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Vecchio Ieri, 19:51   #1
Massimo
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GIORNO 06 – 28 APRILE 2025
Douz – Ksar Ghilane (107 km in moto, di cui 73 km sterrati)



E siamo così arrivati alla giornata clou di questo giro. Quella per cui siamo partiti, la motivazione del tutto. E oggi sarà, per noi, la prova del nove, ma anche del dieci, undici e pure dodici.

Ci alziamo poco dopo l’alba. Ci prepariamo in silenzio. Nessuno ha voglia di sparare le solite vaccate. Non abbiamo nulla da dirci in effetti. Abbiamo solo una vaga idea di ciò che ci attende. Si percepisce nell’aria tutta la nostra incertezza e preoccupazione. Insomma, sappiamo che tra poche ore potrebbe anche girare male, molto male.

Alla fine siamo pronti. Dei disperati, io soprattutto: casco senza visiera, occhialoni cinesi, jeans dentro gli stivali da turismo, e motoretta caricata alla “così come viene”. Roba da vergognarsi. Neanche dovessi andare al lago…



E sto’ pirla (cioè io) dovrebbe andare nel deserto? Non gli darei due lire.

Partiamo alla ricerca di un baretto per prendere acqua e qualcosa da mangiare. Ieri sera ne avevamo visti due nelle vicinanze. E’ presto e a quest’ora però sono chiusi. Non l’avevamo calcolato e non ci voleva. Bene: partiamo senza acqua e viveri per settanta e passa chilometri di sabbia. Fantastico!

Dalla periferia di Douz prendiamo l’unica strada asfaltata che, dapprima in direzione sud, poi in direzione est e infine in direzione sud-est ci porterà diritti al Cafè La Porte du Desert. Un tempo questa strada era sterrata, oggi invece è ben asfaltata e alla portata di chiunque.

Già da subito scompare ogni segno di civiltà e iniziano le dune, che qui sono basse. In pratica siamo entrati nel deserto, questo mi sembra chiaro.







La strada non presenta alcuna difficoltà. C’è solo da scavalcare o aggirare qualche lingua di sabbia portata dal vento, ma robetta da niente. Davanti a noi notiamo un motorino. Non riusciamo a stargli dietro. Va come una spia. Più avanti scopriremo che si tratta di Aziz, il barista del Cafè La Porte du Desert, che sta andando ad aprire la baracca. Saremo i primi clienti della giornata.

Ogni tanto attraversa qualche dromedario. Intorno le dune si perdono a vista d’occhio. Anche arrivare fin qui, mi dico, è pur sempre una bella esperienza immersiva; il deserto c’è e si vede. Mica bisogna per forza andare ad infognarcisi dentro.





Dopo 36 km arriviamo al Cafè, che è ancora chiuso. Gironzolando nelle vicinanze per capire da che parte dobbiamo andare vedo un pickup e gli vado incontro. Mi accorgo che sul tetto ha uno strano trabiccolo. Mi avvicino bello pimpante e capisco che si tratta di una mitragliatrice e che quelli dentro sono militari. Ci parlo. Non capisco una fava e me ne ritorno da Aziz confidando che sia più utile.



Il baretto è uno scrigno di cimeli, o meglio, secondo me, di ex voto, lasciati da quanti sono passati o tornati di qua. Praticamente c’è la storia del mondo motociclistico. Sembra quasi un negozio di abbigliamento e forse le maglie anche le vende.





Compriamo dell’acqua e ci sediamo fuori facendo finta di essere sahariani esperti e navigati.









Poi Aziz, in silenzio, ci guarda bene, ci squadra, ci pesa, ci valuta. Quindi ci chiede: ”ma è la vostra prima volta vero?” Boia, come avrà fatto a capirlo? Prendo coraggio e gli chiedo lumi riguardo alla strada (pardon: pista). Al che prende carta e penna e ci disegna una mappa più o meno in scala.





