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Il GPS umano
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GIORNO 06 – 8 AGOSTO 2018
da qualche parte nella Wakhan Valley – Khorugh (273 km in moto)

Il subdolo si presenta con un’ora di ritardo per caricare la moto. Mi conferma che a Langar c’è un bravo meccanico e che in ogni caso anche lui è meccanico. La cosa incomincia a puzzarmi.
Temevo che volesse caricare la moto sul portapacchi sul tetto della jeep, e la cosa mi preoccupava parecchio perché, date le strade dissestate, se l’avesse fissata verticale si sarebbe rovesciata e se l’avesse messa coricata su un fianco avrebbe potuto rompersi il serbatoio.
Decide di metterla dentro, dopo aver tolto i sedili posteriori. Solo che non ci entra evidentemente.
Quindi smontiamo le ruote e proviamo a caricarla.


Niente da fare. Quindi allentiamo e ruotiamo il manubrio, comprimiamo con la cinghia gli ammortizzatori anteriori e la infiliamo al contrario. Finalmente così ci sta.


Partiamo che sono le 10 passate. E lui, il pirlazzo, che voleva fare tutta questa operazione di notte, al buio e con un freddo bestia… Lasciamo perdere, tanto l’idea ormai me la sono fatta.
Voleva pure stare davanti, alzando una nuvola di polvere per il povero Alberto che, secondo lui, doveva starsene buono e zitto dietro. Nasce la prima discussione ma la spunto. Muto e rassegnato devi stare, che ti sto pagando per due ore quello che guadagni in due mesi!
Se si chiamasse Dory (ma si chiama Aznavour, anzi no Akhnazar) gli direi “zitto e nuota”!
E il cammello, che voleva partecipare alle operazioni, intanto se la ride…

La strada fino a Langar è piuttosto aerea, corre alta sul fiume con continui saliscendi. Il fondo presenta talvolta tratti sabbiosi, talvolta punti con ghiaia smossa e talaltra toul ondulè, ma vedo che Alberto davanti procede bene.


Io invece mi armo di tutta la pazienza a mia disposizione perché il pilota (al di là dello sguardo ingenuo e remissivo) in realtà è un gran spacca maroni.

Ascolta senza sosta della musica inascoltabile, che piace a solo a lui in tutta l’Asia Centrale, un misto tra ballo del qua qua e litanie arabe rapper. Insomma una porcheria.
Esaurita la mia capacità di sopportazione, lo minaccio di collegare alla sua autoradio del ‘78 il mio telefono con tutta la discografia completa di Davide Van De Sfroos in dialetto laghée, ma, vista la faccia, si impressiona.

Raggiungiamo un compromesso con Ligabue, e vedo che ora guida più rilassato… però vorrebbe la traduzione dei testi in russo. Roba da matti.
Arriviamo a Langar dopo due ore e passa di discussioni. Ci porta dritto alla sua guesthouse, fingendo di aver capito che volessimo fermarci a dormire anziché trovare un meccanico. A proposito di meccanico, scopro solo davanti a casa sua che non esiste. Lo ammazzerei.
Parte quindi la seconda trattativa per arrivare a Ishkashim, dove mi giura che ci sono ben due meccanici e un negozio di ricambi auto, dove potrò trovare una batteria nuova. Per fare i 133 km che ci separano dalla salvezza, mi spara 300 dollari. La combino a 200, che è un ulteriore insulto alla povertà umana. Ma stare fermo qui non risolve il problema.
Si riparte. Sale con noi una bimba, in una posizione veramente pericolosa perché le cinghie si sono nel frattempo allentate e la moto rischia di caderle addosso. Ma per il decelebrato ovviamente non c’è problema.

Fortunatamente scende poco dopo e mi sento sollevato. Riparte in una nuvola di polvere e non capisco se Alberto sta davanti o se è rimasto dietro. Dopo due chilometri ci fermiamo per fare rifornimento. Alberto non c’è e non arriva. Scopro dagli indigeni che ha bucato, nel bel mezzo della nuvola di polvere.
Al tamagoci non sfiora nemmeno lontanamente l’idea di tornare indietro ad aiutarlo. Vi risparmio quel che gli ho detto per farglielo fare. Davvero lo sopporto meno della sabbia nelle mutande.
Troviamo Alberto sotto un sole cocente, sudato fradicio. Montiamo la posteriore (già smontata alla mia moto) e ripartiamo.
Da qui in avanti comando io. E’ chiaro?

