… Ci ricorderemo per tutta la vita questo episodio ; il giorno del pollo alla carta del cemento …
Nel frattempo l’uomo ci è già addosso e ci spinge per i gomiti verso i tavoli … restiamo in piedi e non abbiamo sufficiente presenza di spirito per rifiutare ed uscire … fà caldo e qualcuno chiede una bottiglia d’acqua … non abbiamo più scampo.
L’uomo ci chiede cosa vogliamo mangiare e prima di poter dire qualcosa ci assicura di avere dell’ottimo pollo alla brace ; guardiamo il camino spento e ci stringiamo nelle spalle ma l’uomo è già andato mentre la ragazzetta ci porta la bottiglia d’acqua con dei bicchieri. Da quando siamo entrati non abbiamo aperto bocca e il primo è Fabio che sentenzia : << Io qui non ci mangio … >>
Non potendo fare altro ci sediamo ( tranne Fabio ) e ordiniamo due bottiglie di Gazzelle mentre la sala viene letteralmente invasa dal fumo acre del camino che molto probabilmente non dispone di canna fumaria. Poco convinti riusciamo a scherzare sulla possibilità che un avvoltoio abbia fatto il nido sul comignolo. Il fuoco comincia a crepitare e con un pezzo di carta gialla avanzata dall’accensione l’uomo pulisce un tagliere e fa spuntare fuori non so da dove quattro polletti che adagia sul pezzo di legno per poi accanirsi su di essi con una specie di corto macete. Ora la fiamma è viva e dopo aver assestato un calcione al tronco vi appoggia un pezzo di rete metallica a maglia fine e sopra di essa i pezzi di pollo mentre con lo stesso attizzatoio con cui smuove il fuoco, rigira la carne sulla griglia .
<< Io qui non ci mangio >> ripete Fabio mentre l’uomo prende diverse grosse cipolle che spezza in modo grossolano e poi gettarle sul pollo irrorando abbondantemente il tutto con una polvere di spezie e olio. Le fiamme si alzano per almeno un metro e mezzo e sperando che si incendi anche il locale ci guardiamo attoniti. Dopo qualche minuto lo pseudo cuoco prende la rete infuocata e travasa il contenuto su un largo vassoio metallico poi, raccoglie da terra un sacco di carta a doppio strato che apre accuratamente separandolo dal foglio interno … Non ci sono dubbi, è proprio un sacco di cemento vuoto, certificato dalla scritta in blu “ Ciment Portland “.
Come in un mantra sentiamo << Io qui non ci mangio !! >> ; Fabio lancia uno sguardo torvo all’indirizzo del cuoco che ricambia con un sorriso. La parte esterna del sacco di cemento viene appoggiata sulla griglia per poi essere bagnata con il liquido di prima che noi pensavamo fosse olio ... ma forse lo è … ma no, non può essere olio ... è qualcos’altro ... Ci alziamo incuriositi ed andiamo a vedere da vicino ; la fiamma sotto arde allegramente e il calore della brace è a mille eppure, la carta non si incendia e il pollo e le cipolle sfrigolano cominciando ad emettere un buon profumo.
Alla fine Fabio non assaggerà nemmeno un boccone ed io, credo di aver mangiato il miglior pollo alla brace del viaggio … Ma quel liquido … cosa era …?!
Ripartiamo nel pomeriggio assolato e lungo la strada incontriamo un grande parco naturalistico che diverse volte ho visto nella famosa trasmissione televisiva “Alle Falde del Kilimangiaro “.
L’ingresso è costituito da immensi e antichi tronchi sormontati da una tettoia ricoperta da lunghe fibre vegetali e sotto un grande cancello anch’esso in legno. La parte del parco che confina con la strada è protetta da una recinzione in rete metallica coronata da tre corsi di filo spinato ed è lunga diversi chilometri lasciando intravedere una gran quantità di alti alberi ed una fitta vegetazione che immagino celi chissà quali animali mentre sulle cime più alte si può vedere il movimento di tanti uccelli diversi.
