Discussione: Giu, fino a Dakar
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Vecchio 18-05-2012, 01:02   #216
Boxer Born
Mukkista doc
 
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... ancora un bicchiere di bianco e decido di tornare ...

All’uscita dell’accampamento c’è il secondo posto di blocco fisso, quello della Gendarmerie e uno dei cinque militari mi fa cenno di accostare. Mi tolgo il casco e stò pensando che non mi sono portato le “fiches” e impreco al solo pensiero di dover scrivere tutta quella serie di dati riguardanti le mie generalità, quelle della moto, provenienza , destinazione, frontiera di entrata e di uscita prevista, ecc. ecc …
Per fortuna il militare mi ha fermato solo spinto dalla curiosità e dopo avermi chiesto quale fosse il mio alloggio a Dakhla, inizia a chiacchierare amabilmente tanto che dopo in po’, scendo dalla moto e ci sediamo su delle vecchie seggiole sgangherate a ridosso della fatiscente baracca che funge da corpo di guardia.
Fà un sacco di domande sul nostro viaggio ed è molto curioso riguardo al Senegal, paese nel quale non è mai stato e confessa di essere stato una sola volta in Mauritania in occasione di una visita a certi parenti agricoltori in un piccolo villaggio che comunque si trova ad un centinaio di chilometri dal confine e quindi a suo dire piuttosto vicino da qua. Per l’ennesima volta mi stupisco di come la loro concezione di distanza e di tempo sia enormemente diversa dalla nostra ; 6oo km per loro sono un breve spostamento come pure è breve un giorno e mezzo per eseguirlo.
Stranamente non fa alcuna domanda sull’Italia o più in generale sull’Europa e sembra molto più interessato ad avere notizie su Nouakchott e sulla lontana Dakar e rimane stupito quando gli racconto che in questi giorni molti giovani stanno organizzando manifestazioni di protesta nei confronti del loro capo di stato e non si capacita del fatto che tutto questo gli venga permesso …
In un paese come il Marocco dove è preponderante la legge militare , è normale che questi giovani facciano riferimento ai fatti che hanno sconvolto il nord Africa nella recente “Primavera Araba”, dove tutti i moti insurrezionalisti della popolazione sono stati soffocati più o meno nel sangue e non hanno ben chiaro come in Senegal che pure di fatto regge su di un regime anche se velato da componenti più democratiche, sia possibile poter esprimere la propria opinione in modo massivo senza pesanti conseguenze.

Si stà alzando un vento freddo e la sabbia inizia a turbinare sullo sfondo del cielo, del mare e delle dune che sembrano tutti dello stesso colore plumbeo, come se da un momento all’altro dovesse piovere ; il militare mi rassicura dicendo che da queste parti questo succede al massimo quattro volte all’anno e oggi non è certo uno di quei giorni anche se ultimamente il tempo è strano e la temperatura di 28° è particolarmente bassa pur essendo a fine gennaio.

Quando si pensa all’Africa la prima cosa che viene in mente è la sua aridità e la sua perenne mancanza d’acqua e con curiosità gli domando come avviene
l’approvvigionamento del prezioso liquido.
Risponde che non hanno mai avuto problemi in quanto nel raggio di quindici chilometri dispongono di tre sorgenti naturali e ben cinque depositi di acqua fossile dalla capienza incalcolabile. Tutta l’acqua è sulfurea e sia quella dei depositi che quella delle sorgenti sgorga a 38° e questo un tempo era un grosso problema in quanto l’approvvigionamento di acqua potabile avveniva tramite una piccola sorgente nel cuore del deserto e la
mancanza di mezzi e la distanza rendevano la vita da queste parti molto precaria anche se Dakhla era ancora un piccolo villaggio di pescatori.
Trent’anni fa i primi potabilizzatori hanno reso fruibile questa enorme quantità d’acqua così a portata di mano e questo ha cambiato radicalmente la vita in questo luogo ; tra mille difficoltà date dal clima inospitale del deserto se pur mitigato dal mare, si sono potute avviare le prime coltivazioni orticole e oggi delle enormi serre
( fino a due chilometri per lato! ) riescono a sopperire al fabbisogno della città in continua espansione che ora dispone di un porto commerciale e di un aeroporto, rendendola di importanza strategica così come si trova nei pressi del confine anche se và rimarcata l’eccessiva militarizzazione.
Probabilmente, è un modo come un altro per impiegare una gran quantità di persone e di sicuro è il sistema del Marocco per continuare a occupare ingiustificatamente questo territorio ; a volte noi europei abbiamo difficoltà a capire il motivo per cui si siano dovute combattere delle guerre per contendersi enormi territori di polvere e sassi.
Certo, oggi si estraggono fosfati e una incredibile altra quantità di minerali ma allora le contese avvenivano tra potenti sultani e una singola pozza d’acqua giustificava l’occupazione di migliaia di chilometri di territorio ma in questo caso, la guerra del Polisario, assume una connotazione particolare della quale la comunità internazionale non è priva di colpe e per la quale penso si debba vergognare.

Spesso ancora oggi quando si guarda la cartina del Nord-Africa il Marocco assume dimensioni più ampie del dovuto e nel migliore dei casi una linea tratteggiata ne divide la superficie in due grandi porzioni e la porzione a sud del tratteggio viene ancora chiamata col proprio nome, Sahara Occidentale, ma in molti casi compare anche la scritta “ proprietà del Marocco”. Eppure quel tratto di terra di cui pochi sanno poco, è uno stato indipendente riconosciuto dall’ONU ed è proprietà di nessun altro se non del suo popolo; i Saharawi.
Alla fine del colonialismo, quando Francia e Spagna dopo inenarrabile sfruttamento si ritirarono dal nord Africa, il Marocco sotto la guida di re Hassan II° pensò bene di occupare quel territorio abitato da una popolazione formata da piccole tribù nomadi. Con la promessa ai sudditi dell’affidamento di nuove terre intraprese quella che lui stesso chiamò “La Marcia Verde”, una marcia pacifica di occupazione ottenuta reclutando
35o.ooo marocchini che spinse a sud con la bandiera verde dell’Islam e una copia del Corano in mano ; di fatto si trattò di una vera e propria aggressione militare.

