Sbagliamo la deviazione per Mbour che è subito prima di entrare nella penisola di Dakar e la polizia ci ferma. Dakar è ancora parecchie decine di chilometri più avanti ma negli anni la periferia si è estesa in maniera disordinata inglobando anche la città di Rufisque e così da questo punto in poi, le abitazioni si susseguono senza soluzione di continuità per una sessantina di chilometri fino alla capitale.
Il militare è un uomo robusto con la testa calva coperta da un basco verde e buona parte del viso è nascosta da un paio di Ray Ban a specchio dalla montatura color oro ; un brutto muso. Non posso fare a meno di notare la sua pelle levigatissima , ricoperta da un leggero strato di polvere solcata da qualche rivolo di sudore. A differenza di tutte le altre volte che ci hanno fermato questi non è ne cortese ne simpatico e si rivolge a noi bruscamente con un’espressione di pietra ; ci chiede rudemente i documenti e immagino che ora iniziano i guai. Da una baracca al bordo della strada che poteva benissimo essere il ricovero delle pecore si sente un fischio e dall’ombra esce il collega che fà un gesto con il braccio come per dire : ma lasciali in pace ! Non gli rompere i C …!
Ray Ban non si gira nemmeno, resta in piedi davanti a noi con le gambe divaricate e tamburella sul palmo della mano il primo passaporto che gli era stato consegnato mantenendo impassibile la stessa espressione marmorea … I secondi passano …
La strada di fianco a noi è preda di un traffico infernale ; un carretto trainato da un asino scarta improvvisamente verso il centro della carreggiata e il piccolo e malandato minibus che lo segue è costretto a frenare bruscamente ma si inchioda soltanto la ruota anteriore sinistra. Il mezzo devia con la gomma fumante salendo sullo stretto ed alto marciapiede centrale rischiando di cappottarsi mentre si alza una enorme e densa nuvola di polvere grigia che ci fa pensare al peggio. L’animale terrorizzato e con gli occhi fuori dalla testa ormai non risponde più a nessun comando e nonostante il conduttore lo bastoni come un forsennato, scarta di nuovo repentinamente perdendo una buona metà del carico e provocando il caos più totale.
Ray Ban lancia il passaporto e strappandosi il basco dalla testa si dirige a lunghe falcate verso il gruppo di persone che si stà formato qualche decina di metri più in là. Il collega è uscito di un passo dalla baracca mentre l’aria vibra di clacson e nell’attimo che si gira dalla mia parte, legge il labiale che dice “Mbour”; fa un cerchio in aria con il dito e poi indica nervosamente un punto dietro di noi mentre indossa il basco e a sua volta si dirige verso il luogo dell’incidente. Sono proprio felice che almeno per oggi non dovremo proseguire per quella strada . Lo stretto marciapiede nel mezzo è troppo alto per essere scavalcato con le moto e siamo costretti a passare di fianco al carretto mentre Ray Ban stà abbaiando sul viso del malcapitato e con una mano lo tiene semi-sospeso per il colletto della giacca...
Di scene come quella che ho appena descritto se ne vedono continuamente ; basta appostarsi in luogo sicuro lungo una strada trafficata e non ci sarà molto da attendere. La gente guida veramente molto male ma dalla loro c’è il fatto che per la qualità dei mezzi, le velocità sono piuttosto basse e questo gioca a nostro sfavore in quanto siamo costretti a sorpassare quasi continuamente. Per paura delle buche o di quant’altro si muova ai bordi della strada, guidano nel mezzo ma di distraggono, guardano in giro, e spesso sono attaccati al telefono. Le convergenze sopraffine dei loro mezzi li porta piano piano o contromano o contro qualche ostacolo sul lato e spesso mi trovo a urlare nel casco: … Eccolo … Eccolooo!!!! tra nuvolosi di polvere e clacson impazziti.
Tornando indietro brevemente intercettiamo la deviazione per Mbour e la strada torna di nuovo tranquilla ; tiro un sospiro di sollievo. Il paesaggio è sempre quello della savana ma procedendo verso Mbour diventa più boscoso e la strada si adagia su basse colline sempre mantenendo la sua andatura rettilinea. Nella corsia opposta transitano dei camion, molti dei quali hanno il carico pieno di boccioni azzurri di acqua minerale del più grande stabilimento del paese ; la Kirene. Altri sono carichi di terra, sabbia o pietre piuttosto che ortaggi o prodotti chimici per la pulizia e sono tutti diretti verso la capitale per soddisfare le esigenze di diversi milioni di persone.
Mezzogiorno è passato da parecchio tempo e la fame ci attanaglia così, decidiamo di fermarci.
Abbiamo sempre fame e devo dire che se c’è una cosa che davvero non ci è mai mancata in questo viaggio è il cibo. