. A parte un cane da pastore che ovviamente ci insegue e tenta di assalirci. Ma ormai abbiamo imparato a nostre spese come gestire queste situazioni. In qualche punto la strada risulta scavata nella roccia in marcata esposizione, tuttavia le condizioni sono le migliori che potessimo incontrare e abbiamo trovato tutto facile e guidabile fino al passo.





La sommità si sente da lontano… e dalla puzza: quella di centinaia di capre al pascolo, che razzolano ovunque.



Chi le comanda è Nereddu, pastore sardo della Barbagia trapiantato qui.



Gli offriamo un biscotto e lui ricambia con il cappello… che ricordo molto bene perché ho ancora un certo prurito.



Sul passo c’è anche una fermata dell’autobus. A richiesta però.



Le capre pascolano indisturbate e ignare di dove mettono le zampe. Ce ne accorgiamo leggendo il cartello a fianco di Pippineddu, il figlio di Antoneddu, a bordo del suo compagno di merende a quattro zampe pure lui.



Nessuno peraltro se ne cura più di tanto, se non forse quando viene all’improvviso sparata in orbita qualche capra.

Sull’altro versante è tutta una distesa di prati, infinita e indefinita. La strada scende assecondando le ondulazioni delle montagne con ampie svolte. Anche da questa parte si guida con facilità e non troviamo alcun ostacolo degno di nota.



Più in basso la valle si apre e il fiume si dilata tra le ghiaie. La Lada qui sotto è di Cuccureddu, parente stretto dei nostri amici silvopastorali.



Questo fiume, che pare innocuo, è invece spesso incazzato e fonte di rogne non da poco. Fino all'altr'anno, ad esempio, questo ponte qui…



… stava messo
COSI’

Insomma, è per dire che non c’è limite ai casini, soprattutto in questo ultimo tratto della M41. Ad ogni buon conto, salvo disgrazie o diluvi, si passa o si dovrebbe poter quasi sempre passare, senza troppe complicazioni, o con nessuna come fortunatamente è capitato a noi.

Arrivati al villaggio di Tavildara, dove secondo gli autoctoni riprenderebbe l’asfalto (ma così non è), la strada prosegue nella lunga valle del fiume Obikhingou, nel primo tratto piuttosto ampia, nel secondo invece stretta e incassata tra pareti friabili e boscose.

Il percorso non è tutto in discesa, ma presenta una serie di saliscendi e di curve che assecondano gli gli estri della montagna. Qualche guado, un po’ di fondo smosso, ma nulla di più.



Sulla sommità di un dosso, alti sul torrente, Alberto buca l’anteriore. Non c’è un filo d’ombra come al solito, ma lui, lesto e diligente si mette subito all’opera… con una nutrita serie di assistenti e fornitori di passaggio.

Sì, perché la chiave del 12 che ci ha dato Muztoo è fatta di pongo e rischia di spanare i bulloni. Come per incanto passa una macchina e ci regala una chiave very professional. Problema risolto.

Stalloniamo il copertone, togliamo la camera d’aria bucata e infiliamo quella nuova che sempre Muztoo ci aveva dato di riserva. Come da copione, insomma. La gonfiamo con la pompa della Barbie di cui pure ci ha fatto omaggio, ma non si gonfia. Smonta tutto: pizzicata in ben due punti. Non è colpa nostra: la camera è fatta di carta velina di suo.

Che vuoi che sia! Tanto abbiamo mastice e pezze. Ehm… per averceli ce li abbiamo, solo che il mastice è del ’78 e il tubetto è praticamente vuoto disidratato. Questa non ci voleva.

Scatta quindi la gara, tra tutte le macchine di passaggio, a chi ha la colla giusta. Salta fuori di tutto, mastice sigillante, bicomponente scaduta, attack, vinavil… ma nulla che tiene la pezza.

Così alla fine di tutta ‘sta caciara, carico la ruota e vado in cerca di un meccanico. Ne becco uno a 20 km di distanza: un omino barbuto e minuto, di età indecifrabile ma avanzata, sistema tutto senza proferire parola. Onesto (un dollaro) e abile (non ho mai visto rimontare un copertone solo pestandoci sopra con le ciabatte senza usare i ferri).

Problema risolto, ma con tutto quel via vai di gente, peraltro gentile e disponibile, abbiamo perso due ore e mezza.



