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Il GPS umano
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GIORNO 5 - 09 AGOSTO 2017
Lamayuru - Kargil (104 km in moto)
Passo una notte in bianco per via della birra scaduta. Al mattino presto decido di risolvere la faccenda in maniera drastica: due dita in gola e via.
Mi sento subito meglio ma decido per prudenza di non visitare il Monastero di Lamayuru all’alba, che ci sta proprio sopra la testa su uno zoccolo roccioso in stile Meteore. E’ un peccato perché potevo assistere alla preghiera del mattino cantata in monachese.
Salto pure la colazione. E finalmente si parte: direzione Kashmir. Non prima però di aver salutato nonna Gina, tutta felice che ce ne andiamo fuori dalle balle.
Per mettere il becco in Kashmir bisogna scavalcare in sequenza due passi il Fotu La (4108 m) e il Namika La (3700 m). Il primo attacca subito dietro il paese con una prima serie di tornanti.
La strada prosegue poi per un lungo altopiano brullo e arido salendo moderatamente di quota.
Una sosta di cazzeggio e una foto, giusto per non dire che stiamo salendo troppo velocemente, dati i razzi nucleari di cui disponiamo.
In giro c’è poco traffico; solo qualche camion gironzola per queste montagne.
Inizia quindi una seconda serie di tornanti, tutti attorcigliati tra loro che si fanno fotografare vanitosi dall’alto. E’ una goduria guidare, anche se - con sti trattori che ci troviamo sotto le chiappe – più di tanto non possiamo “apprezzare” (mettiamola così) tutto sto po’ po’ di serpentine.
Più in alto la valle (e la strada) rendono meglio l’idea degli spazi.
E poi, la targa con la biro, anche davanti, ha sempre il suo bel perché.
Purtroppo la giostra finisce presto e arriviamo al passo: poche moto, qualche ciclista indiano e le solite bandierine colorate. Quindi le foto di rito (non si dica mai che sto contando frottole e che mi sono inventato tutto).
Il nostro Antonio, che di buddismo se ne intende, è sempre a suo agio in mezzo alle bandiere. Va che contento!
La discesa sul versante ovest è pressoché priva di tornanti e quindi possiamo cazzeggiare con la goproz in mano, cosa che ci viene benissimo.
Più avanti, prima di attaccare il Namika La, si apre alla nostra sinistra una forra: chissà dove porterà…. di certo non con mezzi a motore, perché quella che sembra una strada in realtà è una canaletta di cemento per la raccolta delle acque.
Ogni tanto incontriamo qualche paesello, dove c’è chi gira per strada con una pentola in mano tutto felice. Contento lui, contento anch’io.
Il nastro d’asfalto, devo dire qui ben tenuto, scorre placido tra le montagne e noi guidiamo belli rilassati, distanziati e a volte appaiati.
Il re dei minchioni comunque sono io e qui si vede benissimo.
Arriviamo dunque sul Namika La, e anche di questo “ci ho” le prove.
Che cosa ci troverà Donato a ciucciare la liquirizia per me rimane ancora un mistero…
Ora ci tocca l’ultima discesa, sempre in direzione ovest. Siamo quasi ai confini occidentali dell’area buddista, che tra pochi chilometri finirà. Il paesaggio è sempre secco incendiato e di piante ovviamente neanche l’ombra.
Per fortuna stanno invece all’ombra sti poveretti che scavano a mano le trincee per la posa delle condotte elettriche a bordo strada… ma non mi sembra che si stiano ammazzando di fatica.
La pappatoia oggi si terrà a Mulbek, che segna il confine esatto tra il distretto di Leh e quello di Kargil, e quindi tra l’area buddista e quella mussulmana dello stato di Jammu e Kashmir, dove appunto si trova il Kashmir indiano.
Neanche a farlo apposta - proprio qui, sul confine – i missionari buddhisti, nell’ottavo secolo, avevano scavato nella roccia viva un Buddha di nove metri… giusto per far capire fin dove erano arrivati.
Probabilmente non erano riusciti a proseguire oltre. Vai a capire perché… fatto sta che questo è l’ultimo avamposto del pacioccone dorato.
Da qui in avanti finisce la sagra delle bandierine da sagra. E di buddisti e di monaci non ne incontriamo più. Signore e signori siamo entrati ufficialmente in Kashmir.
Intendiamoci non è che sia un altro mondo (il paesaggio è su per giù quello), solo che cambiano la religione e anche i caratteri somatici della popolazione. Di tibetani in pratica non ne vediamo più: tutti fermi a Mulbek a far girare il tamburo della preghiera.
La presenza militare pure qui è massiccia, forse anche di più. In effetti i kashmiri sembrano essere teste piuttosto calde e per tenerli a bada bisogna essere in tanti.
