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Vecchio 03-09-2018, 10:10   #2
Massimo
Il GPS umano
 
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GIORNO 05 – 7 AGOSTO 2018
Murghab – da qualche parte nella Wakhan Valley (178 km in moto)



Siamo belli gasati. Oggi vedremo l’altopiano del Pamir e la Wakhan Valley. L’attesa durata un anno sta per avverarsi.

Per sicurezza salto la colazione e lascio Alberto ad abbuffarsi anche per me. Lui, ovviamente, non se lo fa dire due volte.



Appena fuori dal paese, prima del ponte sul fiume, c’è lo spacciatore di benza, che però è minorenne. E’ lui, che dall’alto della sua vettura capottabile, comanda e gestisce la stazione di rifornimento.



Imbocchiamo la M41, qui asfaltata, che subito ci immette nel famoso altopiano, una sorta di vallata ampia, molto ampia, circondata da catene montuose da entrambi i lati.



La giornata è perfetta, non c’è anima viva in giro, l’ambiente ci piace un sacco e quindi parte il solito cazzeggio… cosa che ci riesce sempre molto bene.











Più avanti l’altopiano si allarga assecondando le divagazioni del fiume. L’acqua permette l’esistenza di pascoli e dunque la steppa si colora di verde, per la gioia di pecore e cavalli… e anche nostra.









Guidiamo rilassati e contenti per circa 120 chilometri. L’altopiano è veramente vasto e sterminato e la strada che lo attraversa in tutta la sua lunghezza – la M41 – è asfaltata discretamente. Diciamo che si procede ad una buona andatura, stando però attenti a buche sparse e avvallamenti.

Ad un certo punto Alberto ha un’impellenza… molto impellente, che lo costringe ad accostare, incurante di chi sopraggiunge. Il fagotto azzurro è la carta igienica (per chi non l’avesse capito). Del resto non è che ci siano poi tutti ‘sti posti riparati e nascosti dove potersi appartare.



Dato l’elevato traffico, io nel frattempo ne approfitto per uno scatto superplastico.



Diciamo che chi opta per rimanere sulla M41 si spara l’Altopiano del Pamir per tutta la sua lunghezza. Noi tuttavia non sapremo mai è sarà più avanti (anche se ci hanno detto che è tutto asfalto fino a Khorugh), perché tra un po’ imboccheremo la Wakhan Valley.

Ad un incrocio poco segnalato svoltiamo infatti a sinistra. Inizia subito lo sterro che, attraverso una serie di laghetti salati, sale fino ai 4.344 metri del Khargush Pass. Questo valico consente, dall’altra parte, di calare nella nostra valle.

Il traffico davvero scarso, scompare completamente. Il fondo è comunque messo benone, qualche tratto di ghiaia smossa e qualche sabbione, ma procediamo senza alcuna difficoltà, agevolati anche dal poco peso delle nostre motorette, veramente perfette su questo genere di terreno.



Gli spazi di dilatano a dismisura e il cielo sovrasta ogni cosa. Tutt’intorno solo terra pelata. L’orizzonte si perde dietro montagne sconosciute. Siamo in Asia dopotutto, che qua è ben rappresentata nella sua tipica espressione secca incendiata.

.



Incontriamo i primi laghetti salati. Uno ci cattura per i suoi riflessi e ci fermiamo. Quattro sgommate nella sabbia non ce le toglie nessuno.





Al termine della discesa verso la Wakhan Valley, sotto una fermata dell’autobus (o almeno credo che lo sia) incontriamo Otto von Kraus e Galina Sederova, un tedesco e una russa, viaggiatori solitari, che si sono incontrati e hanno deciso di proseguire insieme. Sederova di nome e di fatto…

Poco dopo eccoci al primo check point. Un soldatino mitragliato corre lesto nella garitta di sassi, mentre il suo collega più giovane controlla i nostri documenti. La sbarra si alza e possiamo proseguire.

Siamo finalmente nella Wakhan Valley, il tratto forse più desiderato di questo viaggio. Percepiamo il senso di isolamento assoluto. Non passa nessuno, ma proprio nessuno, né si intravedono villaggi o case isolate. Insomma ci par di stare in un deserto d’altura.

La strada qui non presenta difficoltà e quindi ce la prendiamo comoda.







Tutto troppo bello per essere vero. E infatti, dopo una sosta, la mia moto improvvisamente non riparte più. Ovviamente queste cose capitano sempre nei posti più imbucati, e qua siamo proprio lontani da tutto e da tutti.

Il quadro si accende, ma non i fari. Premendo il pulsante di avviamento la moto fa un sordo colpo secco ma non si avvia. Che fare?

Mi viene in mente che il charger del GPS funziona fino a 9 volt di tensione minima, ma poco prima si era spento. Sarà sicuramente la batteria. Proviamo allora a montare quella di Alberto, ma la musica è sempre quella. Niente da fare.



Trascorre un’ora buona ma non passa nessuno. La faccenda comincia a farsi complicata.

Ci viene il sospetto che lo statore e/o il regolatore siano guasti. Proviamo e riproviamo ma la situazione è sempre quella. Siamo fermi e non possiamo ripartire. Bypassiamo il relé. Niente da fare. Ricontrolliamo tutti i cavi e i connettori (messi piuttosto male) e siamo sempre al punto di partenza.