Poco dopo termina lo sterrato e inizia l’asfalto: perfetto, nuovo di stecca e ampio. La goduria è breve, perché più avanti sono tutti fermi a tempo indeterminato. Stanno asfaltando. Un poliziotto con Mercedes dirige le operazioni. Garbatamente chiedo se con le moto possiamo passare. Telefona al capocantiere. Mi fa cenno di andare. E così facciamo, guidando sul bitume appena steso come su un sabbione.

Abbiamo risparmiato così un sacco di tempo, ore e ore di attesa, senza vie alternative.

Più avanti incontriamo ancora parecchi chilometri sterrati pronti e livellati per essere asfaltati dall’impresa turca che ha preso l’appalto. Oltre sarà tutto asfalto fino a Dushambe, veloce e senza altri intoppi.

Arriviamo nella capitale che è già buio e non sappiamo dove andare a dormire. Nelle grandi città le guide sono poco pratiche, perché si fa fatica a trovare sul navigatore le posizioni esatte degli alberghi, che non sempre sono scritti allo stesso modo.

Al capolinea dell’autobus, autisti e controllori ci suggeriscono un hotel e si offrono di farci strada… ma con l‘autobus che è di quelli con i fili per aria. Ci accodiamo, ci spariamo tutte le fermate e alla fine arriviamo a destinazione.

Il posto è orribile e inquietante, ma siamo stanchi e non ci va di cercare ancora.







Alla reception ci sta un puttanone sulla settantina che vuole essere pagata in contanti e in anticipo (fortunatamente solo per la camera). Fa un caldo boia. Ci assegna una suite, ma l’aria condizionata c’è solo in una stanza ed è pure rotta, mentre uno dei due letti è a misura di pigmeo.

Con difficoltà ottengo di cambiare. Nella seconda camera l’aria condizionata funziona, ma bisogna salire sul frigorifero per accenderla perché manca il telecomando. Tutto puzza di fumo stantio e di fogna perché gli scarichi perdono. Non c’è nulla di aggiustato e tutto, pulizia compresa, risale agli anni cinquanta quando questo catafalco è stato costruito.





Per due notti ci adatteremo, poi demoliremo tutto.

Intanto pensiamo alla pappatoia. Pizza americana in fast food tagiko e hamburger di pollo. Tutto buono. Speriamo che lo sia anche la batteria nuova che stiamo aspettando…
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Vecchio 08-09-2018, 11:48   #4
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GIORNO 10 – 12 AGOSTO 2018
Dushambe – Dushambe (zero chilometri in moto)



La sorella di Ali manda di buon mattino suo marito in autobus a consegnarci la batteria, e noi restituiamo quella avuta in prestito. Farà un lungo viaggio fino a Khorugh, al suo gentilissimo proprietario.

Qualcosa però non quadra. Le misure non sono uguali. E per forza, l’avevano misurata a spanne, o meglio a dita. Alberto comunque escogita un modo per incastrarla… in qualche modo. Sembra ben salda. Speriamo di non perderla.

Colazione stralusso nel ristorante di questo lussuosissimo albergo che, visto di giorno, fa molto ufficio del catasto.



A proposito, per parcheggiare, nonostante fosse tutto gratuito e di spazio ne ce fosse a iosa, ci era stato chiesto un obolo dalla guardia notturna, puntualmente richiesto anche da quella diurna… Peggio delle sanguisughe ‘sti morti di inedia.

Dushambe parte già con un nome da pirla. Sì, perché in tagiko significa lunedì. Ma dico io: si può chiamare una città come un giorno della settimana! Fino agli anni venti del secolo scorso era un villaggio di pastori, ora è la capitale del Tagikistan con 800 mila abitanti.

Di antico non c’è nulla. Solo palazzi governativi inavvicinabili, grandi viali deserti e giardini faraonici sprecati e ignorati. Brutta è dire poco, almeno secondo i nostri gusti.





Tutto è così autocelebrativo, asettico, quasi irreale, distante. Il palazzo presidenziale, dove sta piazzato da 25 anni filati l’attuale presidente, plurieletto a ripetizione (alla faccia della democrazia), è infotografabile e sorvegliatissimo. Il regno dei potenti è un altro mondo, lontano da quello della gente comune. E così deve essere.



Lungo i viali, visto che quest’anno è dedicato alla celebrazione del turismo, ci sono gigantografie delle bellezze del paese. A parte qualcuna di antica, tutto il resto sono progetti di costruzioni faraoniche ancora da realizzare, superalberghi, centri sportivi, residenze estive del presidente e così via.