Ci dice che oggi la pista è in condizioni eccellenti e che più facile di così non la possiamo trovare. Siamo proprio fortunelli. Ci dice anche, però, che c’è un cordone di dune da attraversare e che comunque c’è sabbia, come è ovvio che sia del resto. Secondo lui ce la faremo, ma dice che non sarà una passeggiata. Impallidisco leggermente…



Poi prima di salutarci, e per umiliarci il giusto, ci dice che lui, con il suo motorino e in ciabatte, fa tranquillamente la “direttissima”, ossia la pista che dal suo baretto porta diritta a Ksar Ghilane. Veramente bastardo inside l’uomo…

Dai che si comincia. Il primo tratto verso il secondo bar è di 10 km. La pista inizia come una strada bianca, bella larga e dal fondo compatto. Fin qui è facile, penso tra me e me. E in effetti lo è.



La pacchia finisce però quasi subito. La strada diventa un po’ più insabbiata. La moto scoda, ma soprattutto è l’anteriore che va un po’ dove gli pare. Ho difficoltà a tenere la moto diritta. Non capisco come fare.





Alla fine, in un modo o nell’altro, la portiamo fuori e arriviamo al Cafè La Tente, il secondo dei quattro baretti, gestito da un altro Aziz, meno disponibile al dialogo, forse perché timido di suo.





Ci sediamo soddisfatti e compiaciuti per aver fatto questo primo pezzetto, che per noi è già tanto. Le ruote sulla sabbia ce le abbiamo messe.





Siamo e comunque restiamo tre scarsoni allo sbaraglio, soprattutto con questi occhiali da un euro.



Ad Aziz chiedo la direzione da prendere e come sarà la pista. A monosillabi mi fa capire che sarà peggio di quella fatta per arrivare qui. Non dico niente.



La pista, all’inizio, è su per giù come il primo pezzo. Fondo duro con un po’ di sabbia. Forse Aziz avrà esagerato, penso tra me e me, o forse non avrò capito bene.





Poco più avanti, però, la musica cambia. Avevo capito benissimo. La pista resta sì a fondo generalmente duro, ma è attraversata da montagnette di sabbia di circa mezzo metro, che bisogna scavalcare per forza perché occupano tutta la larghezza della via. Diciamo che il duro occupa solo lo spazio tra una montagnetta e l’altra, e neanche dappertutto, perché per lunghi tratti anche le depressioni sono coperte di sabbia.





Dentro di me, ma non lo dico agli altri, penso che andremo avanti qualche chilometro e poi ci toccherà tornare indietro. Non ho minimamente alcuna fiducia nelle mie capacità. Sono pessimista.

Non riesco a capire come devo fare. Faccio dei tentativi. Provo a restare seduto, poi mi alzo in piedi. Non capisco se devo stare avanti o indietro con il peso, né che marcia tenere. Insomma, non è semplice trovare la quadra. La moto tende ad andare in tutte le direzioni, fuorché diritta. Perde aderenza, si inclina, sbanda, scivola. Alla fine, prova e riprova, calo un rapporto e aumento di poco la velocità in modo da restare sempre su di giri. Mi pare che così sia più gestibile la faccenda.

‘Sta pista comunque è tutta una gobba. Aziz aveva ragione.

Dopo sette chilometri così, e tribolando, arriviamo al terzo bar, il Cafè du Parc. Siamo gli unici clienti.



Anche questo baretto è gestito da un altro Aziz, il quale ci offre dei biscotti scaduti del ’78 (che saranno il nostro pasto per tutta la giornata).







Brindiamo alla nostra salute (più che altro alla nostra incolumità, dato che siamo riusciti fin qui a non cadere) e proviamo ad andare avanti, sempre non convinti di farcela.



Ci attende ora la parte più lunga, oltre 30 km, ma anche la più varia perché sappiamo che nel mezzo c’è un tratto facile.

La primissima parte non presenta difficoltà particolari. La pista è ben delineata e non ci resta che seguirla trotterellando.



Vedete la parte di dune basse sullo sfondo? Ecco, bisogna attraversarle. Là in mezzo la pista non è ben decifrabile, anzi a dirla tutta sembra quasi scomparsa, eppure c’è, ma non è sempre immediata. Si interrompe all’improvviso, poi riprende, poi sparisce di nuovo. Insomma, dobbiamo cercarla.







Oltretutto, il fondo duro qui non c’è quasi più. E’ soprattutto roba molle, sabbia e basta.







Finito ‘sto labirinto di dunette sfigate ma bastarde, si stende all’improvviso a perdita d’occhio una piana veramente sconfinata, piatta come un biliardo, liscia, perfetta, infinita, senza l’ombra di una duna all’orizzonte.

