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| Quelli che amano guardare il Panorama In questo forum si parla di MOTOTURISMO è dedicato a chi ama viaggiare e macinare km su km per visitare il mondo |
12-10-2012, 18:49
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#26
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Amico rumeno con pelo portafortuna
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Occorre superare la città di Tuzla e raggiungere le montagne che sovrastano Kladanj
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...sei passato anche da Olovo allora.........e sei arrivato verso Vogosca prima di entrare a Sarajevo..... quella era una zona calda all'epoca........e sbucavi da sopra ...quella che chiamavano "la panoramica" che era tutta sterrata ....e da dove partivano i colpi di mortaio verso la città .....idem i due che colpirono il mercato nel centro città....
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...ma ho promesse da mantenere e miglia da percorrere, prima di dormire...
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12-10-2012, 18:54
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#27
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Amico rumeno con pelo portafortuna
Registrato dal: 27 Oct 2008
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Passiamo vicino allo stadio olimpico e una grande distesa di cippi bianchi calamita ilo nostro sguardo
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...li sopra c'era l'ospediale pediatrico..........
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12-10-2012, 19:05
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#28
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Amico rumeno con pelo portafortuna
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finché dura perché temo che la globalizzazione sta colpendo e colpirà duro anche lì
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...Giulio...nel bene o nel male...li la globalizzazione...si spera che porti ad una condizione inferiore di tensione tra le genti di diversa etnia.......tu hai riportato alcune tue sensazione ... e siamo nel 2012.......... io li ...c'ero dai primi mesi del 1996....... ;-)
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12-10-2012, 19:09
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#29
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Presidentessa del Fiat Duna Fanclab
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Che bello vedere questi report.... complimentissimi per le foto!
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12-10-2012, 23:55
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#30
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Mukkista doc
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Originariamente inviata da Animal
...Giulio...nel bene o nel male...li la globalizzazione...si spera che porti ad una condizione inferiore di tensione tra le genti di diversa etnia.......tu hai riportato alcune tue sensazione ... e siamo nel 2012.......... io li ...c'ero dai primi mesi del 1996....... ;-)
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Gigi (così è il tuo nick vero?  ), spero che un giorno o l'altro ci troviamo seduti allo stesso tavolo e mi racconti qualcosa di quello che hai visto e conosciuto... grazie comunque delle suggestioni.
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13-10-2012, 00:12
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#31
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Mukkista doc
Registrato dal: 08 Oct 2009
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QUARTO GIORNO
“L’Hotel Europa è il centro fisico e semantico della città di Sarajevo. È il centro fisico perché si trova esattamente sul confine fra la parte turca e quella austro-ungarica (ed) è al centro della città perché tutto ciò che è stato costruito dopo l’Austria non è una città – quale luogo di identità – ma un insieme di edifici la cui utilità oggettiva non li rende meno anonimi e impersonali” (Dzevad Karahasan, Sarajevo Exodus of a City, pag 113).
Ripenso a queste parole mentre passeggio la sera lungo Ferhadija, la via più centrale di Sarajevo.
Oggi abbiamo reso omaggio alla città che ha resistito a millequattrocentoventicinque giorni di assedio; alla città che ha pagato un tributo di più di dodicimila vittime al folle sogno della “Grande Serbia”. Le abbiamo reso omaggio con l’aiuto di Vili ( www.sarajevodiscovery.com) che ci ha accompagnato lungo la strada per l’aeroporto facendoci rivivere attraverso i suoi occhi di bambino l’incubo di una vita quotidiana scandita dalla fame, dalla sete e dalla paura delle bombe e dei cecchini, ma anche sostenuta dall’orgoglio e dal senso di appartenenza. Ci ha indicato gli alberi più vecchi che sono sopravvissuti al taglio solo perché servivavno da rifugio precario negli spostamenti lungo il viale.
Vili ci ha condotto anche al Tunnel Spasa, il tunnel della speranza, costruito sotto l’aeroporto per portare in città ciò che non vi arrivava attraverso il corridoio umanitario dell’ONU.
Le abbiamo reso omaggio cercando le rose di Sarajevo, ovvero i crateri lasciati dalle granate che cadevano in città e mietevano vittime fra coloro che erano in coda per approvvigionarsi di acqua o di cibo e fra i bambini che cercavano di mantenere una vita normale giocando e andando a scuola; crateri oggi dipinti di una lacca rossa che col tempo si sta sfaldando e perdendo colore, quando non cancellata per rimuovere il lutto dalla città.