E’ reale, e lo sto vedendo proprio con i miei occhi ... sono qui nel cuore dell’Africa … come tante volte fin da bambino mi ero immaginato e mi metto in piedi sulla moto facendola molleggiare per la felicità mentre tutti i miei sensi sono impegnati a recepire più messaggi possibili per fissarli nella mente …
Adesso ho proprio voglia di fermarmi per godere di questa natura prorompente dai mille colori e profumi e misteri. E’ qualche tempo che penso a come mi piacerebbe potermi fermare qualche giorno di seguito per riposarmi e avendo ormai raggiunto l’obbiettivo del viaggio, credo che questo sia proprio il luogo giusto. Nei precedenti mesi prima della partenza mi sono spesso fermato a fantasticare su come sarebbe stato bello fermarsi in un villaggio tranquillo vicino al mare, sdraiarsi e crogiolarsi al sole sulla spiaggia bianchissima e ascoltare le onde dell’oceano che si infrangono sulla secca poco distante e ora se qualcuno mi dicesse che quel posto è proprio qui, a poche decine di chilometri dal posto in cui mi trovo, potrei anche credergli.
Siamo ormai all’ingresso della cittadina di Mbour e mi accorgo che la strada rimane uguale a se stessa ; pensandoci bene, questo succede da quando siamo entrati in Senegal. Nel senso che sia nel Sahara Occidentale che in Mauritania e più generalmente in tutto il nord Africa quando si entra in cittadine di discrete dimensioni, la strada diventa a quattro corsie e sempre vi si accede passando sotto imponenti archi dallo stile arabeggiante ; molti di questi archi sono veramente belli e finemente decorati. Sui lati della strada ci sono spaziosi marciapiedi lastricati con panchine posizionate a intervalli regolari così come al centro delle quattro corsie dove vengono installati in modo ravvicinato dei luminosi lampioni dalla foggia decorativa intervallati da alte palme. Queste strade sono lunghe circa due o tre chilometri e terminano sempre con una larga rotonda verdeggiante e ben curata dove al centro vi è posizionato un busto o una fontana oppure una statua di qualche antico notabile locale ; dopo la rotonda iniziano le prime case che purtroppo , per il loro degrado , contrastano sempre in modo stridente con l’immagine di ordine e magnificenza che si è voluto imprimere alla città al momento dell’ingresso.
In Senegal tutto questo non esiste ; rispecchia in qualche modo l’indole pacifica della popolazione, quel modo di prendere la vita semplicemente evitando scrupolosamente di complicarsi la vita in inutili dimostrazioni di finto potere o ricchezza.
Così anche Mbour che ha l’aspetto di un grande paesone dalle costruzioni semplici e povere ma, nonostante la confusione di persone per strada e macchine rotte in transito , l’atmosfera risulta gioiosa e non ci infastidiscono più gli animali fermi in mezzo alla strada o le persone che attraversano all’improvviso o le macchine che si fermano e ripartono senza preavviso. Ora tutto sembra normale e ripensando al nervosismo che provavo nelle settimane precedenti quando guidavo in mezzo al traffico, mi accorgo che è solo questione di assuefazione. Il fatto è che noi europei viviamo ad una velocità completamente diversa dalla loro e per questo ci aspettiamo prontezza e tempi di reazione che gli africani non conoscono in quanto la loro vita è scandita dal lento passaggio del sole sulla volta celeste, dall’avvicendamento delle maree e il tempo che separa il mattino dal pomeriggio è per loro un tempo indeterminatamente lungo, abituati come sono a vivere alla giornata e così, ora che comincio a riconoscere il meccanismo cercando di agire con i loro ritmi, inizio a godere dei singoli momenti nel corso della giornata e cerco di impedire che il domani irrompa nei miei pensieri ; questo fa sì che anche attraversare una piccola cittadina come Mbour , sia una occasione per capire meglio la loro mentalità e le immagini che scorrono ai lati della visuale del mio casco diventano interessanti ; come un allegro video-clip la cui colonna sonora è data dalla vita che qui sembra scaturire anche dalle cose inanimate.
