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19-06-2011, 00:41
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#1
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Mukkista doc
Registrato dal: 13 Jul 2009
ubicazione: trento
Messaggi: 6.146
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bravo Giovanni il tragitto che hai fatto è il medesimo da me percorso fino a sofia poi noi girammo la bulgaria per poi scendere ad istanbul. Quando hai raccontato dell'incontro con la polizia immaginavo andasse a finire così. Purtroppo il trucco è sempre quello tenere nel portafoglio soli 10/20 euro e mostrare al limite le carte di credito
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21-06-2011, 00:14
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#2
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Pivello Mukkista
Registrato dal: 22 Oct 2010
ubicazione: Gorizia
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Lunedì 23 maggio: Kumburgaz-Uchisar (Cappadocia)
Kumburgaz è un sobborgo di Istanbul, una lunga fila di alberghi sulla costa, tutti più o meno uguali: siamo nella periferia occidentale, ancora in Europa, già nel pieno di un traffico caotico. Attraversiamo Istanbul su strada normale, possiamo osservare la vita animata, i modernissimi grattacieli di quello che è ormai il centro della metropoli, intravvediamo da lontano la penisola sulla quale è situata Sultanahmet, la zona di Santa Sofia, della Moschea blu, del Topkapi e del Gran Bazaar. Non puoi lasciare un metro davanti a te che viene subito occupato da qualche automobile, ma tutti stanno per i fatti loro, non ci sono atteggiamenti volgari, azioni aggressive, intrusioni violente. Insomma, ci vuole grande attenzione, ma il traffico di casa nostra è spesso più pericoloso.
In compenso non si finisce mai di guidare tra le case: Istanbul è una città enorme. Kumburgaz dista circa 40 chilometri dal Bosforo, quaranta chilometri di città. Per uscire da Istanbul dovremo percorrere un'altra quarantina di chilometri, gli ultimi quartieri li troveremo oltre ottanta chilometri dal Bosforo. Una città immensa di oltre 12 milioni di abitanti. Vediamo dei cartelli che riportano il numero degli abitanti: 12.....936. esatti all'unità: ma come fanno, quando piantano il cartello gli abitanti sono già aumentati di qualche migliaio.
Cerchiamo Gebze, chiediamo un paio di volte per il Tubitak Gebze Yerleskesi, il centro scientifico nel cui parco sorge il monumento ad Annibale. Lo troviamo facilmente e, consegnato il passaporto, non c'è problema ad entrare. Anzi, sono proprio le guardie al cancello a consigliarci di entrare con le moto.
Il monumento, una grande roccia con il bassorilievo di un volto posta in mezzo ad un grande spiazzo circolare circondato da cipressi, è situato su un'altura dalla quale si scorge - in lontananza ed ormai tra le case - il mare.
Siamo emozionati: la prima delle mete di questo viaggio è stata raggiunta. Tavole di pietra riportano, in varie lingue, anche in italiano, le vicende e le motivazioni di quel monumento.
Di Annibale, oltre ad innumerevoli nomi di luoghi, non sono rimasti monumenti, nè tantomeno è noto il luogo della sue sepoltura: sono rimaste le sue gesta ed il suo modo di condurre la vita, il cui ricordo è degno di essere conservato in un luogo come questo, inondato di luce. A questo abbiamo inteso dedicare il nostro omaggio.
Raggiungiamo veloci l'ottima autostrada per Ankara, superiamo la capitale, anch'essa ormai una metropoli, con la sua corona di quartieri satellite, costituiti da una motitudine di palazzi tutti uguali di una decina di piani, addossati l'uno all'altro, i terrazzini distanti pochi metri.
