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Vecchio 09-10-2012, 00:09   #1
trottalemme
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predefinito Fra Croazia e Bosnia Erzegovina

PREMESSA
Is there a time for keeping your distance
A time to turn your eyes away
Is there a time for keeping your head down
For getting on with your day

Così comincia la canzone scritta dagli U2 e da Brian Eno che accompagna il video Miss Sarajevo di Bill Carter ed in cui viene criticato l'atteggiamento della comunità internazionale, incapace nei primi anni novanta di fermare le ostilità in Bosnia Erzegovina e di fornire aiuto alle vittime.
A causa di un piccolo episodio in cui sono stato coinvolto rispetto a quella guerra, troppo privato per essere raccontato, quei versi sono lo specchio di una indifferenza colpevole di cui mi sono reso protagonista e che avevo bisogno di sanare, fosse solo con un piccolo gesto simbolico.
Ecco, dunque, l’idea di un breve viaggio che toccasse alcuni luoghi simbolo della tragedia che ha accompagnato la dissoluzione dell’Ex Iugoslavia.
Ricordavo le strade anteguerra e mi sono tenuto largo con i tempi di percorrenza, scoprendo che oggi la rete stradale di Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina è scorrevole e tenuta in ottime condizioni, almeno le strade principali.
Le idee erano molte e il tempo poco, considerato che la fine dell’estate coincide con una ripresa massiccia delle attività lavorative. Abbiamo dovuto dunque ridurre progressivamente le mete, rimandandone alcune agli anni che verranno.



PRIMO GIORNO (Km 479)
Oggi è giornata di trasferimento e potremmo avvicinarci maggiormente alla prima meta del viaggio, se non addirittura raggiungerla; ci piace tuttavia l’idea di sostare a Ljubljana che Maria Grazia non ha mai visitato e ci incuriosisce Kostanjevica na Krki, piccolissimo borgo ai confini fra Slovenia e Croazia di cui qualcuno mi ha parlato ed in cui abbiamo deciso di passare la notte.
La A4 ci porta fino a Gorizia, dove varchiamo il confine incustodito e imbocchiamo la H4 che rapidamente ci porta alla prima tappa.
Il centro storico di Ljubljana ci accoglie con l’animazione di Presernov Trg, non lontano dalla quale abbiamo parcheggiato la motocicletta. La piazza, dedicata al poeta Frances Preseren, scintilla delle vetrine di griffes prestigiose, ma allo stesso tempo è contagiata dalla spumeggiante atmosfera che deborda dalla Città Vecchia.





Il clarinetto di uno scatenato gruppo musicale balcanico ci spinge ad attraversare di corsa il Tronostovje (triplo ponte) che accentua la bizzarria e il mistero di questa città.



Non abbiamo una meta precisa e non vogliamo impegnarci in una visita sistematica dei monumenti e dei tesori della città; ci basta farci stupire dalla sua atmosfera balcanica e mitteleuropea allo stesso tempo e con questa sosta operare una cesura, un solco, che allontani la quotidianità e gli assilli della vita di ogni giorno.
Cerchiamo lo Zmajsti Most (Ponte dei Draghi) e lo Cevljarski Most (Ponte dei Calzolai), catturati dalla suggestione dei nomi, e ci lasciamo assorbire dal quartiere medievale in cui si rincorrono mille musiche agli angoli delle strade e il mistero dei vicoli scuri e deserti che si inerpicano sulla collina verso il Castello.
Il mercato delle erbe di Vodnikov Trg ci frastorna con l’abbondanza e la varietà di uve, fichi, miele, peperoni, pesche, fra i quali ronzano api e curiosi.













Lasciata Ljubljana, ci dirigiamo ad est lungo la A2 per raggiungere la regione di Dolenjska. Usciamo ad Ivancna Gorica e imbocchiamo la strada 216 che percorre l’ampia valle disegnata dal fiume Krka fra dolci colline verdissime e piccoli borghi. A Zuzemberg, sostiamo attratti dalla mole del Castello, oggi ridotto alla cerchia muraria e a quattro torri ricostruite dopo i pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma che a partire dall’anno mille rappresentò un importante presidio della regione e dal XVI secolo fu la residenza della potente famiglia degli Ausperperg.