Le abbiamo reso omaggio visitando il Markale, il mercato rionale colpito da una bomba che uccise sessanta persone in un colpo solo e che oggi rivive di vita e di vite nuove.
Sarajevo è celebrata come un monumento alla tolleranza e alla convivenza: “una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera: un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico; ad un centinaio di metri uno dall'altro” (Predrag Matvejević). La “Gerusalemme d’Europa”.
Ma quanta tolleranza rimane oggi a Sarajevo dopo l’orrore della guerra di quindici anni fa? Lo abbiamo chiesto ad un signore seduto vicino a noi a mangiare una pita al formaggio nella Bascarsjia.
“Dopo la guerra, cioè dopo la caduta della Yugoslavia, si vive sicuramente meno bene di prima; si sono create troppe differenze tra ricchi e poveri. Prima esisteva il ceto medio, ora averne uno è un'utopia. Il punto di forza di Sarajevo è la popolazione che conserva il desiderio di aiutarsi l'un l'altro, di dividere il poco che si ha e tutto questo sempre accompagnato da un buon senso dell'umorismo.
La comunità serbo-bosniaca esiste ancora a Sarajevo. Prima che la guerra iniziasse, molti Serbi avevano lasciato la città e si dice che fossero stati informati preventivamente, ma molti altri erano rimasti a Sarajevo e vivevano la stessa vita che facevamo tutti: facevano la fila per l'acqua, per il cibo, ecc. Molti si erano anche arruolati nell'esercito bosniaco insieme alle altre etnie. Io dico sempre che tutti quelli che sono rimasti qui, sono rimasti perche questa era la loro città, sono nati qui, sono cresciuti qui, si sono sposati qui, e qui hanno cresciuto i loro bambini. Sono rimasti per proteggere la loro città e le loro famiglie. Quindi il rapporto che oggi hanno i Serbi con gli altri dipende dal loro modo di comportarsi verso gli altri. Se cercano grane, le troveranno sicuramente; se invece sono più propensi a una vita condivisa, è molto probabile che la trovino.
Le faccio un esempio. Nell'edificio dove vivevo all'epoca, era un giorno in cui distribuivano l'acqua con un’autobotte. Tutti gli inquilini erano scesi a fare la fila e dopo un po’ di tempo, quando si era creata già una bella fila di persone, esce questa signora, serba o ortodossa, che dice: "Io sono Serba, fatemi prendere l'acqua per prima, qui nessuno rispetta i Serbi". Al che una signora le risponde: "Aspetta il tuo turno come facciamo tutti. Pensi che a Pale (che era una delle centrali dell'armata serba durante la guerra) a me che sono musulmana mi permetterebbero di parlare cosi? Ah no, lì non mi permetterebbero nemmeno di vivere.”
Ma reputo gli abitanti di Sarajevo gente molto aperta e disposta alla riconciliazione. I rapporti sono sicuramente cambiati; non esiste più quel famoso slogan del comunismo yugoslavo: “Fraternità e unità”; però Sarajevo ha una tradizione secolare di convivenza e coesistenza e posso dire che chiunque qui può sentirsi a casa senza sentirsi discriminato”.
Dedichiamo parte della giornata a visitare il ricchissimo patrimonio storico e culturale di Sarajevo: Piazza Sebilj (la piazza dei colombi), la moschea Husrev Begova, Kazandziluk, lo Stari Hram, la cattedrale cattolica; ci aggiriamo lungo i bellissimi vicoli del mercato della Bascarsjia dove, insieme al ciarpame turistico si mescolano ancora oggetti artigianali straordinari.
Ed ora è sera e passeggiamo lungo Ferhadija. Il quartiere ottomano è buio; le botteghe chiuse. La vita si è spostata nel quartiere europeo, scintillante di luci, pulsante di ritmi viscerali e di movida, animata di folla che passeggia e riempie i locali che si susseguono l’uno dopo l’altro.
Il quartiere ottomano è buio ed oggi sopravvive solo per i turisti, ma è importante che sopravviva accanto alla città moderna perché senza di esso Sarajevo non sarebbe più la città simbolo della tolleranza e della convivenza, ma diverrebbe la città del Ponte Latino vicino al quale si consumò l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, la città dell’odio nazionalistico.
