Discussione: Giu, fino a Dakar
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Vecchio 10-03-2012, 12:08   #175
Boxer Born
Mukkista doc
 
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… L’isola di Goree è già davanti a noi e a breve si sbarca ...

Attraversiamo il lungo pontile sulla scia degli altri turisti e arriviamo su di uno slargo in pendenza dal fondo naturale di sabbia e lastre di pietra che sembrano scivolare sotto, fino alle fondamenta dell’isola.
Tutto intorno le prime case e diversi stand all’aperto coperti da tende che altro non sono che piccoli ristoranti all’aria aperta per i turisti che in questo momento si dirigono tutti quanti verso una stradina sulla sinistra, probabilmente al seguito di una guida, con l’intenzione di fare il giro dell’isola in senso antiorario. Odio la confusione e pur immaginando che sicuramente è meglio fare la visita cominciando da quella parte, sono abbastanza testardo da convincere il mio gruppo a fare l’esatto opposto e, guardando la calca che si ammassa nell’imbuto della stretta via, loro accettano di buon grado e mai scelta fù più azzeccata in quanto abbiamo potuto visitare l’isola in completa solitudine, gustandoci ogni scorcio tra i vicoli. L’isola è piuttosto piccola e su un lato c’è una altura verdeggiante alla quale si accede per sentieri che serpeggiano tra gli arbusti ed essendo un percorso quasi obbligato, funge da vetrina ad una infinità di artisti che dipingono quadri dai colori vividi nel semplice stile africano ; sotto l’altura, il paese occupa quasi tutto lo spazio rimanente incrociandosi in piccole vie con edifici dell’epoca coloniale. A Goree non circolano automezzi e la gente del luogo si sposta a piedi o con qualche rara bicicletta mentre la movimentazione delle cose avviene tramite carretti dalle lunghe stanghe trainate a mano su selciati di che hanno vissuto tempi migliori.
Anche questo sito è sotto la tutela dell’UNESCO ma purtroppo sembra che neanche questa grande organizzazione riesca a dare un aspetto pulito e ordinato all’isola ; proprio non ce la possono fare. Le case diroccate sono rimaste tali da tempi immemori e se mai sono anche peggiorate diventando contenitori di rifiuti ; dove c’è un po’ di spazio, questo è occupato da altre macerie provenienti dalle piccole opere di consolidamento delle abitazioni che i proprietari eseguono quel tanto che basta a far sì che tutto non gli crolli addosso. Eppure lungo le vie e gli spiazzi aperti sulla costa, incontriamo persone intente a spazzare e raccogliere ma non ci spieghiamo la quantità di rifiuti e nonostante l’alta densità di turisti non si vede alcun cestino anche se non credo che siano i turisti la causa di questa immagine trasandata. E’ un vero peccato perché il paese è veramente carino e ci sono antiche costruzioni coloniali davvero molto belle dove si possono vedere gli sforzi dell’UNESCO tesi al recupero di queste strutture. Lunghi porticati ad arco rivolti verso il mare in cui le grida dei gabbiani giocano a nascondino tra le colonne mentre i nostri passi sui pavimenti sconnessi, riecheggiano sulle volte a croce dei soffitti dai quali penzolano resti di catene che un tempo trattenevano lucerne di ferro e vetro. Al piano terra di questi edifici si trovano enormi saloni completamente spogli e con le pareti corrose dall’umidità che un tempo remoto servivano ad ammassare gli schiavi in attesa di essere caricati nelle stive delle navi dirette verso le americhe.