Mah… siamo piuttosto perplessi. Solo noi però, perché per il resto non c’è gente in giro. Sembra una città sfollata da poco.

Tutte le fontane sono vuote. Solo alla sera ne abbiamo trovata una illuminata e funzionante. Questa. Per il resto calma piatta.



Non vediamo l’ora di partire da questa bruttura metropolitana. Siamo belli riposati. Stasera si cena alla turca, senza birra. La Pamir Highway è finita. Da domani inizia il rientro a Osh.
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Vecchio 08-09-2018, 11:53   #5
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GIORNO 11 – 13 AGOSTO 2018
Dushambe – Isfara (432 km in moto)



La strada che da Dushambe sale verso nord è veramente ottima e nuova di zecca. Si fila veloci, stando attenti a non farsi beccare dalla polizia imboscata sotto i platani.

Lunghi tratti non continui sono a pedaggio, però le moto non pagano. Del resto in Tagikistan praticamente non ce ne sono, per cui tanto vale farle viaggiare gratis. La perdita economica è davvero minima.

Ad ogni casello, sia in entrata che in uscita, casellanti e poliziotti si fanno in quattro per dirci dove e come passare, di solito in contromano. La cosa curiosa è che nei tratti a pedaggio ci sono paesi (in pratica è come se da noi piazzassero dei caselli sulle strade statali), per cui non ci è chiaro se chi ci abita per entrare e uscire debba pagare ogni volta.

Arriviamo a razzo ad un altro fondamentale bivio: diritti si sale alla famosa galleria per asfalto ottimo, mentre a destra c’è l’incognita dell’Anzolb Pass (3.372 metri).

Sappiamo che ora la galleria è illuminata, tuttavia, se le luci sono come i lumini che abbiamo incontrato nelle gallerie più brevi che precedono quella più lunga famosa, anche no!

Chiediamo ad un gruppo di camionisti se il passo è transitabile. Ognuno dice la sua: capiamo che si passa solo in moto, ma non ci è chiaro come sia messa la strada. Tanto vale provare.

Partiamo pieni di incertezze, e soprattutto con il terrore di bucare il posteriore, perché siamo senza mastice e la camera di riserva che abbiamo dietro è bucata. La strada comincia subito a salire e non sta messa benissimo, perché di fatto è abbandonata a se stessa e chiusa al traffico da parecchio tempo.

Il fondo è più accidentato di quelli fino ad ora percorsi, però si procede senza particolari casini. In qualche punto troviamo massi enormi che lasciano solo uno stretto varco per passarci a fianco e, in altri punti, frane scavalcabili solo in moto.

Giunti in cima, un ricovero per pastori e capre in mezzo alle antenne sono tutto ciò che esiste.



Anche questa è fatta. E a futura memoria ci mettiamo in posa.



Poi a me viene il solito attacco di deficienza…



Dall’altro versante, nuove montagne si perdono all’orizzonte dietro ai pascoli. Il percorso sembra più facile: intuiamo le serpentine che scendono a fondovalle e da quassù non dovrebbero presentare ostacoli.



Col fischio. Perché dopo qualche centinaio di metri, c’è un'altra frana da superare, fattibile solo in moto. E pensare che il pastore poco prima ci ha detto che lui sale tranquillamente in macchina. Saranno le radiazioni delle antenne…

In realtà fa più impressione che altro e la scavalchiamo senza problemi.





Questo era l’ultimo ostacolo. La discesa infatti scorre tranquilla fino in fondovalle, che pullula di piccoli villaggi senza auto perché qua la gente si sposta sugli asini. Fortunatamente un solo cane incazzato.

Ad un posto di blocco un pulotto anzianotto con panzetta si mette il cappello e scatta sull’attenti. Poveretto, voleva fare bella figura. Il suo compare, invece scazzato, ci controlla svogliatamente i passaporti e ci fa passare. Seguono altri villaggi lungo la strada piuttosto scassata fino ad incontrare di nuovo l’asfalto.

E via filati verso Khujand, la seconda città del Tagikistan. Avremmo potuto fermarci qui, e sarebbe stato anche meglio, tuttavia abbiamo ancora tempo e decidiamo di proseguire.

Arriviamo ad Isfara, l’ultimo avamposto tagiko prima del confine. Cerchiamo da dormire, ma l’unico albergo a nostra conoscenza è chiuso in quanto semi crollato. Fermiamo un tizio a caso lungo la strada, che subito ci dà una mano a trovare una sistemazione.