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Ultima modifica di trottalemme; 13-10-2012 a 00:18
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13-10-2012, 00:27
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#32
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Amico rumeno con pelo portafortuna
Registrato dal: 27 Oct 2008
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spero che un giorno o l'altro ci troviamo seduti allo stesso tavolo
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...e come sempre, sarà un vero piacere!
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mangiare una pita al formaggio
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....che ricordi Giulio..........la mangiavo spesso (una delle poche cose calde che trovavi la mattina alle 5).....
...in un piccolo panificio di Pale......era posizionato vicino ad uno spiazzo...uscendo dal paese.....
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Ultima modifica di Animal; 13-10-2012 a 00:56
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13-10-2012, 01:07
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#33
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Amico rumeno con pelo portafortuna
Registrato dal: 27 Oct 2008
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il mercato rionale colpito da una bomba
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...il colpo di aggiustamento...colpì la parete dell'edificio a sx (guardando il mercato dal lato aperto)
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insieme al ciarpame turistico si mescolano ancora oggetti artigianali straordinari
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...come i macinini per il caffè??!.... ;-)
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Ultima modifica di Animal; 13-10-2012 a 01:10
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13-10-2012, 08:33
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#34
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Mukkista doc
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Originariamente inviata da Animal
...come i macinini per il caffè??!.... ;-)
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13-10-2012, 09:20
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#35
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Mukkista doc
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Bello Giulio da parte mia grandissimi complimenti. Questa storia aiuta a capire che il viaggio va oltre la semplice percorrenza o il tipo di moto usata. Viaggiare significa molto di più e questo report è uno di quelli che ne fa comprendere il senso:
ma questi macini ... si può saperne di più..
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13-10-2012, 19:36
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#36
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Mukkista doc
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QUINTO GIORNO (Km 305)
Oggi riprendiamo la motocicletta ed usciamo da Sarajevo lungo la strada 19 verso est. Dopo qualche chilometro incontriamo ancora una volta il grande cartello che ci avverte che stiamo entrando nella Republika Srpska e poco dopo è la volta della deviazione per Pale che durante la guerra rappresentò il quartier generale amministrativo del governo serbo-bosniaco ed è oggi una delle municipalità della “città” di Sarajevo Orientale, di fatto un vasto territorio che raccoglie i villaggi, le cittadine ed alcuni di quelli che erano i suburbi di Sarajevo prima della guerra a prevalenza serba.
Noi proseguiamo verso Podromanija alzandoci progressivamente di quota sulla Montagna Romanija per scendere nella valle vicina con pochi larghi tornanti che inviterebbero ad aprire il gas se i limiti di velocità e la fitta presenza di pattuglie sulla strada lo consentissero.
Lasciamo la 19 per dirigerci verso Rogatica sulle ondulazioni di uno sterminato altipiano; attraversiamo lentamente la cittadina a causa dell’intenso traffico senza trovare motivo per una sosta. Appena fuori dall’abitato, la strada si insinua nella profonda gola del fiume Praca che prosegue per una ventina di chilometri fino a sfociare nella Drina, nei pressi di Goradze.
La Valle della Drina è ampia, circondata da alte montagne rocciose e ammantata di boschi lussureggianti. Il fiume, che si dirige ad est, è verde smeraldo, quasi immobile e possente, imbrigliato da una diga alcuni chilometri oltre.
Prendiamo a sinistra verso la nostra meta, Visegrad, sulla bellissima strada che alterna lunghi tratti panoramici e ripetute gallerie che tagliano la roccia quando la valle si restringe.
Infine, dietro una curva, poco dopo la diga che sbarra la Drina, compare la città sparsa sulle due rive del fiume ed unita dal famoso ponte turco.
