QUINTO GIORNO (Km 305)
Oggi riprendiamo la motocicletta ed usciamo da Sarajevo lungo la strada 19 verso est. Dopo qualche chilometro incontriamo ancora una volta il grande cartello che ci avverte che stiamo entrando nella
Republika Srpska e poco dopo è la volta della deviazione per Pale che durante la guerra rappresentò il quartier generale amministrativo del governo serbo-bosniaco ed è oggi una delle municipalità della “città” di Sarajevo Orientale, di fatto un vasto territorio che raccoglie i villaggi, le cittadine ed alcuni di quelli che erano i suburbi di Sarajevo prima della guerra a prevalenza serba.
Noi proseguiamo verso Podromanija alzandoci progressivamente di quota sulla Montagna Romanija per scendere nella valle vicina con pochi larghi tornanti che inviterebbero ad aprire il gas se i limiti di velocità e la fitta presenza di pattuglie sulla strada lo consentissero.
Lasciamo la 19 per dirigerci verso Rogatica sulle ondulazioni di uno sterminato altipiano; attraversiamo lentamente la cittadina a causa dell’intenso traffico senza trovare motivo per una sosta. Appena fuori dall’abitato, la strada si insinua nella profonda gola del fiume Praca che prosegue per una ventina di chilometri fino a sfociare nella Drina, nei pressi di Goradze.
La Valle della Drina è ampia, circondata da alte montagne rocciose e ammantata di boschi lussureggianti. Il fiume, che si dirige ad est, è verde smeraldo, quasi immobile e possente, imbrigliato da una diga alcuni chilometri oltre.
Prendiamo a sinistra verso la nostra meta, Visegrad, sulla bellissima strada che alterna lunghi tratti panoramici e ripetute gallerie che tagliano la roccia quando la valle si restringe.
Infine, dietro una curva, poco dopo la diga che sbarra la Drina, compare la città sparsa sulle due rive del fiume ed unita dal famoso ponte turco.
Il ponte fu costruito fra il 1571 e il 1577 sulla strada per Costantinopoli con i soldi donati da Mehmed Pascià Sokolovic, gran visir di tre sultani e proveniente da un villaggio vicino a Visegrad. È il protagonista immobile ed il testimone di una storia lunga quattro secoli scritta da Ivo Andric in un famosissimo libro e nella quale convivono e lottano fra loro bosgnacchi, serbi e austro-ungarici. Ivo Andric descrive così il ponte: “è lungo circa duecentocinquanta passi e largo una decina, tranne che al centro, dove è ampliato mediante due terrazzi perfettamente identici, uno su ciascun lato della carreggiata, che gli fanno raggiungere una larghezza doppia. È questa la parte che si chiama "porta", e qui, sul pilastro centrale, che in alto si allarga, su entrambi i lati si trovano delle sporgenze, sì che, a sinistra e a destra della carreggiata, poggiano sulla base due terrazzi, i quali, con linea ardita ed armonica, si protendono nello spazio oltre la struttura principale del ponte, al disopra dell'acqua rumorosa e verde che scorre in basso. Sono lunghi quasi cinque passi e alti altrettanto, recinti da un parapetto di pietra, così come lo è il ponte in tutta la sua lunghezza, ma altrimenti aperti e non riparati. Il terrazzo di destra, venendo dalla città, si chiama "sofà". Vi si accede salendo due gradini, ed è orlato di sedili cui il parapetto funge da spalliera, e sia i gradini che i sedili ed il parapetto sono tutti della medesima pietra chiara. Il terrazzo di sinistra, dinanzi al sofà, è identico, ma è vuoto, senza sedili. Al centro del suo parapetto il muro si eleva al disopra dell'altezza di un uomo: in esso, nella parte superiore, è situata una targa di marmo bianco sulla quale è incisa una ricca iscrizione turca, un tarih, con un cronogramma che, in tredici versi, indica il nome del costruttore del ponte e l'anno della costruzione”. (Ivo Andric,
Il ponte sulla Drina)
Accanto al ponte cerco l’Albergo di Lotika, descritto anch’esso nel romanzo, che effettivamente esiste ancora, ma è stato ammodernato sommariamente, tinto di giallo acido e al pianterreno oggi ospita una sala giochi. Che delusione! Io cercavo l’Hotel zur Brucke sperando fosse ancora così: “al piano superiore c’erano sei stanze linde e ordinate per i clienti, e in quello inferiore due sale, una grande e una piccola. Nella sala grande andavano gli avventori più modesti, i comuni cittadini, i sottufficiali e gli artigiani. La sala piccola era separata da quella grande mediante una porta di vetro opaco, nella quale, su di un battente, era scritto
Extra e, sull’altra,
Zimmer”.
So che il caravanserraglio fatto costruire assieme al ponte è stato abbattuto tanto tempo fa per fare posto alla caserma, ma dov’è finita anch’essa? Forse, “l’osteria di Zarija” è quel lungo stabile a due piani, vuoto e abbandonato, parzialmente nascosto dal pullman di giapponesi che ora stanno sciamando sul ponte, ma come sincerarsene? L’Ufficio Turistico alloggiato in un gabbiotto di vetroresina è chiuso. E che fine hanno fatto le botteghe e i magazzini di Alihodja, di Pavle Rankovic, di Mihailo Ristic e di tutti gli altri? Magari i loro eredi mi vengono incontro mentre passeggio o sono quei ragazzi seduti al bar che chiacchierano come facevano i loro avi seduti sul “sofà” del ponte che oggi hanno ceduto ai turisti.
Lascio Visegrad con questi dubbi in cui la città letteraria si confonde con quella reale. A Goradze dirigiamo a Foca e da lì riprendiamo la 18 verso nord per sbucare all’aeroporto. La strada si dimostra altrettanto bella del tratto percorso l’avantieri per arrivare a Sarajevo da Tuzla.