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Vecchio 13-10-2012, 00:12   #22
trottalemme
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QUARTO GIORNO

“L’Hotel Europa è il centro fisico e semantico della città di Sarajevo. È il centro fisico perché si trova esattamente sul confine fra la parte turca e quella austro-ungarica (ed) è al centro della città perché tutto ciò che è stato costruito dopo l’Austria non è una città – quale luogo di identità – ma un insieme di edifici la cui utilità oggettiva non li rende meno anonimi e impersonali” (Dzevad Karahasan, Sarajevo Exodus of a City, pag 113).



Ripenso a queste parole mentre passeggio la sera lungo Ferhadija, la via più centrale di Sarajevo.
Oggi abbiamo reso omaggio alla città che ha resistito a millequattrocentoventicinque giorni di assedio; alla città che ha pagato un tributo di più di dodicimila vittime al folle sogno della “Grande Serbia”. Le abbiamo reso omaggio con l’aiuto di Vili (www.sarajevodiscovery.com) che ci ha accompagnato lungo la strada per l’aeroporto facendoci rivivere attraverso i suoi occhi di bambino l’incubo di una vita quotidiana scandita dalla fame, dalla sete e dalla paura delle bombe e dei cecchini, ma anche sostenuta dall’orgoglio e dal senso di appartenenza. Ci ha indicato gli alberi più vecchi che sono sopravvissuti al taglio solo perché servivavno da rifugio precario negli spostamenti lungo il viale.



Vili ci ha condotto anche al Tunnel Spasa, il tunnel della speranza, costruito sotto l’aeroporto per portare in città ciò che non vi arrivava attraverso il corridoio umanitario dell’ONU.



Le abbiamo reso omaggio cercando le rose di Sarajevo, ovvero i crateri lasciati dalle granate che cadevano in città e mietevano vittime fra coloro che erano in coda per approvvigionarsi di acqua o di cibo e fra i bambini che cercavano di mantenere una vita normale giocando e andando a scuola; crateri oggi dipinti di una lacca rossa che col tempo si sta sfaldando e perdendo colore, quando non cancellata per rimuovere il lutto dalla città.



Le abbiamo reso omaggio visitando il Markale, il mercato rionale colpito da una bomba che uccise sessanta persone in un colpo solo e che oggi rivive di vita e di vite nuove.





Sarajevo è celebrata come un monumento alla tolleranza e alla convivenza: “una città che nel suo centro ha quattro luoghi di preghiera: un luogo musulmano, due cristiani, uno ebraico; ad un centinaio di metri uno dall'altro” (Predrag Matvejević). La “Gerusalemme d’Europa”.



Ma quanta tolleranza rimane oggi a Sarajevo dopo l’orrore della guerra di quindici anni fa? Lo abbiamo chiesto ad un signore seduto vicino a noi a mangiare una pita al formaggio nella Bascarsjia.
“Dopo la guerra, cioè dopo la caduta della Yugoslavia, si vive sicuramente meno bene di prima; si sono create troppe differenze tra ricchi e poveri. Prima esisteva il ceto medio, ora averne uno è un'utopia. Il punto di forza di Sarajevo è la popolazione che conserva il desiderio di aiutarsi l'un l'altro, di dividere il poco che si ha e tutto questo sempre accompagnato da un buon senso dell'umorismo.
La comunità serbo-bosniaca esiste ancora a Sarajevo. Prima che la guerra iniziasse, molti Serbi avevano lasciato la città e si dice che fossero stati informati preventivamente, ma molti altri erano rimasti a Sarajevo e vivevano la stessa vita che facevamo tutti: facevano la fila per l'acqua, per il cibo, ecc. Molti si erano anche arruolati nell'esercito bosniaco insieme alle altre etnie. Io dico sempre che tutti quelli che sono rimasti qui, sono rimasti perche questa era la loro città, sono nati qui, sono cresciuti qui, si sono sposati qui, e qui hanno cresciuto i loro bambini. Sono rimasti per proteggere la loro città e le loro famiglie. Quindi il rapporto che oggi hanno i Serbi con gli altri dipende dal loro modo di comportarsi verso gli altri. Se cercano grane, le troveranno sicuramente; se invece sono più propensi a una vita condivisa, è molto probabile che la trovino.
Le faccio un esempio. Nell'edificio dove vivevo all'epoca, era un giorno in cui distribuivano l'acqua con un’autobotte. Tutti gli inquilini erano scesi a fare la fila e dopo un po’ di tempo, quando si era creata già una bella fila di persone, esce questa signora, serba o ortodossa, che dice: "Io sono Serba, fatemi prendere l'acqua per prima, qui nessuno rispetta i Serbi". Al che una signora le risponde: "Aspetta il tuo turno come facciamo tutti. Pensi che a Pale (che era una delle centrali dell'armata serba durante la guerra) a me che sono musulmana mi permetterebbero di parlare cosi? Ah no, lì non mi permetterebbero nemmeno di vivere.”
Ma reputo gli abitanti di Sarajevo gente molto aperta e disposta alla riconciliazione. I rapporti sono sicuramente cambiati; non esiste più quel famoso slogan del comunismo yugoslavo: “Fraternità e unità”; però Sarajevo ha una tradizione secolare di convivenza e coesistenza e posso dire che chiunque qui può sentirsi a casa senza sentirsi discriminato”.
Dedichiamo parte della giornata a visitare il ricchissimo patrimonio storico e culturale di Sarajevo: Piazza Sebilj (la piazza dei colombi), la moschea Husrev Begova, Kazandziluk, lo Stari Hram, la cattedrale cattolica; ci aggiriamo lungo i bellissimi vicoli del mercato della Bascarsjia dove, insieme al ciarpame turistico si mescolano ancora oggetti artigianali straordinari.













Ed ora è sera e passeggiamo lungo Ferhadija. Il quartiere ottomano è buio; le botteghe chiuse. La vita si è spostata nel quartiere europeo, scintillante di luci, pulsante di ritmi viscerali e di movida, animata di folla che passeggia e riempie i locali che si susseguono l’uno dopo l’altro.
Il quartiere ottomano è buio ed oggi sopravvive solo per i turisti, ma è importante che sopravviva accanto alla città moderna perché senza di esso Sarajevo non sarebbe più la città simbolo della tolleranza e della convivenza, ma diverrebbe la città del Ponte Latino vicino al quale si consumò l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, la città dell’odio nazionalistico.



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Ultima modifica di trottalemme; 13-10-2012 a 00:18
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