Il viaggio ora prosegue lungo il fiume, attraversando rari villaggi con poche case. Alla nostra sinistra l’Afghanistan, dove vorrei spedire con un calcio in culo chi potete immaginare.



Prima di Ishkashim il genio carica su quattro persone: una si infila nella marmitta, una nel serbatoio, una sotto il parafango e una spiaccicata sotto la sella. Ma, dico io, la moto occupa tutto il posto, dove vuoi metterli ‘sti poveri cristi?
A Ishkashim andiamo diretti all’autoricambi (che esiste, in effetti) ma ha solo batterie grosse, troppo grosse per lo statore della moto: avrebbero rischiato di scaricarsi in poche ore. Inoltre non si trovano i cavi per collegarne una.
Cerchiamo il primo meccanico che però non c’è. Andiamo dal secondo, ma pure lui non si trova. E ti pareva! Sfuma l’idea di testare statore e regolatore. Non si può far altro che proseguire per Khorugh.
Questa cosa di raccontare balle, una alla volta, per prolungare il viaggio a pezzi, così da estorcere il prezzo che vuole lui, mi fa davvero andare in bestia. E’ un farabutto disonesto. Punto e basta. Ma sono pure costretto a supplicarlo in ginocchio nella piazza di Ishkashim, sotto gli occhi di tutti, per ottenere il miracolo di farmi portare a Khorugh con i soli miseri 100 dollari che mi sono rimasti.
Si riparte tra mille maledizioni.
La strada ora sta leggermente messa meglio. Si alternano tratti asfaltati a pezzi sterrati. Il confine Afghano qui è davvero molto vicino: in pratica la strada al di là del fiume è Afghanistan.


Arriviamo all’unico check point di questa tratta, che superiamo in pochi minuti, perché il pulotto, sotto un platano, è troppo intento a tacchinare – alla cieca - una tipa tutta intabarrata.
Alberto davanti procede stoicamente, nonostante sia distrutto dalla fatica. Ma vorrei essere al posto suo piuttosto che stare seduto a fianco di questa miserabile sanguisuga tagika. Anch’io sono distrutto, non lo reggo davvero più. Sono ormai otto ore che siamo in giro.


Ogni tanto devo prendere una boccata d’aria, ma mi viene solo il nervoso perché la Wakhan praticamente non l’ho guidata, l’ho solo sopportata.

Arriviamo a Khorugh che sono le otto di sera. Ormai è quasi buio. Ci dirigiamo alla Moto Peppers Guesthouse, qualche chilometro fuori dal centro. E’ gestita dalla sorella di Ali Abu Butabekov, il nostro preziosissimo contatto.
La guesthouse è chiusa, ma viste le nostre facce, ce la aprono solo per noi. Stanza linda, immochettata e immacolata (guai però ad entrare con gli stivali), bagno immenso con lavatrice e doccia idromassaggio e una calorosa e splendida accoglienza.
Scarichiamo la moto e scucisco al mio chauffeur 450 bombe, tanto mi è costata l’agonia viaggiante. Quindi lo maledico e lo mando fuori dagli zebedei. Con una piccola soddisfazione però: poco prima di arrivare gli si è scassato un ammortizzatore. Gli auguro di spendere tutto ciò che mi ha ciulato per ricomprarlo. A mai più, strunz!
Arriva Ali che subito prende la batteria per farla mettere in carica tutta la notte (non si sa mai) e anche la ruota bucata per farla riparare. Ci rivedremo domani, che già si preannuncia una giornata complicata.
Intanto i suoi parenti vanno a prenderci delle birre, mentre la sorella ci prepara la cena. Entriamo nell’idromassaggio (uno alla volta) e resuscitiamo…
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Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E
Ultima modifica di Massimo; 04-09-2018 a 09:56
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