Cavolo che posto incredibile: mi ricorda le steppe mongole, dove, girando a 360 gradi è tutto uguale.



Adesso inizia la giostra. Qua è facile e si può andare a bomba. Ma soprattutto si può andare dove si vuole. Non serve seguire la pista (che qui è larga un centinaio di metri), basta tenere la direzione giusta.









Siamo felici come le pasque: siamo riusciti ad arrivare fin qui. Non pensavamo di farcela, davvero. E ora possiamo darci dentro: abbiamo tenuto i 15 Km all’ora sulla sabbia (che per noi sono già tanti) e qua invece possiamo veramente esagerare.

In mezzo a tutta ‘sta immensità, becchiamo un palo piantato senza motivo. Guardiamo meglio se si vede la fine di questo paradiso.



La pianura è quasi finita, all’orizzonte si vedono altre elevazioni. E’ là che dobbiamo andare.





Manca una decina scarsa di chilometri al quarto baretto e pian piano ricompare la sabbia, ma la pista conserva abbastanza il fondo duro.



Ci fermiamo a riposare, da veri duri… forse neanche più di tanto duri.





Più avanti la sabbia prende il sopravvento e dobbiamo rimetterci di impegno. Un po’ arrancando, con tanta inventiva e poco stile, riusciamo a venirne fuori.





Siamo ormai in dirittura di arrivo al quarto bar, il Cafè Grand Erg. Attorno a noi le dune si sono alzate di statura, siamo in prossimità del Bibane, ma la pista resta comunque abbastanza evidente. A proposito, incontriamo le prime moto da quando siamo partiti.







Ed eccoci arrivati al quarto bar. Il più è fatto ormai. Siamo orgoglioni di noi stessi, perché quando siamo partiti non ci saremmo dati due soldi bucati.





Qui inizia però il pezzo più difficile e per noi decisamente incerto. Cerco informazioni, perché da quel che avevo letto occorre superare un cordone di dune più alte e mollicce.

Un navigato autista di pick up, Aziz pure lui, mi viene incontro, vedendomi spaesato. Mi spiega, senza tanti giri di parole, la situa.



C’è poco da cincischiare. Il passaggio è uno solo: il Bibane. Sono 200 metri lineari filati di dune, una dietro l’altra, da scavalcare, a suo dire a razzo. Non capisco bene cosa voglia dire. Mi spiega che è come una sinusoide verticale in mezzo alle dune. Tra una gobba e l’altra della sinusoide ci sono circa 2-3 metri e le gobbe sono alte circa un metro e mezzo barra due.

Fine della storia penso. Non ce la faremmo mai. Già abbiamo faticato non poco fino a qui. Questo è decisamente troppo per noi. Tuttavia, non abbiamo alternative, se non passiamo per questi famigerati 200 metri, ci tocca tornare indietro per 50 km. Non voglio neanche pensarci.

Mi avvicino ad un gruppo di ragazzi autoctoni, che accompagnano Aziz. Chiedo ulteriori lumi, ma soprattutto aiuto. A guardarli sembrano degli sfigati in infradito, neanche fossero a Rimini. In realtà mi rassicurano e mi dicono che, se ci piantiamo, vengono loro a tirarci fuori. Mi si stampa un sorriso in faccia. Li ringrazio meglio che posso. Ora so che in un modo o nell’altro ne verremo fuori.



La sinusoide inizia a poche centinaia di metri dal bar. Alcuni motociclisti con monocilindrici leggeri partono a razzo, apparentemente senza difficoltà. Sono spagnoli.



Mi dicono di accelerare e di tenere rapporti bassi. La faccio sporca: metto la prima e apro il gas più che posso. Mi infilo dentro ‘sta sinusoide, cercando di non calare mai la velocità. Ma non riesco come vorrei, un po’ per paura, un po’ per inesperienza. Il fondo è sabbia veramente molle. La moto non sta dritta e il grip è quello che è.

Alla fine della fiera, faccio quasi tutto il tratto impestato, ma mi pianto sulla penultima duna. Colpa mia che ho rallentato, perché era più ripida della altre.





Mi viene subito in soccorso uno dei ragazzi in infradito, che in quattro e quattr’otto mi rimette la moto in posizione, così riesco a finire questa gimcana. Da inesperto, posso dire che non è stata per niente facile. I manici diranno che era una passeggiata, lo so, ma io, come ho detto, son qua a raccontarvi la storia da impedito.