Passiamo veloci, filiamo verso la Cappadocia: siamo ormai nel pieno dell'altopiano anatolico, fra colline tondeggianti ma ad una quota sul mare piuttosto elevata. Il primo temporale - indossiamo le tute da pioggia - ci coglie all'improvviso, ma dura poco. L'autostrada diventa una strada a due corsie, continuamente rappezzata e con cantieri stradali sempre più numerosi e lunghi: ormai fa buio ed i fari delle nostre moto incrociano quelli degli innumerevoli mezzi al lavoro. Insomma, la velocità autostradale è un ricordo e la frescura del vento in faccia è sostituita dal polverone.
Poco oltre Aksaray ci fermiamo per un boccone: il primo assaggio di una Turchia rurale e genuinamente ospitale. La cena, per quanto frugale e veloce, è una festa: ne conserviamo, con le foto, un affettuoso ricordo. Ancora una settantina di chilometri su buon asfalto dalla grana grossa, ruvido ma senza buche, e siamo in Cappadocia. Arriviamo a Uchisar che è tardi, perdendoci il mitico primo impatto con la Cappadocia. Al Kale Konak, che Aldo ha scelto per noi, ci hanno aspettato: un momento per apprezzarne il buon gusto e l'originalità (le stanze sono scavate nella roccia), una doccia e a nanna. Ci godremo tutto, con calma, domani. Ottocentodiciannove chilometri, troppi: non serve la buonanotte, stiamo già dormendo da un pezzo.
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21-06-2011, 00:29
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#3
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Pivello Mukkista
Registrato dal: 22 Oct 2010
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Martedì 24 maggio: Cappadocia
Il risveglio è stupefacente. Non avevo realizzato, ieri sera, che la stanza in cui abbiamo dormito, scavata nella roccia, una specie di tufo dal candido colore bianco, fosse così confortevole, accogliente e particolare. Nelle pareti sono ricavate - dal pieno, si potrebbe dire - le nicchie che dovevano in passato servire per le lampade, il camino, le mensole, insomma tutto ciò che serve. Il pavimento ed i pochi ma bellissimi mobili sono di un bel legno scuro e caldo, se non sono antichi ne hanno tutto l'aspetto.
Colazione all'aperto, con uno splendido cielo azzurro ed il sole caldo, le ultime mongolfiere coloratissime che ci passano sopra la testa e la rocca di Uchisar che ci sovrasta elegante e misteriosa.
Ricca colazione (dolce o salata, a proprio gusto, ne facciamo fuori l'una e l'altra), poi in giro. Incontreremo subito il mitico Farouk, un gran personaggio. Faremo poco più di una cinquantina di chilometri in moto: Urgup, un bel paesone molto animato, anche per cercare un meccanico per curare la frizione del Gs di Antonio e per farci una bella lunga chiacchierata in un bar, bevendo tè come veri turchi, Goreme, la Cappadocia più vera e profonda ma, forse, anche la più turistica, le piccionaie, i camini della fate, le chiese affrescate. Poi Zelve ed Avanos, a visitare un istituto nel quale i tappeti li vendono ma ti fanno anche vedere come si fanno: non siamo diventati degli esperi, ma abbiamo capito perchè siano così belli, resistenti e, ovviamente, cari.
Cena da Mustafà a Uchisar, sulla piazzetta, di fianco al negozio di Farouk: piatto forte il "Guves", una specialità tradizionale a mezzo tra il kebab e lo stufato, cotto per ore in una pentola di terracotta, una delizia.
Chiacchierata digestiva nel fresco della sera, poi sazi e stanchi, a nanna.
