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Il GPS umano
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GIORNO 11 – 13 AGOSTO 2018
Dushambe – Isfara (432 km in moto)

La strada che da Dushambe sale verso nord è veramente ottima e nuova di zecca. Si fila veloci, stando attenti a non farsi beccare dalla polizia imboscata sotto i platani.
Lunghi tratti non continui sono a pedaggio, però le moto non pagano. Del resto in Tagikistan praticamente non ce ne sono, per cui tanto vale farle viaggiare gratis. La perdita economica è davvero minima.
Ad ogni casello, sia in entrata che in uscita, casellanti e poliziotti si fanno in quattro per dirci dove e come passare, di solito in contromano. La cosa curiosa è che nei tratti a pedaggio ci sono paesi (in pratica è come se da noi piazzassero dei caselli sulle strade statali), per cui non ci è chiaro se chi ci abita per entrare e uscire debba pagare ogni volta.
Arriviamo a razzo ad un altro fondamentale bivio: diritti si sale alla famosa galleria per asfalto ottimo, mentre a destra c’è l’incognita dell’Anzolb Pass (3.372 metri).
Sappiamo che ora la galleria è illuminata, tuttavia, se le luci sono come i lumini che abbiamo incontrato nelle gallerie più brevi che precedono quella più lunga famosa, anche no!
Chiediamo ad un gruppo di camionisti se il passo è transitabile. Ognuno dice la sua: capiamo che si passa solo in moto, ma non ci è chiaro come sia messa la strada. Tanto vale provare.
Partiamo pieni di incertezze, e soprattutto con il terrore di bucare il posteriore, perché siamo senza mastice e la camera di riserva che abbiamo dietro è bucata. La strada comincia subito a salire e non sta messa benissimo, perché di fatto è abbandonata a se stessa e chiusa al traffico da parecchio tempo.
Il fondo è più accidentato di quelli fino ad ora percorsi, però si procede senza particolari casini. In qualche punto troviamo massi enormi che lasciano solo uno stretto varco per passarci a fianco e, in altri punti, frane scavalcabili solo in moto.
Giunti in cima, un ricovero per pastori e capre in mezzo alle antenne sono tutto ciò che esiste.

Anche questa è fatta. E a futura memoria ci mettiamo in posa.

Poi a me viene il solito attacco di deficienza…

Dall’altro versante, nuove montagne si perdono all’orizzonte dietro ai pascoli. Il percorso sembra più facile: intuiamo le serpentine che scendono a fondovalle e da quassù non dovrebbero presentare ostacoli.

Col fischio. Perché dopo qualche centinaio di metri, c’è un'altra frana da superare, fattibile solo in moto. E pensare che il pastore poco prima ci ha detto che lui sale tranquillamente in macchina. Saranno le radiazioni delle antenne…
In realtà fa più impressione che altro e la scavalchiamo senza problemi.


Questo era l’ultimo ostacolo. La discesa infatti scorre tranquilla fino in fondovalle, che pullula di piccoli villaggi senza auto perché qua la gente si sposta sugli asini. Fortunatamente un solo cane incazzato.
Ad un posto di blocco un pulotto anzianotto con panzetta si mette il cappello e scatta sull’attenti. Poveretto, voleva fare bella figura. Il suo compare, invece scazzato, ci controlla svogliatamente i passaporti e ci fa passare. Seguono altri villaggi lungo la strada piuttosto scassata fino ad incontrare di nuovo l’asfalto.
E via filati verso Khujand, la seconda città del Tagikistan. Avremmo potuto fermarci qui, e sarebbe stato anche meglio, tuttavia abbiamo ancora tempo e decidiamo di proseguire.
Arriviamo ad Isfara, l’ultimo avamposto tagiko prima del confine. Cerchiamo da dormire, ma l’unico albergo a nostra conoscenza è chiuso in quanto semi crollato. Fermiamo un tizio a caso lungo la strada, che subito ci dà una mano a trovare una sistemazione.
In città non c’è molto, anzi c’è un’unica guest house degna di questo nome, ma è piena. Quindi dopo un po’ di giri ci sistemiamo in un altro tugurio di quelli belli di ghisa, gestito da un vecchio marinaio della flotta russa.
Le moto ce le fanno parcheggiare dentro un laboratorio di serramenti in alluminio. Quindi siamo invitati a cena fuori dal tizio incontrato per strada, che passa a prenderci con la sua Lada.
Faceva il direttore di banca, ma è stato licenziato quando questa è fallita l’anno scorso, come quasi tutte le banche di questo paese. Ha voglia di raccontarci della sua vita e dei suoi affari e di riprendere il suo inglese arrugginito. Così scopriamo che si è reinventato: ha messo su una sauna a pagamento e una fabbrica di graniglie per l’edilizia (in pratica con un macinino da caffè in mezzo a un campo, macina una pietra locale e le bottiglie vuote di birra). Fa buoni affari a quanto pare.
Ma soprattutto guadagna sull’importazione illegale di valuta dalla Russia: in pratica tutto il nero derivante dalla vendita di albicocche disidratate, di cui Isfara è uno dei maggiori produttori mondiali. Ci spiega il meccanismo di corruzione che ha messo in piedi e le modalità che ha escogitato per far entrare illegalmente milioni di dollari in contanti. E’ un lavoro duro e rischioso e le ruote da ungere sono parecchie. Vi risparmio però i dettagli…
Mangiamo benissimo borsch e spiedini di carne in un garden restaurant di sua conoscenza piuttosto imboscato. Sebbene ci sia il Ramadan, la cameriera cessa e grassa, ma gentile, riesce a procurarci la birra, che arriva al tavolo dentro buste di platica nere per non dare nell’occhio… almeno fino a quando non ci mettiamo a scolarcela a canna.
Non riusciamo ad offrire la cena, né a pagare la nostra parte…
Questa sarà la nostra ultima notte in Tagikistan.
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Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E
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