Anche Luca, su HP2, si pianta. Lo soccorre Aziz in persona. E pure lui passa questo collo di bottiglia.



Alla fine, i ragazzi spagnoli non credono che sia stata la nostra prima volta. Ci fanno complimenti esagerati, perché ci abbiamo provato, da verginelli, con moto non specialistiche. Complimenti immeritati peraltro, perché, se non ci fossero stati Aziz e la sua ciurma, saremmo ancora là. Provvidenziale e indispensabile il loro aiuto. Siamo stati davvero fortunati ad incontrarli sulla nostra strada.

La sinusoide termina su un terrapieno di ghiaia dura. Ci dicono che da qui in avanti è facile e quindi la comitiva si perde tra le dune. Facile, un par di balle…



La storia non è ancora finita, perché la parte difficile prosegue ancora per un altro tratto (tirando le somme saranno in definitiva 700 metri in tutto, compresi i 200 già fatti).

Ora siamo da soli e quindi ci dobbiamo arrangiare. Ma abbiamo capito come si procede. Ci insabbiamo, cadiamo, ci rialziamo, ripartiamo. Alla fine ne veniamo fuori. Forse abbiamo preso più coraggio perché Ksar Ghilane è sempre più vicina. Se ci fossimo trovati in questo ginepraio all’inizio, avremmo sicuramente rinunciato.







La pista torna, come d’incanto facile. Un dromedario, se ci ha visto, starà ancora ridendo. In lontananza vediamo, su un’altura il Fortino Romano, meta di escursioni guidate in quad per i motociclisti che arrivano su asfalto a Ksar Ghilane.







Ridendo e scherzando, dal quarto bar alla deviazione per il fortino, sono oltre 20 km, come detto per un pezzo per nulla semplici.

La deviazione per il fortino, si stacca sulla sinistra rispetto alla pista principale che porta a Ksar Ghilane. Il punto è ben segnalato ed è impossibile sbagliarlo perché il fortino, ormai vicinissimo, si vede bene.

La deviazione è lunga 600 metri. Il fondo è decisamente sabbioso ma facile. Con la moto si arriva fino ad una capanna ai piedi del rudere.



Volendo, e noi lo abbiamo voluto, si può entrare con la moto proprio nel forte. L’ultimo brevissimo tratto (dalla capanna) è molto ripido ma il fondo è duro.

Il fortino romano in realtà ha un nome e cognome: si chiama Forte di Tisavar. Questo edificio ha dell’incredibile, se si pensa che è stato costruito dai Romani nel I secolo d.C come ultimo estremo avamposto per la difesa del limes tripolitanus, ossia il confine dell’impero.

Come abbiano fatto a portare fin qui il materiale da costruzione, senza strade, in mezzo al nulla è veramente stupefacente. Altrettanto stupefacente è immaginare la vita della guarnigione spedita qui a fare la guardia in balia di bufere di sabbia, carenza d’acqua e possibili invasioni da sud. Comunque, una cosa è certa: ai najoni romani spediti quaggiù di guardia, non passava più…

In realtà sono quattro sassi, ma il panorama non è affatto male. L’Oasi è veramente vicinissima e la si distingue bene dall’altura, separata da una distesa di dune, il che significa che poi dovremmo passare di là per forza.



Beh, ci pensiamo dopo. Ora esploriamo il forte, che è piuttosto piccoletto.







Siamo soli. A parte due turisti che arrancano a fatica. Ci sediamo a goderci il panorama, veramente soddisfatti di quel che siamo riusciti a combinare.





Il panorama è sconfinato. Da qualunque parte ci giriamo vediamo solo sabbia e dune. Per tre scappati di casa, non è poi così male.











Sentiamo il profumo della vittoria (soprattutto sulle nostre incertezze iniziali). Cala un senso di relax. E a noi, quando ci sentiamo bene, vien voglia di essere creativi.

Guarda caso abbiamo dietro i vestiti giusti per il contesto…









Mancano 4 km a Ksar Ghilane. Scendiamo al bivio per riprendere la pista principale. Prima non ci avevamo fatto caso, ma tocca superare una breve ma ripida salita impestata di sabbia molle. Saranno una settantina di metri di lunghezza, ma sale bella decisa. Ci sono pure un paio di curve. Praticamente è come il pezzo difficile fatto per arrivare fin qui, ma ormai siamo in dirittura d’arrivo e saliamo senza pensarci più di tanto.