In quei tempi chiunque sbarcava in Africa, si alternava nella conquista dei territori sia che fossero Inglesi, Francesi, Portoghesi piuttosto che Olandesi . Per centinaia di anni si sono diretti verso l’interno a rapire migliaia e migliaia di persone riducendole in schiavitù e solo per arrivare sulla costa dell’attuale Dakar, ne morivano di stenti più del 50%. Così avveniva la prima selezione mentre la seconda, si sarebbe attuata all’interno delle navi durante l’attraversamento dell’oceano del quale i più famosi in senso negativo sono stati gli inglesi che registravano perdite superiori al 30% e che per compensare tali perdite, si limitavano a caricare un maggior numero di esseri umani costringendoli per settimane a rimanere legati nelle stive. Il silenzio è assoluto nel centro del grande salone e mi giro a 360 gradi abbagliato dai flash delle aperture che un tempo dovevano avere delle imposte e rimugino sulle miserie umane fino che mi sembra di udire gli strazianti lamenti dei poveretti che sono transitati in catene per queste sale e allora preferisco uscire di nuovo all’aperto in una piazza che dà sul mare e mentre sospiro profondamente guardo sullo sfondo il velato skyline di Dakar, al di là della striscia di mare che ci separa...
A nord dell’isola c’è una grande fortezza circolare oggi adibita a museo storico e al piano superiore, dai terrapieni pensili con la balaustra in pietra, spuntano ad intervalli regolari vecchi cannoni settecenteschi. S accede alla fortezza passando sotto un ardo e all’interno,c’è una piazza rotonda interrotta soltanto dalla scala che porta al camminamento superiore ; al centro due altissimi alberi di palma che svettano sopra la costruzione e le chiome sono incessantemente agitate dal vento. Tutto intorno ci sono tante sale piene di vecchie foto di antichi governatori, re e sultani ; in altre sale si racconta la storia di questa piccola isola fin dai primi del ‘400 e vi sono illustrate tutte le vicende accadute in virtù della sua posizione strategica. In una sezione si spiega come avveniva la tratta degli schiavi, come venivano trasportati e le condizioni inumane in cui tutto ciò avveniva. Ci sono spaccati di velieri in cui si mostra come venissero stipati legandoli al pavimento con una catena che fermava collo , polsi e caviglie in posizione sdraiata sul fianco in modo che la naturale curvatura del corpo potesse ospitare un altro disgraziato che veniva legato allo stesso modo ma al contrario : testa contro piedi … come sardine in scatola …
Dopo un po’ questa visione ci mette tristezza e passiamo velocemente davanti a teche impolverate piene di antichi libri logori, punte di frecce risalenti all’età del ferro ed altri reperti archeologici, vecchie divise di tutti gli eserciti passati da queste parti compreso le attrezzature e le selle dei militari a cammello corredati da fotografie ingiallite e tanta altra roba vecchia, grigia, morta ...
L’odore della muffa mi stà dando alla testa e comincio a capire cosa non mi piace di questo posto e di tutta l’isola in generale : non c’è “l’odore” dell’Africa.
Questo posto è Europa, costruito dall’Europa in stile europeo e ora mette in evidenza tutto quello che noi abbiamo sempre fatto e purtroppo continuiamo a fare in Africa : nefandezze ed errori .
Usciamo dalla fortezza e la mia è quasi una fuga ; mentre passo davanti ai due custodi annoiati mi sento quasi in imbarazzo pensando alla mia pelle bianca e a quello che questo rappresenta per loro che tutti i giorni ospitano i pronipoti dei loro aguzzini ma, buon per loro, l’Africa ha la memoria corta e i problemi di oggi non consentono di rimuginare troppo sul passato. Per quanto riguarda noi, credo che proprio in questi anni stiamo scontando la giusta punizione ma questa, è un’altra storia ...
Continuiamo il giro e saliamo sulla collina ; arrivati sulla sommità che termina a strapiombo sul mare mi accorgo che anche questo angolo di natura non è stato risparmiato seppure in un periodo più recente : La 2° Guerra Mondiale.