In città non c’è molto, anzi c’è un’unica guest house degna di questo nome, ma è piena. Quindi dopo un po’ di giri ci sistemiamo in un altro tugurio di quelli belli di ghisa, gestito da un vecchio marinaio della flotta russa.

Le moto ce le fanno parcheggiare dentro un laboratorio di serramenti in alluminio. Quindi siamo invitati a cena fuori dal tizio incontrato per strada, che passa a prenderci con la sua Lada.

Faceva il direttore di banca, ma è stato licenziato quando questa è fallita l’anno scorso, come quasi tutte le banche di questo paese. Ha voglia di raccontarci della sua vita e dei suoi affari e di riprendere il suo inglese arrugginito. Così scopriamo che si è reinventato: ha messo su una sauna a pagamento e una fabbrica di graniglie per l’edilizia (in pratica con un macinino da caffè in mezzo a un campo, macina una pietra locale e le bottiglie vuote di birra). Fa buoni affari a quanto pare.

Ma soprattutto guadagna sull’importazione illegale di valuta dalla Russia: in pratica tutto il nero derivante dalla vendita di albicocche disidratate, di cui Isfara è uno dei maggiori produttori mondiali. Ci spiega il meccanismo di corruzione che ha messo in piedi e le modalità che ha escogitato per far entrare illegalmente milioni di dollari in contanti. E’ un lavoro duro e rischioso e le ruote da ungere sono parecchie. Vi risparmio però i dettagli…

Mangiamo benissimo borsch e spiedini di carne in un garden restaurant di sua conoscenza piuttosto imboscato. Sebbene ci sia il Ramadan, la cameriera cessa e grassa, ma gentile, riesce a procurarci la birra, che arriva al tavolo dentro buste di platica nere per non dare nell’occhio… almeno fino a quando non ci mettiamo a scolarcela a canna.

Non riusciamo ad offrire la cena, né a pagare la nostra parte…

Questa sarà la nostra ultima notte in Tagikistan.
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Vecchio 08-09-2018, 19:04   #6
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GIORNO 12 – 14 AGOSTO 2018
Isfara – Osh (254 km in moto)



La frontiera è davvero a due passi. Dalla parte tagika però la troviamo chiusa da un cancello. Tutti in fila fuori, camion e pedoni. Noi ovviamente passiamo davanti. Un soldatino mi fa cenno di spettare. Ma figurati! Scendo, gli parlo, lo agito e ci apre il cancello.

Qua è tutto un altro mondo. Sono veloci, operativi e computerizzati. Tennologici insomma. Ci chiedono quanto abbiamo pagato ai loro compari all’ingresso nel paese. Rispondiamo candidamente: 37 dollari. Alzano gli occhi al cielo, come per dire “siamo alle solite” e ci fanno passare.

A pochi metri c’è la frontiera Kirghisa. Qui tutto è ancora più veloce. Perquisizione solo dei bagagli di Alberto, per via della sua faccia losca e colpevole. Io vengo risparmiato. Quindi il soldatino attacca con il solito Celentano confondendolo con Cutugno. Canticchio le prime parole della famosa canzone e lui accenna un balletto. Promossi anche ‘sto giro. Possiamo proseguire con tutti gli onori.

E via di nuovo su strade splendide, nuove e scorrevoli fino quasi ad Osh. La steppa è qui leggermente ondulata e sempre secca incendiata. Gli ultimi cento chilometri sono invece più fastidiosi, perché si passa in mezzo ai paesi e la strada è ancora quella vecchia.

Arriviamo ad Osh dove Stas Zhukov ci sta aspettando, felice come una Pasqua di rivederci. E anche Gigetto, il suo cocker…



Beh, cocker mica tanto. Comunque è lui che comanda.

Raccontiamo a Stas della faccenda Muztoo e lui scrive a George per rifrescargli la memoria. Ci sistema quindi nella sua stanza migliore. Ci sentiamo di nuovo a casa…
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Vecchio 08-09-2018, 19:09   #7
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GIORNO 13 – 15 AGOSTO 2018
Osh - Osh (33 km in moto)



E venne il giorno della resa dei conti.

Per prima cosa andiamo in moto fino all’aeroporto per capire se i nostri biglietti scritti con la biro sono buoni. All’ufficio della compagnia aerea non c’è nessuno, ma un’impiegata molto gentile della concorrenza ce lo conferma. Con quelli possiamo andare direttamente al check-in.

Bene. E una è fatta. Ora dobbiamo restituire le moto a Muztoo. Per puro caso in città incontro Oybek con un cliente. Mi fermo e lui mi accoglie con un sorriso ebete, facendo finta di niente. Con sguardo truce gli ricordo il fattaccio e gli do appuntamento per mezzogiorno. Cambia subito espressione e mi conferma l’incontro.

Nel frattempo passiamo da Stas e gli chiediamo se può darci assistenza psicologica e soprattutto un passaggio visto che saremo a piedi.

Arriviamo da Muztoo. Ci fanno accomodare tra mille convenevoli. Al che passo direttamente all’attacco. Gli dico che gli ho dato soldi buoni per una moto che buona non era. Gli ficco pure in testa un concetto semplice: se spacco la moto io perché mi dimentico di cambiare l’olio è colpa mia, mentre se si spacca da sola è colpa sua. Gli ricordo anche il fattaccio della batteria caduta.



Oybek, assistito da uno dei suoi meccanici inciabattati, prova a controbattere, invocando le clausole di esonero della sua responsabilità scritte sul contratto, ma non gli lascio spazio: voglio il rimborso del noleggio dei tre giorni in cui non ho potuto usare la moto, nonché delle 450 bombe scucite al driver e, infine, del prezzo pagato per la batteria nuova.

Non ne veniamo fuori. Ripeto tutta la pantomima all’impiegata nell’ufficio. Alla fine, dopo un combattimento fino all’ultimo colpo, esco con 700 dollari in mano: praticamente sono riuscito a farmi rimborsare tutto. Ancora non ci credo.

Il pomeriggio lo passiamo a festeggiare da Stas, che, soddisfatto pure lui, ci offre un’anguria.

Nel frattempo è arrivato, dopo in lungo viaggio, un russo di Vladivostok, anche lui ospite da Stas. Sta facendo manutenzione ad un vero pezzo di ghisa: una Honda ST1000 Pan European, una moto per niente adatta agli sterri che ci sono da queste parti.

Come fosse la cosa più normale del mondo mi fa vedere le foto di dove è passato. Altro che Pamir! Questo è sghiandato forte. Praticamente ha fatto solo ghiaioni e sentieri impossibili.

Ma per i russi, si sa, tutto è normale.

Sta cambiando l’olio agli ammortizzatori. Viaggia con bagaglio ridotto a zero, ma con dietro un’officina completa: si è portato pure i pistoni di ricambio.

Visto che il tizio mi sembra piuttosto sul pezzo, gli chiedo informazioni sulla famosa Strada delle Ossa – la famigerata Road of Bones, 2000 km nella Siberia orientale che arrivano a Magadan sul Pacifico, una delle strade più inculate del mondo - pressoché impossibile da guidare, con guadi allucinanti e interminabili.

Lui non l’ha fatta, ma chiede subito ai suoi amici russi, qualche info. In pochi secondi sul suo telefono arriva di tutto, ma soprattutto foto e video che hanno polverizzato all’istante ogni mia insensata curiosità.

Non è una strada, è un suicidio.



Nel pomeriggio facciamo un giro al bazar, che vende sostanzialmente porcherie, fatta eccezione per i tipici cappelli kirghizi che stiamo cercando. Ne comperiamo quattro, di colori diversi, per poterli abbinare con il nostro guardaroba.

Costano pochi spiccioli, ma è così divertente mettersi a trattare. Anzi fa parte del gioco.

Tutti incappellati, passiamo dalla banca per cambiare i dollari di Muztoo e quel che ci è rimasto. Quindi, per l’ultima cena, torniamo al ristorante italiano in taxi.

A proposito di taxi, non riesco a capire come qua i taxisti non sappiano mai dove andare. Gli dici l’indirizzo e non capiscono, glielo scrivi e non capiscono, glielo fai vedere sulla mappa e non capiscono. C’è chi si mette gli occhiali, chi telefona al collega per chiedere aiuto, chi ti dice che ha capito, ma poi non sa dove andare.

Ma, dico io, è la vostra città; siete taxisti. Come cacchio fate a lavorare?

Tocca quindi fermarne contemporaneamente quattro o cinque e salire sul più svelto… di comprendonio. E così praticamente quasi ogni volta che ne abbiamo avuto bisogno.

Dopo l’ultima cena, l’ultima notte in queste terre. Sarà agitata perché non ci par vero che quest’avventura sia già finita. Domani sveglia alle cinque. Sogni d’oro…
__________________
Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E
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