A Novo Mesto la 419 ci conduce a Kostanjevica na Kirki. Il fascino maggiore della minuscola cittadina è probabilmente la sua collocazione su una piccola isola circondata dalle acque calme e possenti del fiume Krka, ma, come per una donna che fu bella in gioventù, gli edifici mostrano i segni del suo passato splendore; fra essi spicca la Chiesa Parrocchiale di San Giacomo che conserva i caratteri distintivi del periodo romanico in cui fu eretta.











Ci fermiamo a dormire e a cena nell'unica Gostilna del circondario: Gostilna Zolnir. Le camere sono in puro modernariato ex Iugoslavia, ma la cucina si batte bene e il Refosco istriano eccellente.
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Vecchio 09-10-2012, 13:03   #2
GSalvo
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Bellissimo viaggio, complimenti per le foto
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Vecchio 09-10-2012, 13:12   #3
GATTOFELIX
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Complimenti gran bel viaggio e bellissime foto
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Sciûsciâ e sciorbî no se pêu.
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Vecchio 09-10-2012, 13:13   #4
pv1200
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Credo tu ti sia superato (questa volta da solo e senza l'aiuto del Claudio Piccolo)
Bellissime foto anche il bianco e nero è fantastico Bravo sei un esempio per tutti noi
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Vecchio 09-10-2012, 15:01   #5
trottalemme
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'spetta che adesso viene il bello (o il brutto) e magari cambi idea.
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Vecchio 09-10-2012, 18:09   #6
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vai giulio siamo in attesa
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Vecchio 09-10-2012, 18:26   #7
Animal
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...cakkio!!...hanno asfaltato le strade??........

...Vai Giulio!!...divertiti!!
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.
...ma ho promesse da mantenere e miglia da percorrere, prima di dormire...
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Vecchio 09-10-2012, 18:28   #8
charlyno
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..come già detto in altra sede grande Giulio
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Vecchio 09-10-2012, 18:34   #9
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Bello bello strade che faccio pure io a primavera solitamente, aspetto il seguito...ciao...
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Vecchio 09-10-2012, 18:56   #10
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Dai dai Trotta...
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Vecchio 09-10-2012, 19:04   #11
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Ciao era a me che piaceva Konstanievica... :-). C'erano le cicogne sui tetti?
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Vecchio 09-10-2012, 19:36   #12
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se mai si può aver spinta maggior per visitar quei luoghi, vorrei vedere il resto...
complimenti, quanto è durato il giro?
p.s: che significano quelle scarpe appese? ne ho viste un paio anche qui, in Italia, ma adesso non ricordo dove...
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"l'unico modo per far ridere il Signore é raccontargli i tuoi progetti."
(Cit. Wu Ming - Manituana)

Ultima modifica di A'mbabu; 09-10-2012 a 19:37 Motivo: P.s.
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Vecchio 09-10-2012, 20:03   #13
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Originariamente inviata da A'mbabu Visualizza il messaggio
...p.s: che significano quelle scarpe appese? ne ho viste un paio anche qui, in Italia, ma adesso non ricordo dove...
...ho un brutto presentimento ma, aspetto il seguito di questo bellissimo report
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...fare e tacere!!!
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Vecchio 09-10-2012, 22:32   #14
trottalemme
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SECONDO GIORNO (Km 353)
Da Kostanjevica na Krki arriviamo a Vukovar verso l’una. Passato il confine croato e girato attorno a Zagabria, abbiamo fatto una lunga corsa verso est sulla A3 fino a Slavonski Brod e a Zupanja, dove abbiamo abbandonato l’autostrada e deviato a nord verso il Danubio.



L’appuntamento con Jelena è al bar dell’hotel LAV di Vukovar. Abbiamo preso contatto con lei attraverso l’Ufficio Turistico della città ed Jelena, che parla italiano, si è gentilmente prestata a guidarci in una visita della città e ad aiutarci a capire i tragici avvenimenti che ne hanno fatto un monumento dell’indipendenza croata.
Nel 1991, la città fu praticamente rasa al suolo nel corso degli ottantasette giorni di assedio e, sebbene la maggior parte degli edifici pubblici e delle abitazioni siano stati ricostruiti, sono ancora molto evidenti i segni dei combattimenti e del bombardamento che raggiunse l’intensità di 12.000 colpi di artiglieria al giorno.