Il ponte fu costruito fra il 1571 e il 1577 sulla strada per Costantinopoli con i soldi donati da Mehmed Pascià Sokolovic, gran visir di tre sultani e proveniente da un villaggio vicino a Visegrad. È il protagonista immobile ed il testimone di una storia lunga quattro secoli scritta da Ivo Andric in un famosissimo libro e nella quale convivono e lottano fra loro bosgnacchi, serbi e austro-ungarici. Ivo Andric descrive così il ponte: “è lungo circa duecentocinquanta passi e largo una decina, tranne che al centro, dove è ampliato mediante due terrazzi perfettamente identici, uno su ciascun lato della carreggiata, che gli fanno raggiungere una larghezza doppia. È questa la parte che si chiama "porta", e qui, sul pilastro centrale, che in alto si allarga, su entrambi i lati si trovano delle sporgenze, sì che, a sinistra e a destra della carreggiata, poggiano sulla base due terrazzi, i quali, con linea ardita ed armonica, si protendono nello spazio oltre la struttura principale del ponte, al disopra dell'acqua rumorosa e verde che scorre in basso. Sono lunghi quasi cinque passi e alti altrettanto, recinti da un parapetto di pietra, così come lo è il ponte in tutta la sua lunghezza, ma altrimenti aperti e non riparati. Il terrazzo di destra, venendo dalla città, si chiama "sofà". Vi si accede salendo due gradini, ed è orlato di sedili cui il parapetto funge da spalliera, e sia i gradini che i sedili ed il parapetto sono tutti della medesima pietra chiara. Il terrazzo di sinistra, dinanzi al sofà, è identico, ma è vuoto, senza sedili. Al centro del suo parapetto il muro si eleva al disopra dell'altezza di un uomo: in esso, nella parte superiore, è situata una targa di marmo bianco sulla quale è incisa una ricca iscrizione turca, un tarih, con un cronogramma che, in tredici versi, indica il nome del costruttore del ponte e l'anno della costruzione”. (Ivo Andric, Il ponte sulla Drina)
Accanto al ponte cerco l’Albergo di Lotika, descritto anch’esso nel romanzo, che effettivamente esiste ancora, ma è stato ammodernato sommariamente, tinto di giallo acido e al pianterreno oggi ospita una sala giochi. Che delusione! Io cercavo l’Hotel zur Brucke sperando fosse ancora così: “al piano superiore c’erano sei stanze linde e ordinate per i clienti, e in quello inferiore due sale, una grande e una piccola. Nella sala grande andavano gli avventori più modesti, i comuni cittadini, i sottufficiali e gli artigiani. La sala piccola era separata da quella grande mediante una porta di vetro opaco, nella quale, su di un battente, era scritto Extra e, sull’altra, Zimmer”.
So che il caravanserraglio fatto costruire assieme al ponte è stato abbattuto tanto tempo fa per fare posto alla caserma, ma dov’è finita anch’essa? Forse, “l’osteria di Zarija” è quel lungo stabile a due piani, vuoto e abbandonato, parzialmente nascosto dal pullman di giapponesi che ora stanno sciamando sul ponte, ma come sincerarsene? L’Ufficio Turistico alloggiato in un gabbiotto di vetroresina è chiuso. E che fine hanno fatto le botteghe e i magazzini di Alihodja, di Pavle Rankovic, di Mihailo Ristic e di tutti gli altri? Magari i loro eredi mi vengono incontro mentre passeggio o sono quei ragazzi seduti al bar che chiacchierano come facevano i loro avi seduti sul “sofà” del ponte che oggi hanno ceduto ai turisti.
Lascio Visegrad con questi dubbi in cui la città letteraria si confonde con quella reale. A Goradze dirigiamo a Foca e da lì riprendiamo la 18 verso nord per sbucare all’aeroporto. La strada si dimostra altrettanto bella del tratto percorso l’avantieri per arrivare a Sarajevo da Tuzla.
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14-10-2012, 01:12
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#37
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Amico rumeno con pelo portafortuna
Registrato dal: 27 Oct 2008
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...sei stato alla diga??
...da quelle parti....nel paesino del ponte....c'era un bel posticino dove facevano dell' ottima (per il periodo) carne alla griglia......ed affini.... ;-)
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...ma ho promesse da mantenere e miglia da percorrere, prima di dormire...
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14-10-2012, 09:12
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#38
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Mukkista doc
Registrato dal: 08 Oct 2009
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No, ho mangiato all'Albergo Visegrad, vicino al ponte, una buona trota ai ferri e assaggiato un'ottima grappa di pere (vilijamovka).
Gigi, se vuoi rispondermi, tu sei stato là con la UNPROFOR?
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14-10-2012, 20:35
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#39
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Mukkista doc
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SESTA E ULTIMA PUNTATA (Km 332)
Il viaggio è al termine, ma abbiamo ancora due mete prima di prendere la strada di casa: Mostar e Dubrovnik.