Sotto i nostri piedi si snoda un reticolo di bunker e cunicoli nascosti che si affacciano sullo strapiombo mettendo in mostra gli obici dalla potenza terribile mentre sopra in posizione più elevata ci sono un paio di grossi cannoni a lunga gittata dalle canne lunghissime e dietro a tutto questo armamento, sullo spiazzo pianeggiante, qualcuno ha avuto la pessima idea di costruire un enorme monumento che più che altro è un eco-mostro a forma di vela ; la colpevolezza è aggravata dal fatto che è stato eretto recentemente in memoria di qualche cosa o qualcuno del quale non mi sono neanche dato la pena di informarmi leggendone la targa .
Quest’isola comincia a starmi stretta e riscendiamo il pendio sul sentiero pieno di venditori di chincaglieria, quadri e artigianato in legno e nessuno ci disturba più di tanto mentre ci guardano passare assenti, quasi rassegnati, come se fossimo un gruppo di pecore. Qualcuno fà un cenno poco convinto e ci invita a guardare la propria esposizione ma noi tiriamo dritto giù per il sentiero mentre da questa posizione elevata il riflesso del mare ci ferisce gli occhi ; vento, canto di cicale e lo stridio dei gabbiani. Dal basso della collina sale un altissimo palo in acciaio mascherato da palma la cui sommità nasconde una selva di antenne e ripetitori … cerco di distogliere lo sguardo e mi concentro a guardare i tetti del paese sottostante dove, come formiche, si vedono i turisti che per fortuna non abbiamo mai incrociato e che evidentemente hanno terminato il giro dalla parte opposta. Il museo “La casa degli schiavi” in questo momento è chiuso per pausa, ma non me ne dispiaccio affatto mentre passo davanti ad una statua che ne rappresenta la liberazione ; donata dai Fratelli della Guadalupa ai Fratelli d’Africa, la statua raffigura un uomo con le braccia sollevate al cielo dalle quali penzolano delle catene spezzate mentre la sua donna lo abbraccia teneramente.
Un paraplegico sulla sedia a rotelle si affretta dal fondo di una stradina per chiedermi l’elemosina ma io non me la sento di aggiungere tristezza alla mia malinconia così forzo la mia indole e allungo il passo svicolando subito dopo e trovarmi di nuovo sullo spiazzo davanti al molo dove la gente inizia a radunarsi nell’attesa del battello che ci riporterà sulla terra ferma. Qui i venditori sono soprattutto donne che cercano di sfruttare gli ultimi momenti di permanenza dei turisti e sono molto agguerrite, fino quasi a raggiungere la molestia ma per qualche motivo inspiegabile non ci disturbano e sembra che il loro bersaglio siano più le anziane signore francesi. Per fortuna l’attesa è allietata da ragazzi venditori e suonatori di “Kezen-Kezen” che con maestria, agitano uno strumento artigianale che emette un suono cristallino intervallato da cupi schiocchi … tk .. zen, tk .. zen, tk .. zen ...
Ne acquisto uno per pochi euro e facendomi spiegare l’uso il giovane si esibisce in un concertino che attira l’attenzione dei più, mettendo in evidenza come il ritmo e la musicalità faccia parte della loro natura. Si tratta di due frutti legnosi dal colore bruno, poco più grandi di una pallina da ping-pong ; vengono forati alle due estremità e uniti insieme da un cordino lungo una ventina di centimetri. I semini all’interno producono il suono cristallino che determina il ritmo mentre con un particolare movimento della mano i due grossi semi sbattono l’uno contro l’altro dando il tempo della musica che viene accompagnata dalla voce in canti popolari a volte tristi e a volte molto allegri e ritmati.

Il battello attracca vomitando sul pontile una nuova ondata di turisti che ci sfilano accanto con le facce piene di curiosità e aspettativa mentre osservo i venditori che si preparano al nuovo assalto che giorno dopo giorno, si ripete immutabile come la marea. Osservo i due grossi frutti bruni nella mia mano e penso che questo strumento, sarà il miglior ricordo di questo posto ...




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