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23-06-2011, 00:00
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#4
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Pivello Mukkista
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Mercoledì 25 maggio: Cappadocia
Meta della mattina è la città sotterranea di Kaimakli, a dir la verità un po' inquietante, poi la valle di Soganli con i bastioni di roccia rossa e le finestre della case scavate che ti guardano dall'alto, poi luoghi meno particolari ma non per questo meno interessanti. Pranziamo a Mustafàpasha, sulla piazza, con un traffico inesistente ed un gran via vai di scolari che ritornano a casa dopo le lezioni, tutti con la loro bella divisa della scuola. Incontriamo una coppia di italiani, scambiamo qualche parere ul luogo, sulle strade, sulle moto, per noi puoi andare quasi dappertutto anche con un Ciao, non c'è da preoccuparsi; ci facciamo un giro, c'è un'antica chiesa affrescata, mi prendo una zuccata sullo stipite in pietra di una porta di cui porterò per giorni il segno, accompagnamo Aldo a far compere in uno dei negozi che si affacciano alla piazza e vendono praticamente di tutto. In direzione di Ibrahimpasha percorriamo una strada sull'altopiano - dispersi nel nulla su una strada perduta nel nulla, penso - ammirando la bellezza del panorama. In lontananza un canyon di rocce rosse nel quale precipitano ripidi uadi, Colorado e maghreb fusi insieme. Senza un gesto ci fermiamo, ci guardiamo quasi impauriti da quello scenario che ha il sapore dei lunghi viaggi.
Sosta un chilometro prima di Uchisar per ammirare dall'alto la Valle dei Piccioni, con le sue innumerevoli, inaspettate guglie chiare. Cena a Uchisar, poi da Farouk per il tè: veniamo battezzati "Kahraman motorcuk", grandi motociclisti (o motociclisti valorosi, se volete) e questo nome ce lo ripeteremo spesso in tutto il viaggio. Mustafà fa notare che "motor" significa motocicletta ma anche trattore: potremmo quindi essere anche "Grandi trattoristi", ma noi e le nostre moto non ci sentiamo offesi, va bene anche così. L'unica cosa che conta è che la moto vada perchè, com e dice Aldo "se la machina no va, no 'ndemo nanche noi".
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23-06-2011, 00:26
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#5
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Pivello Mukkista
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Giovedì 26 maggio: Uchisar-Nemrut Dagi
Dopo due giorni di stop, eccitazione per la partenza. Un ultimo giretto fino alla piazzetta di Uchisar e poi via, su strada buona, dal solito fondo grossolano, larga e veloce.
Percorriamo l'altopiano anatolico: hai l'impressione che per chilometri, davanti e dietro di te, non ci sia nulla. Invece si intravvede, dietro qualche balza del terreno, un piccolo e povero gruppo di case, un gregge, un traliccio dell'energia elettrica, un pastore che saluta da lontano.
Siamo intorno ai 2000 metri, saliamo e scendiamo un valico con ampi curvoni che invitano a correre un pochino: buona strada, con due corsie per senso di marcia, limite per le moto 100 all'ora (a proposito, strada con una corsia per senso di marcia limite 80, autostrada a pagamento limite 120). Macchina della polizia su ciglio, trecento metri dopo una pattuglia ci "invita" ad accostare. Quello della prima auto, arrivato nel frattempo, ci mostra la ripresa al computer: leggera curva a destra, uno dietro l'altro, "buttati" come si deve, siamo proprio belli da vedere. Sembra un gran premio alla tv, si fa per dire...
115, 117, 119 chilometri all'ora, 140, 140, 290 Turkish Lire. Ma come, dico, più del doppio di multa per due chilometri all'ora in più: così è, i poliziotti sono gentili ma professionali, abbiamo un mese di tempo per pagare e loro non accettano pagamenti diretti. Dopo i poliziotti bulgari (magari con l'amaro in bocca, che però non mi ha fatto cambiare idea su questo splendido paese) rivedo la luce. E' stata l'unica occasione nella quale la mia cronica terza posizione mi è pesata alquanto.
Da Malatya, dopo un milione di curve, arriviamo a Kahta e da lì dritti al Nemrut Dagi. Nei due possibili alloggi tutti i posti letto sono occupati - è arrivata una comitiva di australiani - e noi dormiremo nella casa di una famiglia kurda che ha una stanza libera. Quattro materassi sul pavimento, mancano alcuni vetri alle finestre, ma è pulito.
