Mano a mano che leggevo le varie dispense del tuo racconto, riaffioravano simultaneamente i suoni, i colori, gli odori e le voci di chi era presente al contesto.
Tornano in mente lo scalciare sul kickstart delle Enfield nella fredda alba al Pangong Tso, i rabbocchi di benzina fatti al volo (lavando regolarmente i serbatoi), i pasti consumati ora frugalmente ora placidamente seduti al tavolo su uno dei tanti roof-top restaurant a Leh, le camere invase dalle nostre masserizie perennemente sparpagliate sul pavimento, il taciturno Kungal (questo il vero nome del driver) che nemmeno sotto minaccia siamo riusciti a far accomodare al nostro tavolo, le vostre facce perplesse al ritiro delle moto e la malinconia dei vostri sguardi quando le avete riconsegnate, l'eccitazione ogni qualvolta c'era da affrontare un passo, la vostra silente presenza nei monasteri o l'immagine di alcuni di voi che, sui lunghi rettilinei della NH1, allontanano le mani dal manubrio per abbracciare l'immensità che li circonda. Quest'ultimo è stato il momento più alto e rappresentativo del viaggio, non chè la manifestazione suprema della potenza, fisica e interiore, che il Ladakh è in grado di generare. Una manifestazione che colpisce, inevitabilmente, ogni "impavido" che decide di percorrere la strada verso il cielo. Chi è salito fin lassù difficilmente è tornato a "mani vuote", perché anche in mezzo al nulla si possono trovare dei piccoli tesori.
Grazie Massimo, per aver condiviso con noi le tue emozioni e il tuo vissuto.
P.S. Ora però basta taroccare le foto con fondali finti e Photoshop perché tanto non ci crede nessuno.
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Meglio il rimorso del rimpianto.
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