Passa un'altra ora senza anima viva in giro. Nessuna copertura cellulare (altrimenti, ad avere il GS, si precipitava in un batti baleno il BMW Motorrad Mobile Care).

E’ ormai pomeriggio inoltrato e bisogna uscire da ‘sta situazione. Non c’è altro da fare se non trovare un mezzo di trasporto per la moto fino al paese più vicino, nel nostro caso Langar, che dista 65 km di sterro per noi incognito. Poi si vedrà.

Sotto un sole feroce resto quindi lì ad aspettare da solo, mentre Alberto parte alla ricerca di un camion per caricare la cariola svogliata. Calcolo che sarà di ritorno non prima di quattro ore, sempre che tutto vada diritto. Ma se dovesse tardare, sarà già buio. La faccenda non mi piace per nulla, ma non ci sono alternative. Proprio non ce ne sono.



Nell’attesa mi godo il silenzio, ma neanche più di tanto perché penso che qua di notte fa veramente freddo e non sono attrezzato per dormire fuori. L’orecchio è sempre teso alla ricerca di rombi di motore lontani, che però non arrivano.

Dopo un’ora e mezza vedo Alberto ritornare di gran carriera. Solo e senza bagagli. Strano, ci ha messo troppo poco tempo per andare e tornare da Langar. Mi spiega che a 12 km ha trovato una yurta, dove ha scaricato i bagagli per liberare due cinghie. Proveremo a trainare la moto fino a là… con la sua.

E’ la soluzione migliore che ha trovato. La strada oltre la yurta peggiora, come fondo ed esposizione. Non sarebbe altrimenti tornato in tempo. Aumenta la preoccupazione.



In quel mentre passa la prima macchina dopo tre ore e mezza che sono fermo. E’ una jeep stracarica di bagagli e di persone. Con due cavi di fortuna proviamo a fare il classico ponte. La moto si accende, ma poi non tiene il minimo e si spegne: la centralina evidentemente non ha tensione sufficiente. Si rafforza il sospetto che possa essere lo statore e/o il generatore.

Chiedo al driver se può trasportarci a Langar, dove mi dice esserci un meccanico. Mi dice che sta andando proprio a Langar, ma ha la macchina piena. Per 200 dollari può andare, scaricare e tornare a prendermi. La combino a 150 dopo una serrata trattativa, ma avendo lui il coltello dalla parte del manico ed essendo io praticamente a novanta, non ho potuto fare più di tanto. La somma richiesta è un furto e lui è un verme.

Ci diamo appuntamento con una stretta di mano alla yurta più avanti e riparte.

Leghiamo le due moto con le cinghie e ripartiamo pure noi. Un motociclista sudcoreano giunto in quel momento si offre di seguirci in caso avessimo bisogno di aiuto.

Il traino su sterrato si rivela più complicato del previsto. In pratica, da dietro, non ho possibilità di sterzare e, al minimo movimento o cambio di direzione di Alberto, rischio di cadere. E viceversa. Nei tratti in discesa è troppo pericoloso, quindi sleghiamo il cordone ombelicale e io avanzo da solo in folle: sulla ghiaia o sulla sabbia in discesa non è per nulla agevole.

Procediamo a passo d’uomo. Impieghiamo un’ora e mezza per fare i 12 km che ci separano dalla yurta, dove arriviamo belli provati.



Qui ci attendono alcuni pastori, ai quali spieghiamo che attendiamo la jeep. Ci offrono ospitalità per la notte, ma decliniamo l’invito, confidando che il verme arrivi prima, come promesso.



Sono arrivate le sette di sera e le ombre si allungano sulle ondulazioni di queste terre. La yurta si trova veramente in mezzo ad una fava. L’Afghanistan dista 40 km in linea d’aria verso sud.



Di fronte alcuni cammelli pascolano pacifici, mentre uno pare ridersela a crepapelle.





Arrivano le otto. Secondo i nostri calcoli Akhnazar, questo il nome del driver, dovrebbe essere qui a momenti. Invece non si vede. I pastori, che parlano solo russo, hanno un satellitare. Lo conoscono e quindi lo chiamano.

Il deficiens è rimasto senza benzina prima di arrivare a Langar. Sta aspettando che qualcuno gliela porti. Poi dovrà arrivare, scaricare e tornare. I tempi si dilatano e intanto comincia a far buio. La temperatura scende rapidamente. Si profila come sempre più verosimile l’ipotesi di dormire qui.

Arriverà a mezzanotte passata, e pretenderà di caricare la moto con il buio. Al che lo mando a fanculo in tutte le lingue che conosco, dicendogli che può dire addio ai 150 dollari estorti in stato di necessità. Si convince. Partiremo domattina.

Siamo a 3700 metri di altitudine e il termometro segna 3 gradi, sia fuori che dentro la yurta, con l’unica differenza che dentro non tira vento.

Fuori esplodono le stelle, mentre noi ci sistemiamo meglio che possiamo, senza coperte né sacchi a pelo, né cena… ma quella è il minimo.





Sarà una notte in bianco per via del freddo… e per il traffico notturno. Sì perché, se di giorno pochi passano da qua, di notte invece c’è un gran fermento. Ogni tanto si ferma una macchina, entrano dei ceffi, bevono una vodka, scaricano dei sacchi e ripartono.

Non voglio sapere cosa contengono, faccio finta di dormire, muto come un pesce, aspettando l’alba…
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Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E
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