L’assedio opponeva 36.000 fra effettivi dell’esercito iugoslavo e miliziani serbi a 1.800 volontari della Guardia Nazionale Croata. Oltre ai morti e ai feriti fra i combattenti, le stime riportano circa 1.700 vittime civili fra morti e dispersi. Il momento più tragico dell’assedio fu raggiunto il 18 Novembre quando la città cadde ed i Serbi raggiunsero l’ospedale in cui erano asseragliati gli ultimi difensori e gli ultimi civili rimasti.
È dall’ospedale che comincia la nostra visita e il racconto di Jelena che, lo scopriremo man mano che aumenta la confidenza fra di noi, era nell’ospedale con il padre, la madre e il fratello.
Oggi nel seminterrato è stato ricostruito un memoriale delle condizioni di vita nell’ospedale e i muri del lungo corridoio sono piastrellati con i nomi delle vittime e con la cronaca degli avvenimenti.



Sgomberato l’edificio, i Serbi divisero gli uomini dalle donne e dai bambini. Donne e bambini furono caricati sui camion e per loro cominciò un lungo esilio fra Serbia e Croazia prima di potere ritornare alle proprie case. Gli uomini, più di duecentocinquanta, vennero portati in una porcilaia ad Ovcara e seviziati per l’intera giornata mentre in un campo vicino venivano preparate le fosse comuni per la loro esecuzione sommaria.
Oggi, la porcilaia di Ovcara è un monumento commovente al dolore di un popolo e di tutta l’umanità straziata dall’odio. Le porte del capannone sono state bloccate a metà a simboleggiare la volontà che la memoria non si chiuda sulla strage, da un lato, e che esse non possano riaprirsi a ripetere gli orrori del passato. Nel cemento del pavimento sono annegati migliaia di bossoli delle pallottole sparate durante l’assedio e i muri sono costellati delle immagini dei caduti. Al centro dello stanzone brilla un’unica candela accesa mentre attorno ruotano i nomi dei caduti che vengono scanditi senza sosta da un altoparlante.



Ci spostiamo nel campo del massacro. Poche, semplici pietre e la pietà dei rimasti marcano il ricordo.





Infine, eccoci al memoriale dove duecentosessantotto croci, assediate dalle tombe degli uomini trucidati, sono erette attorno ad una fiamma perpetua.





Ogni anno il 18 Novembre l’itinerario fra l’ospedale, la porcilaia, il luogo del massacro e il memoriale si rianima di una lunga marcia per non dimenticare.
Chiediamo a Jelenia come coesistano oggi Croati e Serbi nella città. Ci risponde che perlopiù non c’è comunicazione fra le due comunità: i bambini frequentano scuole differenti e i locali di ritrovo sono nettamente separati, sebbene qualche apertura cominci ad esserci. Le ferite sono troppo recenti come anche il ricordo di vicini di casa che da un giorno all’altro divennero nemici e fautori di terribili atrocità.
Salutiamo Jelenia con un forte abbraccio e giriamo fra le strade in cui la ricostruzione sta terminando di sanare le profonde ferite della guerra, ma risuonano ancora in noi le sue ultime parole: “sto scrivendo un libro per lasciarmi alle spalle quello che è successo, ma non è facile; ci sono giorni in cui dormo troppo e giorni in cui non riesco ancora a dormire”.
Lei ed altri hanno fondato un’associazione dei figli delle vittime di Vukovar. Hanno un sito (http://www.udpnhbdr.hr/) scritto in croato e io non ci capisco nulla, ma ci torno spesso come se aumentando il numero delle visite mi illudessi di tornare ad abbracciare Jelena e i suoi concittadini.
Fortunatamente, Vukovar non è solo il ricordo di una bruttissima pagina di storia, ma anche una città in cui è bello stare e che sta ritornando ad uno splendore che forse non conosceva più da molti anni. La passeggiata lungo il Danubio, la spiaggia dell'Isola delle Aquile e gli splendidi edifici barocchi e primo novecento ne fanno un luogo che merita di essere visitato e vissuto per qualche ora o per qualche giorno.



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Vecchio 09-10-2012, 22:46   #15
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...ho un brutto presentimento ma, aspetto il seguito di questo bellissimo report
No, fortunatamente nulla di tenebroso. Non ne sono sicuro, ma penso sia un modo scherzoso di riferirsi al Ponte dei Calzolai lì attaccato.