Oggi i Saharawi, antica tribù dalle origini Berbere, vive all’ombra del muro che divide il Sahara Occidentale, un muro lungo 2.400 km e alto cinque metri, un muro fatto di sabbia e mine eretto nel ‘91 quando si è raggiunto l’accordo per un cessate il fuoco che avrebbe dovuto portare ad un Referendum per sancire l’auto-determinazione del popolo Saharawi o l’integrazione con la monarchia Marocchina …
Sono passati vent’anni e ad oggi niente è stato fatto e i Saharawi continuano a rimanere divisi ; quelli che non sono riusciti a scappare nel ’74 continuano a subire l’umiliazione dell’occupazione mentre i 25o mila che sono riusciti a raggiungere l’Algeria scappando a piedi nel deserto sotto il fuoco dell’aviazione Marocchina, soffrono le privazioni del più inospitale dei deserti, l’Hammada, e nei pressi di Tindourf vivono rinchiusi in campi profughi di sabbia e tende lacerate con gli scarsi aiuti che la cieca e sorda comunità internazionale invia a seconda degli umori politici che nasconde spesso viscidi interessi economici di chi, con abilità, muove le pedine nello scacchiere internazionale.

Di questo e di tanto altro ancora ho parlato con il vecchio dottore brianzolo al rientro dalla mia escursione al campo dei camperisti. E’ seduto davanti al bar dell’albergo ed è assorto in chissà quali pensieri mentre scruta il mare al di là della strada oltre la passeggiata ben curata che nel tardo pomeriggio comincia ad animarsi di donne dai veli colorati e da bambini giocosi; sembra quasi non notarmi mentre con la moto gli passo davanti.
Parcheggio e mi tolgo il casco mentre lo osservo cercando di scacciare l’improvviso senso di rimorso per averlo un po’ bistrattato quando, il giorno prima, eravamo impegnati a smontare la trasmissione della moto e lui aveva una gran voglia di scherzare …
Ottantaquattro anni ben portati direi, un omone alto più di un metro e ottanta con profondi occhi da osservatore nonostante le spesse lenti che gli incorniciano l’ampio viso sormontato da un’enorme naso sformato dall’età.
A quest’ora il bar è deserto e vederlo così da solo, nel dedalo dei suoi ricordi chissà quanto lontani, mi fà quasi tenerezza ; mi viene in mente di non aver mai conosciuto i miei nonni scomparsi aimè quando ero ancora troppo piccolo. Conservo ancora strenuamente il ricordo sfocato della nonna materna che ho fissato nella mente in una notte dell’infanzia quando, nei momenti che precedono il sonno dei bambini , ho avuto per la prima volta la consapevolezza della morte.
Una donnina minuscola dai vispi occhi grigio-azzurro in un campo di grano assolato e sullo sfondo una enorme quercia ombrosa ...

Spinto da questo insolito sentimento tra il tenero e il malinconico continuo ad osservarlo mentre mi chiedo se quest’uomo possa acconsentire a diventare “mio nonno” per qualche minuto anche se sò che non potrei mai trovare il coraggio di confessarglielo.
Sto giocando con questo pensiero quando improvvisamente egli sembra percepirlo e si gira dalla mia parte :
<< Vieni … vieni … non disturbi, qui c’è poco da fare e troppo tempo per pensare … >>

Gli stringo la mano con intima gratitudine e cominciamo a chiacchierare sull’onda dei suoi ricordi ; come avevo capito si dimostra un attento osservatore con una profonda conoscenza data dall’esperienza di tanti anni di frequentazione del luogo. Mi parla della gente, dei luoghi e di come tutto sia profondamente mutato negli ultimi trent’ anni ; parla con disprezzo di questi invasori che a suo dire hanno imparato dall’ Europa soltanto ad essere ipocriti ed arrivisti. Ha molti amici di lunga data tra i Saharawi e quando assieme alla moglie veniva da queste parti già all’inizio degli anni ‘70 era spesso accolto in un villaggio di Berberi nei pressi de “La Duna Blanca” e con una risata ricorda ancora l’espressione di disgusto della moglie quando una sera, sotto la tenda furono costretti per questione di rispetto verso gli ospiti a cenare con una frittura di insetti nel grasso di cammello …
<< … Caro il mio … erano altri tempi … avevamo degli anticorpi grandi così, hi, hi, hi …>>

Gli chiedo della Duna Blanca e mi racconta che un tempo ci si arrivava dopo molte ore di Cammello ma a metà degli anni ottanta, quando iniziarono a circolare altri mezzi che non fossero esclusivamente militari, si era fatto amico una guida che lo portava con il fuoristrada a spasso nel deserto ; ora questa guida è passata a miglior vita ma in città c’è il giovane figlio che, oltre a gestire un negozio di articoli per i Kite-Surfer, nei tempi morti porta a spasso i turisti e a parte quella volta che si sono persi nel deserto per due giorni interi …
Prima che io possa fargli altre domande sul posto si alza in piedi di scatto e con un gesto ferma al volo un taxi, una vecchia duna scassata dalla portiera cigolante …
<< Vieni, te lo faccio conoscere … hi, hi, hi ...>> ...
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