14° giorno: Hotel Barbas – Dakhla 300 km.
Il vento nella notte è calato e la giornata si presenta magnifica con qualche velatura biancastra. C’ho pensato tutta la serata, la pista parte a qualche decina di km. da qui e sono gli ultimi 300 km. di attraversamento del Western Sahara che non sono riuscito a fare con Emanuele per il troppo vento ma, c’è un ma che mi lascia dubbioso. La piaga da decubito da portapacchi sullo Skorpion Rally s’è fatta seria…. le pietre dei giorni scorsi han fatto il loro sporco lavoro ed ora si comincia a vedere la carcassa e qualche labile segno dei fili inseriti. Potrei provare a darci qualche giro di americano per proteggerla un po’, ma di sicuro per la legge di Murphy riuscirei a conficcare una punta aguzza proprio in quel punto. La camera è rinforzata, ne ho un’altra di scorta, ma durerebbero comunque poco con i fili in acciaio che magari puntano verso l’interno… potrei metterci una toppa in gomma dentro…. potrei…. fare la cosa più saggia e andare via asfalto. Ok…. Deciso, oggi andiamo a Dakhla e nel pomeriggio facciamo le pensionate in riva al mare, poi vedremo. Tanto da qui fino ad Agadir una 21 non si trova.
Questo tratto è quello che più mi piace della nazionale che porta da Tan Tan al confine: il deserto è straordinariamente bianco e le sebkhe che ogni tanto si attraversano rendono ancor più lunare il paesaggio.
Sebkha
A mezzogiorno lascio la rotonda con il check e il distributore e prendo la diramazione che porta alla penisola attraversando il mare interno. A mezzacosta il campeggio con i camper dove molti italiani, con francesi e tedeschi vengono a svernare. La marea è bassissima e non resisto alla tentazione di farmi un paio di km nella sabbia umida a fianco della strada. “Andiamo a farci una foto Fotty? Guarda che colori ci sono oggi.” Mi fermo nella posizione migliore, poso il laterale e faccio due passi. Che pirla che sono… ahahah, la sabbia ha retto giusto due secondi il peso. “Vabbè… te la faccio ugualmente, se preferisci questa posa.”
Lasciata la roba in albergo e messa la divisa da civile, vado in cerca di cibo. Un macellaio con le braci ardenti attira la mia attenzione e nel giro di un quarto d’ora delle brochette di pollo con cipolla cruda, pomodoro e olive a guarnire il pane caldo, compaiono sul tavolino.
Per un bel po’ resto a chiacchierare con lui della vita di Dakhla… il porto con i grandi pescherecci che vomitano pesce in continuazione nelle celle frigorifere, i camion che fanno avanti e indietro dal nord, i militari… onnipresenti nelle vie cittadine visto le grandi caserme che qui ci sono, il turismo legato per lo più ai camperisti ed ai giovani che vengono a fare kite surf nel mare interno dalle acque basse e dal vento sempre costante. Sembra un piccolo paradiso, dopo due giorni mi sentirei morire.
Più tardi mi sistemo ad un caffè esposto a sud e mi crogiolo nel tepore del sole pomeridiano bevendo un tè. Ancora una volta mi compiaccio di quanto viaggiare da soli ti apra la mente ed il cuore: fossimo stati anche solo in due avremmo già fatto gruppo e “parlare” un pochino con un macellaio si sarebbe ridotto ad una semplice ordinazione e alla scelta del tipo di carne da mangiare. Da solo no, sei inerme, indifeso, chiuso a riccio nelle tue “barricate mentali” fatte di luoghi comuni pronte a respingere gli assalti di tutto quello che c’è fuori, degli altri, dei diversi…. oppure…. sei un candido bimbo che vede il mondo per la prima volta, con gli occhi grandi, con la voglia di conoscere, capire, condividere, apprezzare, rifiutare e non accettare anche…ma solo dopo aver provato. E così mi sento un libro bianco su cui scrivere ogni giorno una piccola nota, segnare un nome, far mio ciò che non lo è, fissare un’immagine netta ed indelebile, archiviare emozioni e sensazioni, per diventare poi alla fine del viaggio vivo e vissuto. Inequivocabilmente.
Per sera non posso evitare di fare un salto da Luis: soupa de pescado, frictura mixta e una bottiglia di Sauvignon di Meknes. Il pesce freschissimo è ottimo, il vino… zk devono ancora lavorarci parecchio sulle colline marocchine….