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Ciao era a me che piaceva Konstanievica... :-). C'erano le cicogne sui tetti?
Purtroppo no, però il consiglio si è rivelato pregevole.
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Vecchio 09-10-2012, 23:21   #16
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Bene.. A Ilok sei andato per caso?
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Vecchio 09-10-2012, 23:25   #17
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Si e ho bevuto un ottimo Riesling per accompagnamento al pesce gatto fritto più grosso che abbia mai visto... ma domani approfondisco un po'.
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Vecchio 09-10-2012, 23:32   #18
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grazie del viaggio.....
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papÃ* ma io devo salire li?
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Vecchio 09-10-2012, 23:35   #19
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bravo Trotta, falle girare quelle ruote!
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Vecchio 11-10-2012, 01:02   #20
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TERZO GIORNO (Km 325)

Oggi lasciamo la Slavonia e la Croazia per dirigerci in Bosnia Erzegovina, ma non lo facciamo per la via più breve, bensì allungandoci verso Ilok, la città più orientale della Croazia e completamente incuneata come una spina nel fianco della Serbia.
Ilok è famosa per la sua produzione vinicola, in particolare il Traminac (Gewurtztraminer), che fa storia da venti secoli. Dei suoi vini, ieri sera noi abbiamo potuto apprezzare una splendida bottiglia di Grasevina (Riesling Italico) con cui abbiamo accompagnato un trancio gigantesco di pesce gatto del Danubio e che non ci ha fatto per nulla rimpiangere quelli di casa.



Dall’hotel LAV riattraversiamo il centro di Vukovar di cui ci sentiamo già un po’ cittadini e dirigiamo ad est con il sole in faccia. Ilok dista una trentina di chilometri e la strada alterna lunghi rettilinei in cui le colture cerealicole lasciano progressivamente posto alle viti a repentine discese e risalite in strettissime valli che custodiscono piccoli borghi e che sbucano sul Danubio.





La cittadina compare all’improvviso, annunciata da un lungo viale alberato di platani; superata la Cantina del Castello Odescalchi, siamo in centro. Quasi ci sfugge la deviazione verso la città vecchia, minuscolo gioiello appollaiato su un altopiano che sorveglia il grande fiume e che conserva i possenti resti del bastione eretto nel XIV secolo, insieme ad un piccolo mausoleo turco e alla chiesa di S. Giovanni da Capistrano.





La vista sul fiume è straordinaria e la grande piazza d’armi in terra battuta che si estende fra il castello e la chiesa ha un fascino particolare, accentuato dalle grida di incitamento di una scolaresca che sta facendo lezione di educazione fisica appena oltre gli alberi del parco.
Rotti gli indugi che ci tratterrebbero in questa atmosfera sospesa, dirigiamo a sud verso il confine serbo che raggiungiamo tagliando grandi estensioni di viti in cui già è cominciata la vendemmia.



Questo non è il viaggio per gettare uno sguardo all’interno della Serbia e dunque, passato il confine, attraversiamo il territorio di Sid resistendo alla tentazione di guardare meglio le splendide facciate delle case che si affacciano sulla strada che ci porterà all’autostrada e al confine con la Croazia.



A Zupanja, dove ieri avevamo svoltato verso Vukovar, il navigatore ci consiglierebbe di proseguire ancora qualche chilometro in autostrada prima di abbandonarla per dirigerci a Sarajevo che ci attende a sud, ma noi vogliamo percorrere la 18 senza sapere bene il perché. Ci troviamo così a fare l’esperienza sconcertante di attraversare un Paese allo stesso tempo unito e profondamente diviso. Infatti, attraversato il fiume Sava, prima entriamo nel Cantone di Posavina della Federazione di Bosnia Erzegovina che lasciamo ben presto per fare il nostro ingresso nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, annunciata trionfalmente da grandi cartelli stradali. Sappiamo che anche la Republika Srpska fa parte della Federazione, ma tutto sembra indicare un’autonomia che sconfina nella secessione. Riusciamo anche ad attraversare brevemente il Distretto di Brčko, entità territoriale autonoma sia rispetto alla Repubblica Serba di Bosnia che alla Federazione e di fatto ancora controllata dalle Forze Internazionali. All’ingresso nel Cantone di Tuzla, la prima moschea col relativo minareto ci annuncia che qui prevale la popolazione musulmana.



Il territorio che abbiamo attraversato finora non offre grandi attrattive e lo sviluppo edilizio sembra essere caotico e disordinato. Questa è una delle poche zone pianeggianti dell’intera Bosnia e le conseguenze della guerra non sono ancora del tutto superate in una regione di confine in cui i combattimenti sono stati aspri e prolungati.





