Oramai la procedura mattutina si è standardizzata o quasi, alle otto circa siamo pronti per partire. Si fa il pieno di broda rossastra e poi di nuovo direzione Esfahan – tra Persepoli e Pasargad è segnalata una diga, decidiamo di fare una deviazione… per arrivare a un cancello chiuso, guardie che ci osservano ma di passare non se ne parla. Scopriremo poi tramite Mohamed che questa diga rappresenta una minaccia per la sopravvivenza stesa di Pasargd....
Il tragitto procede liscio e filato, si viaggia sui 21-22°C quindi non si risente troppo della strada.
Ora, mi piacerebbe avere il dono della “buona” scrittura per poter raccontare quanto segue…
Poco dopo mezzogiorno siamo a IzadKhast, villaggio a quota 2200 metri, mancano poco piu’ di 120 km a Esfahan, dei cartelli indicano la presenza di un caravanserai e dei resti di un “castello” sasanide.
IzadKhast, il caravanserraglio
IzadKhast, i resti del castello sasanide
Usciamo, qualche ghirigoro di strada e arriviamo al caravanserai, dopodichè cerchiamo di arrivare ai famosi resti – ma al solito la segnaletica iraniana lascia un poco a desiderare e mentre siamo fermi a decidere se girare a destra a sinistra o al centro ecco avvicinarsi un uomo.
Saluti di rito, solita domanda (non ricordo com’è, ma dall’intonazione capisco sempre che mi chiedono da dove arriviamo) e alla risposta Italia il solito beautiful, welcome to Iran.
Poi l’uomo – Massoud – ci invita a casa sua per offrirci del te. La casa è in linea retta a non piu’ di una trentina di metri, ma portarci le moto per lo sfaldato sentierucolo non è proponibile, quindi Massoud mi fa un cenno e sale dietro di me per farci strada facendo il giro.
A casa ci sono tre donne, la sorella Fatimeh e altre due donne, Rudabè e Ashraf (moglie? altra sorella? boh), ci togliamo gli stivali, le giacche i paraschiena e ci sediamo sul tappeto steso sotto il porticato.
Ashraf, Massoud, Piero
Ci viene offerto subito un bicchiere d’acqua fresca, e subito parte la preparazione del chay.
La conversazione procede in farsi da parte loro – Massoud qualche parola di inglese, in italiano e inglese da parte nostra. Ci si capisce abbastanza nonostante tutto, si sta benissimo, al fresco, beviamo il chay con il ghand (all’iraniana, “sassolino” di zucchero da tenere dietro la chiostra dei denti mentre si sorseggia il te’ – io scopro d’aver perso l’abilità che avevo una dozzina di anni fa e faccio scomparire la zolletta in pochi sorsi, avendo scoperto relativamente da poco d’essere diabetico mi fermo comunque a un ghand), Massoud ci mostra due album di foto di famiglia: per ricambiare Ivano mostra le foto sul suo iphone, incluse mannaggia a lui delle foto prese credo al BikeExpo con tanto di discinte signorine, piu’ una foto mia mentre bevo l’ultima birra in Turchia… Le simpatiche signore ridacchiano nel vedere queste foto che non sarebbero approvate dal governo, per loro sono solo un poco strane.
Ci mostrano poi la fotografia di una donna, e ci spiegano che si tratta della madre di Massoud e Fatimeh, scomparsa di recente; dopo qualche minuto rimaniamo solo io e Fatimeh sotto il portico, Ivano è alla moto, Ashraf e Rudabè stanno preparando qualche fetta di anguria, Massoud sa dio dove è finito. Fatimeh riguarda la fotografia della madre scomparsa le si corruga l’espressione ed ecco partire i lucciconi.
La guardo, incrociamo lo sguardo, ed ecco che io che in situazioni simili sono sempre molto impacciato, e non riesco a trovare le parole per dimostrare l’affetto, la comprensione, la pena per il lutto di una persona riesco in qualche modo a far filtrare tutto questo attraverso l’apparente incomunicabilità e a farlo arrivare a Fatimeh… senza una parola. Fatimeh mi rivolge uno stentato sorriso, ma ecco arrivare gli altri.
Ci regalano due “tasbih”, i “rosari” che i musulmani sgranano: piu’ tardi, ce ne regaleranno altri due “piu’ belli”.
E’ poi il turno di qualche fetta d’anguria, di altro chay, chiedo di poter fare qualche foto con loro e allora ecco aprirsi le porte di casa,
Ivano Fatimeh Rudabé Ashraf Massoud
Fatimeh Rudabé Ashraf Piero Ivano
Massoud ci mostra orgoglioso il televisorone coperto da un panno protettivo, Rudabè ci mostra – orgogliosissima – i tappeti che lei stessa fila.
Ci offrono di riposare una o due ore, ci chiedono se abbiamo fame, vorrebbero prepararci un pranzo e farci dormire…
Dopo circa due ore, ci consentono di ripartire, non prima di aver rifornito Ivano di qualche fetta di nun (pane) e di un po’ di formaggio. Le donne ci stringono la mano, Fatimeh addirittura prima mi stringe la mano poi me la bacia – vorrei abbracciarla ma non posso o credo di non potere...
Abbracciamo Massoud, e ripartiamo in direzione Esfahan.
Si’, come scrivevo ieri, dopo aver scarrozzato un altro iraniano sulla moto sono ripartito con le lacrime agli occhi, davvero, non mi vergogno a dirlo. Guido fino ad Esfahan continuando a rimuginare su queste due ore, pensando se a parti invertite, cioè se Massoud bussasse alla mia porta, avrei lo stesso tipo di istintiva generosità – e devo vergognandomi ammettere che purtroppo… non so.
Il resto della giornata, “ordinaria” amministrazione (i 4 ragazzi in auto che fanno un devio di qualche kilometro per farci strada fino all’albergo visto che eravamo in difficoltà, etc). Niente riesce a sembrarmi degno di nota dopo questa esperienza.
Domani, di nuovo Tehran .