Un canestro di riflessioni destrutturate e sparpagliate a terra per autodialoghi disarticolati.
Parte 1 - Il caffè. Nella memoria si è stampata un’immagine di me seduto ad un Shisha bar nei cortili nascosti di Sarajevo con il muezzin che richiama all’ultima preghiera.
Un’atmosfera di perfetta armonia tra me e il mondo che mi circonda e che mi ha accompagnato in molte sere balcaniche, anche se i luoghi erano diversi ma la sensazione era uguale: il piacere di essere parte di una realtà che dal 2014 mancava.
Nella visione occidentale del mondo orientale - inteso come impero ottomano - c’è l’indolenza e la pigrizia, spesso legate all’immagine dell’uomo seduto al bar a fumare e bere caffè.
Ma in questa immagine mi immedesimo e il caffè alla turca preso in queste circostanze ha un aroma e un gusto che non riesco a replicare. “Nella Turchia europea le caffetterie erano allestite con tappetini di paglia, coperte e cuscini; così i clienti sedevano a gambe incrociate a fumare.” e questa immagine riportata da un viaggiatore del XIX secolo ancora oggi la si può trovare in alcuni locali di Bosnia e Kosovo, e - per chi riesce a sintonizzarsi - forse avere le stesse sensazioni di quel tempo. In ogni modo è impossibile non notare la tranquilla felicità di stare seduti davanti al Chai o al Caffè. Questo è stato abbondantemente descritto nei diari di viaggio del XIX secolo, e noi europei abbiamo iniziato a costruirci l’immagine di un Oriente sensuale e pigro. Ed io ci sono cascato dentro e rimasto fino al collo. Inoltre il barone di Laveleye descrisse questo stato come l’assoluto godimento del dolce far niente (in italiano anche nel testo originale inglese). Secondo Laveleye i musulmani assorti nel loro kayf godevano del qui e ora senza pensare al domani e forse in queste circostanze mi è capitato anche a me.