Dalla sommità inizia una pista su sabbia molle e profonda. E’ sempre un su e giù, ma le gobbe sono più basse di quelle passate. Saranno alte sì e no un metro, tutte ravvicinate. Dopo l’esperienza passata è tutto più facile. La guida è davvero divertente, la più divertente in assoluto di tutto il percorso da Douz.







Se arrivate a Ksar Ghilane su asfalto e non avete una moto pesante, vi consiglio vivamente di provare a venire fino al forte con le vostre ruote (anziché noleggiare un quad). Il pezzo è breve e alla peggio tornate indietro.

Se penso a quanto è bello guidare sulla sabbia tunisina, penso a questo ultimo rush finale. Spero di aver reso l’idea.

Arriviamo a Ksar Ghilane alle 17:30. Tra una cosa e l’altra abbiamo impiegato la bellezza di nove ore per fare la traversata. Roba da bradipi, lo so, ma per noi è già un miracolo se ne siamo venuti fuori.

Volevamo provare l’ebrezza di dormire con il pavimento di sabbia. Quindi abbiamo scelto il Campement l'Oasis, praticamente un campeggio con le tende già piantate e i cessi in comune. La scelta si è rivelata azzeccata più che mai.

Ci registriamo dall’ennesimo Aziz e ci dirigiamo alla nostra tenda.





La tenda è veramente a ridosso delle dune, che vengono trattenute da un muretto, utile anche come stendibiancheria. Dentro ci sono tre letti comodi. Non ci manca niente.







Da questo momento in avanti gireremo sempre scalzi. La sabbia è soffice e impalpabile. Prima però, da veri turisti, andiamo alla famosa pozza di acqua calda per fare il bagno di rito. Wow che goduria, anche se non sembra dalle nostre facce… forse per la puzza di zolfo che emana.



Aspettando il tramonto, con tutta ‘sta scenografia a disposizione, ci dedichiamo a qualche scatto. Quando mai ci ricapiterà? Giusto?







Parrebbe che l’oasi di Ksar Ghilane sia nata per sbaglio: nel 1953, infatti, furono avviate delle trivellazioni alla ricerca del petrolio, ma fu intercettata una falda acquifera a circa 700 metri di profondità. Negli anni successivi, si cominciò a impiantare palme e alberi da frutto e a metter su un embrione di strutture turistiche in appoggio al laghetto termale. Forse tutto l’ambaradan di oggi non renderà come il petrolio, ma di certo dà da lavorare a un botto di persone.

Tra una cosa e l’altra sta per avvicinarsi il tramonto e noi ovviamente siamo pronti a immortalare il momento. Le escursioni in dromedario proseguono finché c’è luce. Arrivano anche gli ultimi ritardatari in jeep e moto.



















In pochi minuti si è fatto buio. La temperatura, dai 30 gradi di oggi è scesa di botto a 15. Fa freschino in effetti.

Prima di cena ci fanno vedere come si cuoce il pane sotto la sabbia. Poi a cena e tutti a dormire.





E’ stata davvero una giornata all’altezza delle nostre aspettative. Fortunata e felice. Siamo proprio soddisfatti.

NOTE PRATICHE

Provo, in conclusione, a spiegare, meglio che posso, le varie opzioni per raggiungere Ksar Ghilane da Douz, facendo riferimento alla mappa qui sotto. Non preoccupatevi per le tracce, perché le avrete, mappate con assoluta precisione, alla fine della storia. In blu i tratti asfaltati; in rosso quelli sterrati.



PRIMA OPZIONE: in sequenza punti 01-11-12-13-09-08 (114,5 km solo asfalto). Si tratta del percorso classico e più facile, direi praticamente elementare perché si svolge tutto su strade ben asfaltate. E’ il percorso che seguono quasi tutti i motociclisti e i tour specializzati. Il percorso è alla portata di chiunque, con qualunque moto. Non si può escludere sulla pipeline qualche banco di sabbia nel caso abbia tirato vento: in tal caso occorre moderare ovviamente la velocità. Questa opzione, di fatto, costeggia il deserto vero e proprio (quello con le dune per intendersi), ma rimane comunque la tappa più bella di un viaggio in Tunisia, anche se soltanto asfaltato. Mancano peraltro le curve, e forse un po’ ci si annoia. Tuttavia, se siete refrattari alla sabbia, questa è l’unica opzione.