Occorre superare la città di Tuzla e raggiungere le montagne che sovrastano Kladanj per trovare un ambiente più congeniale al turismo. La strada, ben tracciata e ottimamente pavimentata, attraversa valli e passi montani con panorami grandiosi che cambiano ad ogni angolo. Nei piccoli borghi che si incontrano viene naturale chiudere il gas e alzare la mano in un cenno di saluto alle rade persone con le quali si incrocia lo sguardo.







Entriamo a Sarajevo da nord e siamo catapultati nel traffico nervoso di una grande città quando la gente torna a casa dal lavoro. Passiamo vicino allo stadio olimpico e una grande distesa di cippi bianchi calamita ilo nostro sguardo: è uno degli sterminati cimiteri, cresciuti in modo innaturale a causa della guerra e dell’assedio di quattro anni cui la città fu sottoposta fra il 1992 e il 1995.



Infine, raggiungiamo e percorriamo la Obala Kulina Bana, il grande viale che affianca il fiume Miljacka da un lato e i quartieri storici dall’altra.

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Vecchio 11-10-2012, 10:02   #21
Panda
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quella a destra nell'ultima foto è il palazzo dell'opera (cupola verde).....tra 400metri il ponte latino........... sarajevo mi ha rapito....stupenda
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Sono dei tempi delle camere d'aria per legare qualcosa.Quelli Dell'Ubalda
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Vecchio 13-10-2012, 00:12   #22
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QUARTO GIORNO

“L’Hotel Europa è il centro fisico e semantico della città di Sarajevo. È il centro fisico perché si trova esattamente sul confine fra la parte turca e quella austro-ungarica (ed) è al centro della città perché tutto ciò che è stato costruito dopo l’Austria non è una città – quale luogo di identità – ma un insieme di edifici la cui utilità oggettiva non li rende meno anonimi e impersonali” (Dzevad Karahasan, Sarajevo Exodus of a City, pag 113).



Ripenso a queste parole mentre passeggio la sera lungo Ferhadija, la via più centrale di Sarajevo.
Oggi abbiamo reso omaggio alla città che ha resistito a millequattrocentoventicinque giorni di assedio; alla città che ha pagato un tributo di più di dodicimila vittime al folle sogno della “Grande Serbia”. Le abbiamo reso omaggio con l’aiuto di Vili (www.sarajevodiscovery.com) che ci ha accompagnato lungo la strada per l’aeroporto facendoci rivivere attraverso i suoi occhi di bambino l’incubo di una vita quotidiana scandita dalla fame, dalla sete e dalla paura delle bombe e dei cecchini, ma anche sostenuta dall’orgoglio e dal senso di appartenenza. Ci ha indicato gli alberi più vecchi che sono sopravvissuti al taglio solo perché servivavno da rifugio precario negli spostamenti lungo il viale.



Vili ci ha condotto anche al Tunnel Spasa, il tunnel della speranza, costruito sotto l’aeroporto per portare in città ciò che non vi arrivava attraverso il corridoio umanitario dell’ONU.



Le abbiamo reso omaggio cercando le rose di Sarajevo, ovvero i crateri lasciati dalle granate che cadevano in città e mietevano vittime fra coloro che erano in coda per approvvigionarsi di acqua o di cibo e fra i bambini che cercavano di mantenere una vita normale giocando e andando a scuola; crateri oggi dipinti di una lacca rossa che col tempo si sta sfaldando e perdendo colore, quando non cancellata per rimuovere il lutto dalla città.



Le abbiamo reso omaggio visitando il Markale, il mercato rionale colpito da una bomba che uccise sessanta persone in un colpo solo e che oggi rivive di vita e di vite nuove.





Sarajevo è celebrata come un monumento alla tolleranza e alla convivenza: “una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera: un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico; ad un centinaio di metri uno dall'altro” (Predrag Matvejević). La “Gerusalemme d’Europa”.