La prima è celebre per il suo vecchio ponte e per il fatto che il ponte fu abbattuto nel corso del conflitto degli anni novanta ad opera dell’esercito croato-bosniaco, forse uno dei gesti che più colpirono l’opinione pubblica per la sua inutilità militare ed il chiaro significato ideologico di separare la comunità cristiana da quella musulmana.
Dubrovnik è famosa per la sua bellezza e per il bombardamento nel 91-92 ad opera delle Forze serbo-montenegrine che ne danneggiarono seriamente molte opere d’arte senza riuscire però riuscire a raggiungere lo scopo di staccare la città dalla nascente Croazia.
Ripercorriamo il viale dell’aeroporto e lasciamo Sarajevo sulla strada 17. I primi trenta chilometri sono faticosi per il pesante traffico, ma subito dopo Tarcin la strada si libera e corriamo lungo un lago artificiale, circondati da alte vette di tipo alpino.
A Jablanica imbocchiamo la valle della Neretva che ci accompagnerà fino a Mostar. Il fiume scorre lentamente e maestoso, punteggiato di piccoli allevamenti di pesce d’acqua dolce; prima della città ci accorgeremo che il motivo di tanta imponenza è anche in questo caso una diga che blocca la corsa delle acque.
Arriviamo a Mostar verso le undici e ci rendiamo conto di avere sbagliato i conti: l’estate è finita, ma non il turismo. La città vecchia è intasata di persone che vagano incolonnate fra bancarelle e ristori; l’attrazione principale sembrano essere due giovanotti che, in costume da bagno, promettono di tuffarsi nella Neretva e intanto raccolgono soldi dai curiosi.
Abbiamo sbagliato i conti e ieri sera avremmo fatto meglio ad imboccare la strada per Mostar a Foca invece di tornare a Sarajevo. Ma tant’è, il danno è fatto. Raggiungiamo velocemente la motocicletta, facciamo due chiacchiere col posteggiatore a cui avevamo lasciato in custodia anche le giacche e ripartiamo subito.
Per raggiungere Dubrovnik non proseguiremo sulla strada 17, ma risaliremo l’altopiano Podvelezje e scenderemo a Gacko e Trebinje.
L’altopiano si rivela bellissimo e molto vario. Nella prima parte si corre in un ambiente carsico, arido e deserto in vista del Monte Velez. Salendo da Mostar, pochi chilometri dopo la deviazione dalla strada 17 si incontrano sulla destra i resti di un poderoso castello medievale: il castello di Herceg Stjepan che governò la Regione nel corso del Medio Evo.
Sull’altopiano incontriamo qualche auto, ma nessuna apparente coltivazione o allevamento. Da Nevesinje, che si raggiunge dopo trenta chilometri, il paesaggio lentamente si trasforma e si corre lungo tortuosi valloni attraversando piccolissimi villaggi deserti ed incontrando mucche al pascolo che stazionano pigramente sulla strada.
A Gacko ci da il benvenuto l’estesa miniera di carbone a cielo aperto e la grande centrale termoelettrica annessa; il territorio appare profondamente segnato dall’attività estrattiva, ma la devastazione del territorio dura poco perché, una volta attraversata la cittadina, riprende il bellissimo altipiano che corre in direzione nord-sud.
La strada si fa ancora più interessante dopo Bileca quando si incontra un altro grande lago artificiale (Bilecko Jezero) che si costeggia per qualche chilometro prima di arrivare a Trebinje, sullo sfondo a sud le montagne che separano questa zona dalla costa adriatica.
Poco prima di Brgat e del confine con la Croazia, la strada raggiunge la costa e incombe con bellissima vista sul golfo di Cavtat, Ragusavecchia, l’antica Epidauro.
Passiamo la sera a Dubrovnik, affollata di turisti ed in festa per una manifestazione folcloristica. La città è stata ricostruita ancora più bella di quanto fosse prima del bombardamento ed occorre entrare nella galleria War Photo Limited ( www.warphotoltd.com), di cui raccomando caldamente la visita, per ricordarsi che anche questa città fu coinvolta nel conflitto con quindicimila sfollati e un’ottantina di morti fra i civili.
Dopo Dubrovnik risaliamo lentamente la Costa Dalmata, godendoci lo splendido panorama, ma questa è un'altra storia.
FINE.
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14-10-2012, 21:49
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#40
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Mukkista in erba
Registrato dal: 29 Dec 2011
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molto bello, complimenti gran bel viaggio! anche la descrizione molto intrigante e appassionante sembra di esser stati li insieme
ciao
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