Intanto saliamo, una decina di chilometri su strada lastricata (blocchetti autobloccanti in cemento, ce ne saranno milioni!), paghiamo alla sbarra e via. Parcheggio in salita, auto e pullman, poi per un quarto d'ora a piedi su una mulattiera pietrosa.Ma sopra c'è tutto! Un panorama infinito, i grandi laghi artificiali, un mare di cime più basse; le grandi teste di dei, di re, di eroi, di animali, aquile e leoni. La luce al tramonto indora le sculture e le pietre e, nonostante il centinaio di persone che aspettano, il silenzio è impressionante quando l'ultimo raggio di sole scompare a ovest. L'energia del lugo è fortissima, l'emozione traspare negli occhi di tutti, sento un groppo in gola: ci abbracciamo. Siamo fratelli.
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23-06-2011, 23:20
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#6
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Pivello Mukkista
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Venerdì 27 maggio: Nemrut Dagi-Mardin
Dormito da dio: notte quieta, temperatura fresca, stanchezza quanto basta, Abbiamo contemplato la nostra stanzetta senza mobili ma con le pareti dipinte di fresco di un bel colore azzurro, i tappeti sul pavimento, le lenzuola bianche profumate di pulito. Una vera casa curda, povera quanto si vuole, ma pulita e dignitosa. Indugiamo a colazione per guardarci intorno ancora un po' e goderci la frescura del mattino: ogi si va nel profondo sud, ai confini della Mesopotamia, al limite della Mezzaluna fertile, ma anche alle porte del deserto.
La strada è buona e corre su un ampio altopiano, tra colline che si innalzano basse. Raggiungiamo un grande lago artificiale sul corso dell'Eufrate, lo attraverseremo in traghetto, Il posto è segnato sulla carta con il nome, guarda un po', di "Feribot". Aspettiamo sotto la tettoia di frasche di un bar, insomma qualcosa di simile, godendoci il piacere della sosta e chiacchierando con tre giovani con una motocicletta cinese tutta colori sgargianti, tubi cromati e ciondoli: eppure va, eccome, li troveremo più tardi, in tre con una sola moto, nel pieno dell'altopiano.
La strada corre veloce, sosta a Sivenek, in una disordinata stazione di servizio dove però non manca il consueto rito del te e della folla che si raccoglie intorno alle moto: tutti toccano, tutti tastano, ma non ci è mai mancato nulla.
Passiamo Diyarbakir senza neppure intravvedere le sue famose mura nere, per noi la capitale del Kurdistan turco è solo la disordinata periferia di una grande città, ma abbiamo fretta di raggiungere Mardin e la sua vista sulla Mesopotamia infinita.
Infine, eccola, distesa sul fianco di un'alta collina. Ci accorgeremo poi che dalla parte nord della collina c'è la Mardin nuova, quella degli hotel, delle strade ampie, del traffico veloce: molto più intrigante la Mardin distesa sul fianco meridionale della collina, una città quasi araba, con moschee e minareti, strade strette ed affollate, un bazaar, locali angusti nei quali gustiamo un ottimo ayran preso al volo, terrazze dalle quali ci gustiamo il panorama, una piatta distesa color ocra che si perde nella foschia all'orizzonte e fa immaginare meraviglie da Mille e una note e paesaggi alla Lawrence d'Arabia. Atmosfera calda, eccitante ma anche rilassata. Giriamo a piedi in lungo e in largo, e non ci basta mai. Tentiamo qualche acquisto nei bei piccoli negozietti sulla strada principale.
Il mio primo hammam, magari non del tutto tradizionale, nell'hotel dove alloggiamo: sauna invece del bagno turco e saltiamo il massaggio finale, ma la vigorosa strofinata del lavaggio mi rimette veramente a nuovo. Cena sontuosa sulla terrazza di un palazzo, perduti a contemplare la pianura che, nel buio, si è animata di mille luci. Non possiamo non pensare che sarebbe bello proseguire ancora "per di là". Va a sapere...
