TERZO GIORNO (Km 325)
Oggi lasciamo la Slavonia e la Croazia per dirigerci in Bosnia Erzegovina, ma non lo facciamo per la via più breve, bensì allungandoci verso Ilok, la città più orientale della Croazia e completamente incuneata come una spina nel fianco della Serbia.
Ilok è famosa per la sua produzione vinicola, in particolare il Traminac (Gewurtztraminer), che fa storia da venti secoli. Dei suoi vini, ieri sera noi abbiamo potuto apprezzare una splendida bottiglia di Grasevina (Riesling Italico) con cui abbiamo accompagnato un trancio gigantesco di pesce gatto del Danubio e che non ci ha fatto per nulla rimpiangere quelli di casa.
Dall’hotel LAV riattraversiamo il centro di Vukovar di cui ci sentiamo già un po’ cittadini e dirigiamo ad est con il sole in faccia. Ilok dista una trentina di chilometri e la strada alterna lunghi rettilinei in cui le colture cerealicole lasciano progressivamente posto alle viti a repentine discese e risalite in strettissime valli che custodiscono piccoli borghi e che sbucano sul Danubio.
La cittadina compare all’improvviso, annunciata da un lungo viale alberato di platani; superata la Cantina del Castello Odescalchi, siamo in centro. Quasi ci sfugge la deviazione verso la città vecchia, minuscolo gioiello appollaiato su un altopiano che sorveglia il grande fiume e che conserva i possenti resti del bastione eretto nel XIV secolo, insieme ad un piccolo mausoleo turco e alla chiesa di S. Giovanni da Capistrano.
La vista sul fiume è straordinaria e la grande piazza d’armi in terra battuta che si estende fra il castello e la chiesa ha un fascino particolare, accentuato dalle grida di incitamento di una scolaresca che sta facendo lezione di educazione fisica appena oltre gli alberi del parco.
Rotti gli indugi che ci tratterrebbero in questa atmosfera sospesa, dirigiamo a sud verso il confine serbo che raggiungiamo tagliando grandi estensioni di viti in cui già è cominciata la vendemmia.
Questo non è il viaggio per gettare uno sguardo all’interno della Serbia e dunque, passato il confine, attraversiamo il territorio di Sid resistendo alla tentazione di guardare meglio le splendide facciate delle case che si affacciano sulla strada che ci porterà all’autostrada e al confine con la Croazia.
A Zupanja, dove ieri avevamo svoltato verso Vukovar, il navigatore ci consiglierebbe di proseguire ancora qualche chilometro in autostrada prima di abbandonarla per dirigerci a Sarajevo che ci attende a sud, ma noi vogliamo percorrere la 18 senza sapere bene il perché. Ci troviamo così a fare l’esperienza sconcertante di attraversare un Paese allo stesso tempo unito e profondamente diviso. Infatti, attraversato il fiume Sava, prima entriamo nel Cantone di Posavina della Federazione di Bosnia Erzegovina che lasciamo ben presto per fare il nostro ingresso nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, annunciata trionfalmente da grandi cartelli stradali. Sappiamo che anche la Republika Srpska fa parte della Federazione, ma tutto sembra indicare un’autonomia che sconfina nella secessione. Riusciamo anche ad attraversare brevemente il Distretto di Brčko, entità territoriale autonoma sia rispetto alla Repubblica Serba di Bosnia che alla Federazione e di fatto ancora controllata dalle Forze Internazionali. All’ingresso nel Cantone di Tuzla, la prima moschea col relativo minareto ci annuncia che qui prevale la popolazione musulmana.
Il territorio che abbiamo attraversato finora non offre grandi attrattive e lo sviluppo edilizio sembra essere caotico e disordinato. Questa è una delle poche zone pianeggianti dell’intera Bosnia e le conseguenze della guerra non sono ancora del tutto superate in una regione di confine in cui i combattimenti sono stati aspri e prolungati.
Occorre superare la città di Tuzla e raggiungere le montagne che sovrastano Kladanj per trovare un ambiente più congeniale al turismo. La strada, ben tracciata e ottimamente pavimentata, attraversa valli e passi montani con panorami grandiosi che cambiano ad ogni angolo. Nei piccoli borghi che si incontrano viene naturale chiudere il gas e alzare la mano in un cenno di saluto alle rade persone con le quali si incrocia lo sguardo.
Entriamo a Sarajevo da nord e siamo catapultati nel traffico nervoso di una grande città quando la gente torna a casa dal lavoro. Passiamo vicino allo stadio olimpico e una grande distesa di cippi bianchi calamita ilo nostro sguardo: è uno degli sterminati cimiteri, cresciuti in modo innaturale a causa della guerra e dell’assedio di quattro anni cui la città fu sottoposta fra il 1992 e il 1995.
Infine, raggiungiamo e percorriamo la Obala Kulina Bana, il grande viale che affianca il fiume Miljacka da un lato e i quartieri storici dall’altra.