Da Douz si segue verso est la C104, fino all’incrocio con la C211 (la famosa pipeline). Ci si immette per quest’ultima verso sud fino alla deviazione ben segnalata, sulla destra (nella direzione di marcia), per Ksar Ghilane.

I chilometraggi parziali sono i seguenti: 01 Douz – 11 Deviazione pista (23.9 km); 11Deviazione pista – 12 Inizio pipeline (44.5 km); 12 Inizio pipeline – 13 Fine pipeline (60.4 km); 13 Fine pipeline – 09 Inizio pista (14.6 km); 09 Inizio pista – 08 Ksar Ghilane (1.1 km).

SECONDA OPZIONE: in sequenza punti 01-02-03-04-05-06-07-06-08 (110,4 km di cui 36.5 km asfalto e 73.9 km sabbia). Per chi vuol provare ad avventurarsi sulla sabbia, questa è la via in assoluto più facile e l’unica potenzialmente tentabile dagli inesperti. Mi sento di sconsigliare questa opzione alle moto pesanti e ai motociclisti solitari, se non sono in grado di cavarsela da soli. Anche se non me ne intendo, mi sento invece di consigliare senza tanti giri di parole pneumatici tassellati. Il percorso passa in sequenza da quattro baretti piantati in mezzo al nulla, che offrono cibo e bevande. Tra questi bar, ovviamente non c’è nulla, solo sabbia e, in alcuni tratti, dune, generalmente di bassa statura, ma mollicce. La tratta più lunga tra un bar e l’altro è di 30 chilometri, per cui regolatevi di conseguenza. La praticabilità di questa via dipende dalle condizioni della pista, che può risultare più o meno agevole in funzione di quanto vento ha soffiato nei giorni precedenti. La si può trovare ben visibile e decifrabile, oppure quasi completamente cancellata. Il numero di passaggi dei mezzi 4X4 contribuisce al suo ripristino, ma, se dopo una tempesta di sabbia, nessuno è ancora passato, verosimilmente dovrete fare dietrofront, se non avete dimestichezza su questi terreni. Ad ogni modo il gestore del Cafè La Porte du Desert (all’inizio della pista), che conosce la zona come le sue tasche, dopo avervi squadrato dalla testa ai piedi, e aver quindi pesato “a vista” le vostre capacità, saprà dirvi se, a suo avviso, siete in grado di passare oppure no. Difficilmente sbaglia. Alla peggio si fa marcia indietro e si fa la prima opzione asfaltata con la coda tra le gambe.

Da Douz si prende l’unica strada asfalta, verso sud-est fino al primo bar. Già qui, se ha tirato vento, potrete trovare qualche banco di sabbia, per cui vale la regola di moderare la velocità come sopra. Non è detto che, se trovate parecchia sabbia su questo primo tratto asfaltato, poi non si riesca a proseguire: l’unica è chiedere al barista. Il primo tratto di pista (02-03), tra il primo e il secondo bar, è il più facile: in condizioni normali si prosegue facilmente. Il secondo tratto di pista (03-04), tra il secondo e il terzo bar, è leggermente più impegnativo: anche in condizioni normali si incontrano basse montagnette di sabbia da scavalcare. Il terzo tratto di pista (04-05), tra il terzo e il quarto bar, è il più lungo: la prima parte è simile al precedente tratto (forse un pelo più impegnativa, ma di pochissimo), la parte centrale è facile (con fondo compatto, senza sabbia, anche se morbido), la terza parte è simile alla prima. Il quarto tratto di pista (05-06), dal quarto bar al fortino romano, è più difficile dei precedenti e si svolge ininterrottamente solo su sabbia: subito dopo il quarto bar, occorre superare un cordone di dune (vere) – il cosiddetto Bibane – che può risultare bloccante, nel senso che, se non si riesce a passare di qui, tocca tornare indietro, quando ormai il più è stato fatto (con conseguente giramento di balle non indifferente); il tratto in questione (segnato tra due pallini rossi sulla mappa, subito dopo il punto 05), varia in lunghezza, a seconda delle condizioni, tra i 200 e i 1000 metri lineari. Tenete conto, però, che tutti passano di qua, per cui difficilmente mancherà chi saprà aiutarvi. Il quinto e ultimo tratto di pista (06-08), dalla deviazione per il fortino romano a Ksar Ghilane, è sempre su sabbia, ma più facile del precedente: se siete arrivati fin qui, arriverete anche alla meta finale; oltretutto è davvero bello da guidare perché le dune sono più basse delle precedenti. La deviazione per il Fortino Romano (06-07 e viceversa) è sabbiosa, ma brevissima; solo ripida, alla fine, se proprio volete entrare nel forte con la moto.