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24-06-2011, 00:11
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#7
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Pivello Mukkista
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Sabato 28 maggio: Mardin-Ahlat
Sveglia presto, ormai ci siamo abituati: ma oggi riceviamo in dono la luce della mattina di Mardin, una luce dorata che ammorbidisce tutti i contorni e rende più dolce da guardare ogni panorama. Deve essere così nel deserto, forse anche per questo ci sentiamo attratti dal proseguire "per di là". Ed in effetti, almeno un pochino, "per di là" ci andremo, L'uscita dalla città è facile, il nostro albergo è nella città nuova e la razionalità dei nuovi quartieri ci facilita almeno un poco le cose. Scendiamo dagli ultimi colli e ci inoltriamo ancora a sud - sempre in Turchia - verso la pianura mesopotamica. Da Akinci la strada corre per un centinaio di chilometri lungo la frontiera con la Siria, affiancata da una linea ininterrotta di reticolati e di torrette di osservazione. Anche se siamo un po' a corto di notizie, sappiamo dei problemi in Siria, ma da qui la situazione sembra tranquilla e nulla lascia presagire l'esodo di profughi di una settimana più tardi. A Cizre attraversiamo il Tigri - ci impressiona più la fama che la larghezza - e viriamo decisamente a nord, verso Sirnak, Siirt ed il Lago di Van, in un territorio che si fa via via più montagnoso. Incominciano i controlli della Jandarma, una sorta di polizia militare, sono numerosi i posti di blocco presidiati da autoblindo con la torretta della mitragliatrice minacciosamente puntata verso la strada: subiamo un controllo, ci prendono i passaporti e controllano in una casermetta lì accanto, ma tutto sommato sono molto tranquilli, professionali, e perdiamo poco tempo, giusto quello che ci vuole per un tè. Dopo Sirnak la sosta in un bar sperduto tra i monti ci riserva una piacevole sorpresa. Dopo un minuto siamo circondati da gente sorridente, allegra, con la quale passiamo - quando si sta bene ci si intende più facilmente - una piacevole mezzoretta. Sono kurdi, uno di loro ricorda ancora la vicenda Ocalan e perfino il nome del politico italiano che vi ebbe parte: D'Alama, dice lui, e unisce i polpastrelli delle dita di una mano verso l'alto, che in Turchia significa "molto buono", "ok". Così, dopo le nostre Bmw, in Kurdistan anche D'Alema è ok: se non altro qualcosa di diverso dagli infiniti accostamenti Berlusconi-bayan (donna, una parola che si impara subito, c'è scritto nelle toilettes, dall'altra parte di bay (uomo), che fanno sganasciare i turchi dal ridere.
Conosciamo Masud, che ci accompagnerà con il suo pick-up fino a Siirt, dove pranzeremo alla grande in sua compagnia, trattati come veri personaggi. Procediamo spediti su una strada sconnessa e tutta curve, fa caldo, ma darci dentro un pochino è di grande soddisfazione. Questo non ci impedisce tuttavia di ammirare il panorama, ma anche il dramma di una grande miseria, con villaggi poverissimi e bambini che rovistano nella spazzatura abbandonata ai bordi della strada. Rimane, di questa giornata, oltre al nostro amore per la Turchia, anche l'amarezza per ciò che abbiamo visto e l'affetto solidale per il popolo kurdo.
Quasi all'improvviso siamo al Lago di Van. E' sera, dirigiamo per Ahlat, eletta a tappa di giornata, quando all'orizzonte emerge dalla bruma della sera un fantasma bianco coperto di neve e di nuvole: il monte Ararat. Accelero e mi affianco ad Aldo per vedere che anche lui ride sotto il casco, proprio come me, scrollando le spalle dalla gioia.
Serata ad Ahlat, città un po' turistica e molto agricola, a goderci l'ennesimo kebab e quattro chiacchiere con un paio di studenti curiosi di novità. Dicono di creder in Patria, Religione e Bandiera. Pensiamo che magari ci sarebbe anche la questione curda, ma ci convinciamo a lasciar perdere. Siamo a casa loro, meglio così.
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