Ma quanta tolleranza rimane oggi a Sarajevo dopo l’orrore della guerra di quindici anni fa? Lo abbiamo chiesto ad un signore seduto vicino a noi a mangiare una pita al formaggio nella Bascarsjia.
“Dopo la guerra, cioè dopo la caduta della Yugoslavia, si vive sicuramente meno bene di prima; si sono create troppe differenze tra ricchi e poveri. Prima esisteva il ceto medio, ora averne uno è un'utopia. Il punto di forza di Sarajevo è la popolazione che conserva il desiderio di aiutarsi l'un l'altro, di dividere il poco che si ha e tutto questo sempre accompagnato da un buon senso dell'umorismo.
La comunità serbo-bosniaca esiste ancora a Sarajevo. Prima che la guerra iniziasse, molti Serbi avevano lasciato la città e si dice che fossero stati informati preventivamente, ma molti altri erano rimasti a Sarajevo e vivevano la stessa vita che facevamo tutti: facevano la fila per l'acqua, per il cibo, ecc. Molti si erano anche arruolati nell'esercito bosniaco insieme alle altre etnie. Io dico sempre che tutti quelli che sono rimasti qui, sono rimasti perche questa era la loro città, sono nati qui, sono cresciuti qui, si sono sposati qui, e qui hanno cresciuto i loro bambini. Sono rimasti per proteggere la loro città e le loro famiglie. Quindi il rapporto che oggi hanno i Serbi con gli altri dipende dal loro modo di comportarsi verso gli altri. Se cercano grane, le troveranno sicuramente; se invece sono più propensi a una vita condivisa, è molto probabile che la trovino.
Le faccio un esempio. Nell'edificio dove vivevo all'epoca, era un giorno in cui distribuivano l'acqua con un’autobotte. Tutti gli inquilini erano scesi a fare la fila e dopo un po’ di tempo, quando si era creata già una bella fila di persone, esce questa signora, serba o ortodossa, che dice: "Io sono Serba, fatemi prendere l'acqua per prima, qui nessuno rispetta i Serbi". Al che una signora le risponde: "Aspetta il tuo turno come facciamo tutti. Pensi che a Pale (che era una delle centrali dell'armata serba durante la guerra) a me che sono musulmana mi permetterebbero di parlare cosi? Ah no, lì non mi permetterebbero nemmeno di vivere.”
Ma reputo gli abitanti di Sarajevo gente molto aperta e disposta alla riconciliazione. I rapporti sono sicuramente cambiati; non esiste più quel famoso slogan del comunismo yugoslavo: “Fraternità e unità”; però Sarajevo ha una tradizione secolare di convivenza e coesistenza e posso dire che chiunque qui può sentirsi a casa senza sentirsi discriminato”.
Dedichiamo parte della giornata a visitare il ricchissimo patrimonio storico e culturale di Sarajevo: Piazza Sebilj (la piazza dei colombi), la moschea Husrev Begova, Kazandziluk, lo Stari Hram, la cattedrale cattolica; ci aggiriamo lungo i bellissimi vicoli del mercato della Bascarsjia dove, insieme al ciarpame turistico si mescolano ancora oggetti artigianali straordinari.













Ed ora è sera e passeggiamo lungo Ferhadija. Il quartiere ottomano è buio; le botteghe chiuse. La vita si è spostata nel quartiere europeo, scintillante di luci, pulsante di ritmi viscerali e di movida, animata di folla che passeggia e riempie i locali che si susseguono l’uno dopo l’altro.
Il quartiere ottomano è buio ed oggi sopravvive solo per i turisti, ma è importante che sopravviva accanto alla città moderna perché senza di esso Sarajevo non sarebbe più la città simbolo della tolleranza e della convivenza, ma diverrebbe la città del Ponte Latino vicino al quale si consumò l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, la città dell’odio nazionalistico.



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Vecchio 11-10-2012, 22:46   #23
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C'è poco da fare. Ogni report di Trotta è un invito a partire subito.
Volevo farle la scorsa estate, queste strade, ma l'appuntamento è solo rimandato.
Resto connesso in attesa di leggere il resto.
Grazie a Giulio per farci viaggiare anche da dietro al monitor.
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Vecchio 12-10-2012, 09:44   #24
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inizio a non sopportare più tutti i veronesi con le BMW R 1200 RT con il garmin zumo 660

scherzi a parte mi piace sempre leggerti, grande trottalemme! i balcani li bazzicai a fondo negli anni passati, sono posti molto interessanti e strani. un frammento d'europa diverso e affascinante.
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Vecchio 12-10-2012, 11:27   #25
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Neppure io li sopporto più (gli altri)
Sono d'accordo con te che i Balcani (per quel poco che li conosco) conservano ancora un carattere di "frontiera" che li rende affascinanti... finché dura perché temo che la globalizzazione sta colpendo e colpirà duro anche lì (anche con quello di positivo che comporta).
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