Ma dico io, ci sono migliaia di soldati sparsi da per tutto. Che senso ha spostarli continuamente da una parte all’altra? Sarà che i camion Tata sono belli da guidare?
Arriviamo infine a Kargil e ci sistemiamo in albergo sul fiume, con le moto parcheggiate al sicuro in rigoroso parallelismo.
L’albergo sembra figo, ma in realtà dispone di acqua calda ad ore (in teoria) e ha una connessione wifi che funziona a pedali. Comunque pare che sia il migliore della città e vende pure clandestinamente la birra… ma a noi non interessa perché, come potete immaginare, siamo tutti astemi.
Il fiume che attraversa Kargil si chiama Suru ed è un affluente del grande Indo, nel quale si immette però in territorio Pakistano, qui vicinissimo.
Infatti la cosiddetta “line control” (ovvero la linea di demarcazione militare che divide le zone del Kashmir controllate dall'India da quelle controllate dal Pakistan), sta ad appena nove chilometri da noi, ma la zona è rigorosamente off limits. Sulle creste sopra le nostre teste continua infatti dagli anni quaranta una guerra di posizione senza fine… e senza senso.
Il Kashmir, per chi non lo sapesse, non è conosciuto solo per le famose lane, ma anche per il suo triste e dimenticato conflitto.
La sovranità di questa regione è rivendicata sia dal Pakistan che dall’India, che ne controllano un pezzo ciascuno, mentre la Cina (e ti pareva che non ci fossero di mezzo anche i cinesi) rivendica un altro pezzo, e cioè la zona che attualmente controlla, e cioè quella nord orientale.
Tutto il casino è scoppiato subito dopo l’indipendenza dai Britannici, allorquando vennero costituiti i neo stati dell’India (a prevalenza induista) e del Pakistan (a maggioranza marcatamente islamica).
Il Kashmir, che stava nel mezzo, era governato all’epoca da un Maharaja induista, ma la popolazione, come detto, era quasi interamente mussulmana e quindi, potete immaginare, stra felice di essere governata da un infedele.
Il Maharaja scelse ovviamente di annettere tutto il Kashmir all’India, ma il Pakistan altrettanto ovviamente non riconobbe tale annessione (anche perché già occupava e considerava cosa propria un terzo del territorio).
A distanza di settant’anni i soldati indiani e pakistani restano a fronteggiarsi sulla line control che tuttora divide il Kashmir in due zone.
Tra i due litiganti il terzo però non gode. Infatti i Kashmiri non vogliono stare con nessuno dei due contendenti, ma vogliono l’autonomia… che è piuttosto un’utopia, perché qua nessuno è disposto a mollare.
E quindi si va avanti così: ogni tanto scoppiano casini, rivolte e bombe; ci si mettono pure terremoti e alluvioni… altro che lane pregiate.
Questo è il quadro generale della regione, ma noi troviamo Kargil vivace e tranquilla. I bambini tornano da scuola con i loro zainetti colorati, la via principale brulica di botteghe e negozi, le donne portano il velo e non il burka (anche se non si lasciano fotografare facilmente), gli uomini vestono alla talebana e stanno per strada a non fare una mazza.
Certo, siamo guardati con curiosità, ma nulla di più. Bisogna tener conto che questa è zona di montagna, e non proprio dietro l’angolo, per cui di forestieri se ne vedono pochi in giro. Comunque l’atmosfera che si respira è tipicamente e decisamente islamica, tutta un’altra storia rispetto al Ladakh buddista.
Alberto trova un calzolaio di strada e riesce a farsi aggiustare gli stivali. Antonio cerca un bagno schiuma, ma qui si lavano con il sapone e basta. Io compro dei biscotti e li pago un centesimo e mezzo di euro.
Senza volerlo però abbiamo creato più di qualche turbamento. Paola, che è bionda con gli occhi azzurri (non è mica colpa sua), ha praticamente agitato tutto il paese. Ovunque andasse era radiografata dalla testa ai piedi… e per forza qui di bionde è pieno così!
Guardate per esempio la faccia pirloide del tizio seduto a sinistra.
Lingue per terra e occhi strabici insomma. Ma si dai, abbiamo movimentato questo sperduto villaggio kashmiro e i cuori (e pure gli istinti) dei maschi autoctoni.
Al rientro in hotel, cena (purtroppo solo e rigorosamente indiana) e poi a nanna.
Ci giunge notizia che la strada che vorremo percorrere domani è franata, per cui il rientro in Ladakh si preannuncia incerto.
Restate sintonizzati…
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Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E
Ultima modifica di Massimo; 24-09-2017 a 18:57
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