I chilometraggi parziali sono i seguenti: 01 Douz – 02 Cafè La Porte du Desert (36.5 km); 02 Cafè La Porte du Desert – 03 Cafè La Tente (10.5 km); 03 Cafè La Tente – 04 Cafè Du Parc (6.7 km); 04 Cafè Du Parc – 05 Cafè Grand Erg (30.2 km); 05 Cafè Grand Erg – 06 Incrocio per Fortino Romano (21.2 km); 06 Incrocio per Fortino Romano – 07 Fortino Romano (592 m); 07 Fortino Romano - 06 Incrocio per Fortino Romano (592 m); 06 Incrocio per Fortino Romano – 08 Ksar Ghilane (4.1 km).

NOTA 1: in sequenza punti 02-11 (22.0 km di pista): Dal primo bar (01) dove si arriva su asfalto, esiste una pista che consente di andare ad intercettare l’asfalto più avanti in direzione di Ksar Ghilane, senza dover tornare indietro fino a Douz. L’opzione potrebbe diventare utile nel caso non si riesca a fare la pista principale e si voglia tornare indietro per una pista alternativa. Questa pista (02-11) è ben visibile dalle immagini satellitari e ho visto un video di un motociclista solitario che l’ha percorsa senza particolari difficoltà. Tuttavia non sono riuscito a individuarne l’inizio (nei pressi del Cafè La Porte du Desert). Pur guardando bene, non c’era alcun segno che potesse far pensare ad una via di passaggio, ma proprio nessuno, solo sabbia vergine. Probabilmente, almeno nel primo tratto, a causa delle condizioni riscontrate, il vento aveva cancellato l’attacco di questa via.

NOTA 2: direttissima per Ksar Gilane. Tra i punti 02 e 05 esiste una pista che, con maggiori difficoltà, porta a Ksar Ghilane direttamente e con minor distanza, saltando il secondo e il terzo bar. E’ un percorso decisamente riservato agli esperti, in quanto si svolge praticamente tutto su dune. Al momento del sopralluogo, anche qui, non sono riuscito ad individuare nessun segno che potesse far pensare ad una pista: solo dune vergini. Volutamente non l’ho segnata sulla mappa, perché fuori dalla mia portata.

NOTA 3: in sequenza punti 09-10 (12.6 km su pista). Già che ci sono, vi segnalo un’altra opzione per raggiungere Ksar Ghilane dalla pipeline. Questa pista, in realtà, viene molto utile se, da Ksar Ghilane avete intenzione di proseguire verso est, in direzione Chenini, perché essa termina sulla pipeline proprio di fronte a dove parte la strada (all’inizio asfaltata) per Chenini. In pratica si evita il tratto asfaltato 09-13-10. Se siete arrivati a Ksar Ghilane per la pista sopra descritta, questa ulteriore breve pista sarà una passeggiata. Il fondo è sabbioso, ma è sempre ben evidente e si guida agevolmente, almeno in condizioni normali.

Tenete conto che quanto sopra è stato scritto, si fa per dire, dall’alto della mia inesperienza, per cui non vorrei mai aver detto castronate. Mi rimetto, dunque - con umiltà e riverenza - agli esperti per le eventuali correzioni o precisazioni. Tenete conto che questo racconto, lungi dal voler essere una guida autorevole, raccoglie semplicemente le impressioni di un principiante qualunque, ed è rivolto, come ho già detto, a coloro che, pur non avendo alcuna pratica di sabbia (come me), vorrebbero provare l’esperienza, offrendo loro le maggiori informazioni possibili a mia disposizione.
__________________
Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E

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