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Vecchio 31-12-2013, 14:10   #17
Claudio Piccolo
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andare sull'Ortigara, un paio di mesi fa prima delle grosse nevicate, col Giulio e il Valter e con Orazio, la nostra guida, che passo passo ci raccontava quello che era accaduto in quei luoghi che stavamo percorrendo assieme è stato davvero toccante, immaginare ciò che era successo, l'inferno che si era scatenato in quei posti ora solitari e tranquilli, metteva i brividi. Quando poi, sotto il Cippo italiano, la guida ci ha letto la lettera del tenente Ferrero a me per un momento son venuti i lucciconi. Per cui, se si organizza qualche giretto della memoria io c'è.



La testimonianza:

Nel Sacrario militare di Asiago riposano in molti, di quegli intrepidi. La testimonianza forse più toccante di tutti quei nostri eroi della Patria, che il destino ha voluto trasmetterci, attraverso le brume del tempo, è quella del Tenente Adolfo Ferrero, del battaglione Val Dora. Ferrero, come tutti gli oltre 20.000 caduti di quel tragico giugno, non si faceva alcuna illusione. Nella sua ultima, straziante lettera (il testo integrale e' riportato piu' sotto) dedicata ai familiari e quindi affidata ad un attendente, egli si dichiarò pronto e quasi ansioso del sacrificio estremo, in nome della Partria. Ma, totalmente scevro di facile retorica e di, peraltro umani, sentimenti d’orgoglio , il giovane alpino seppe trasmettere a tutte le generazioni a venire quel messaggio di coraggio, obbedienza, senso del dovere, amor di patria e rassegnato, ma inevitabile, eroismo di cui trasuda, ancor oggi, l’intero teatro di battaglia.

Leggere la testimonianza di Ferrero (che per uno strano scherzo del fato, fu ritrovata soltanto pochi anni fa, tra i poveri resti del suo attendente), così come quella di Santino Calvi, di Giancarlo Conti e di Mario Tancredi Rossi, per citarne alcuni, non è solo un tuffo nel passato: è soprattutto una riscoperta di sè stessi e di quei valori che, fortunatamente e convenientemente sopiti e “congelati” nelle nostre tranquille esistenze, albergano da sempre nel cuore di tutti gli uomini veri.

Non è dunque retorica, almeno in questa circostanza, auspicare che tali eccelse ed innate qualità dell’animo umano non vengano mai più invocate, in tutta la loro invincibile potenza, per risolvere alcun genere di diatriba o di malessere dell’intero genere umano.


LA LETTERA DEL TENENTE ADOLFO FERRERO, BATTAGLIONE VAL DORA

Adolfo Ferrero" Cari genitori, scrivo questo foglio nella speranza che non vi sia bisogno di farvelo pervenire. Non ne posso fare a meno. Il pericolo è grave, imminente. Avrei rimorso se non dedicassi a voi questi istanti di libertà, per darvi un ultimo saluto. Voi sapete che odio la retorica... No, no, non è retorica quella che sto facendo. Sento in me la vita che reclama la sua parte di sole; sento le mie ore contate, presagisco una morte gloriosa, ma orrenda.

Fra cinque ore qui sarà un inferno. Fremerà la terra, s’oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa e rombi e boati risuoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che in questo istante medesimo sento in lontananza. Il cielo si è fatto nuvoloso: piove. Vorrei dirvi tante cose... tante.... ma Voi ve l’immaginate. Vi amo tutti, tutti....

Darei un tesoro per potervi rivedere... Ma non posso... Il mio cieco destino non vuole. Penso in queste ultime ore di calma apparente, a te, Papà, a te, Mamma, che occupate il primo posto nel mio cuore; a te, Beppe, fanciullo innocente, a te, Nina...

Che debbo dire? Mi manca la parola: un cozzar di idee, una ridda di lieti e di tristi fantasmi, un presentimento atroce mi tolgono l’espressione... No, No, non è paura. Io non ho paura! Mi sento commosso, pensando a Voi, a quanto lascio, ma so di mostrarmi forte dinanzi ai miei soldati, calmo e sorridente. Del resto anch’essi hanno un morale elevatissimo.

Quando riceverete questo scritto, fattovi recapitare da un’anima buona, non piangete. Siate forti come avrò saputo esserlo io. Un figlio morto in guerra non è mai morto. Il mio nome resti scolpito nell’animo dei miei fratelli; il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapitata), gelosamente conservati, stiano a testimonianza della mia fine gloriosa. La Madonna del Sacello di Monte Lozze, ha in mano le penne nere "spezzate, simbolo degli Alpini caduti nella battaglia

E se per ventura mi sarò guadagnata una medaglia, resti quella a Giuseppe.
O genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando saranno in grado di capirvi, ai miei fratellini, di me, morto a vent’anni per la Patria. Parlate loro do me; sforzatevi di risvegliare in loro il ricordo di me...

Che è doloroso il pensiero di venire dimenticato da essi... Fra dieci, vent’anni forse non sapranno più d’avermi avuto fratello... A voi mi rivolgo. Perdono, perdono vi chiedo, se vi ho fatto soffrire, se v’ho dato dispiaceri.

Credetelo, non fu per malizia. la mia inesperta giovinezza vi ha fatto sopportare degli affanni: vi prego di volermi perdonare...

Spoglio di questa vita terrena andrò a godere di quel bene che credo di essermi meritato. A voi, Babbo e Mamma, un bacio, un bacio solo che dica tutto il mio affetto. A Beppe, a Nina un’altro ed un monito: ricordatevi di vostro fratello. Sacra è la religione dei morti. Siate buoni. Il mio spirito sarà con voi sempre. A Voi lascio ogni mia sostanza. É poca cosa. Voglio però che sia da Voi gelosamente conservata.

A Mamma, a Papà lascio...il mio affetto immenso. É il ricordo più stimabile che posso loro lasciare. Alla zia Eugenia, il Crocefisso d’argento; al mio zio Giulio, la mia Madonnina d’oro. La porterà certamente. La mia divisa a Beppe, come le armi e le robe mie. Il portafoglio (L. 100) lo lascio all’attendente. Un bacio ardente d’affetto dal vostro aff.mo Adolfo"
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