C’è tantissima gente in giro e sarà perché forse oggi è domenica, non so, sono diversi giorni che ho perso la cognizione del tempo e dello spazio ; mi piace questa sensazione.
Ora la strada sembra terminare in un giardino pubblico dove molte donne vi passeggiano con i piccoli
ma qualche macchina, per aggirare il traffico lo attraversa diagonalmente sollevando nuvole di polvere e costringendo le donne ad agitare il braccio in direzione del maleducato anche se l’espressione del viso non è mai eccessivamente arrabbiata e mi immagino cosa potrebbe accadere se una cosa del genere succedesse in Italia …
La strada circonda il piccolo parco pubblico restringendosi improvvisamente e formando un incrocio a T dal quale svoltando a sinistra si procede verso Kaolack mentre a destra, la strada prosegue in una piccola strada costiera a trecento metri circa dal mare anche se questo è nascosto per lunghi tratti dalla vegetazione. Kaolack è purtroppo per noi una zona preclusa perché i nostri documenti non prevedono la circolazione nel compartimento del sud ma potremmo sempre giocare la carta del finto tonto esibendo il permesso di circolazione e dicendo che non lo sapevamo. In ogni caso non vale la pena rischiare in quanto Kaolak è l’ultimo centro di una certa rilevanza prima del confine e funge da pre-filtro per coloro che intendono superare la frontiera con il Gambia che da lì dista una cinquantina di chilometri. Se per errore si imboccasse l’ultimo ponte a sud della città, incontreremmo un posto di blocco dove i controlli sono serrati e prevedono anche un riscontro via radio con la frontiera di ingresso ; si rischierebbe non solo di essere mandati indietro, ma anche di essere riaccompagnati dai militari fino a Saint Louis … Maledetta frontiera di Rosso…
In ogni caso i giorni a disposizione non sono così tanti per cui abbiamo deciso di concentrare i nostri spostamenti nella zona di Dakar dove per l’attività frenetica degli organi di controllo questi si limitano a verificare il possesso dei singoli documenti senza andare troppo a fondo sul contenuto.
Prendiamo quindi, come da programma, la stradina costiera e tra Mbour e Joal-Fadiout che dista circa quaranta chilometri ; dovremo trovare un posto in cui fare base per qualche giorno.
La strada è molto piccola e se si venisse catapultati all’improvviso in quel luogo, si direbbe che si stà marciando su di una nostra stradina di campagna se non fosse per la vegetazione che apparirebbe strana ; alte piante di Platano, Manghi e un altro tipo che non riesco a riconoscere ma che nella forma e dimensione somiglia alle nostre querce. Sul lato destro, verso il mare, si incontrano vaste aree acquitrinose e i cartelli elencano una lunga serie di parchi ornitologici e riserve marine protette mentre lungo la strada si incontrano diversi piccoli paesi dall’aspetto ordinato. La nostra attenzione viene attirata da uno di questi che porta un nome curioso e potrebbe benissimo collocarsi in qualche punto del sud-est asiatico : Nianing.
Ci affianchiamo per parlarci e la battuta che a tutti è venuta in mente è se per caso fossimo arrivati in Vietnam ; ridiamo divertiti mentre ci fermiamo “scendendo” dall’asfalto sulla sabbia di un luminoso rosso-arancio.
Davanti a noi c’è un lungo muro alto un paio di metri dello stesso colore della sabbia, una fascia decorata a mosaico composto da gusci di conchiglie lo divide a mezza altezza ed abbraccia un portoncino in legno sotto una tettoia di frasche di palma. Oltre il muro, una vegetazione inestricabile ed ombrosa di alti alberi e canne di bambù dai quali provengono acuti sibili, versi rauchi, ciangottii dalla vibrazione molto bassa e cinguettii di una miriade di uccelli di chissà quali specie tanto da far sembrare di essere davanti all’ingresso di una ideale giungla. Un cartellone dai colori sgargianti e dipinto a mano con innegabile maestria ci spiega dove il caso e la curiosità ci hanno fermati : Nianing, Maison de vacance “ Le Bientenier ” de Madame Diopp .
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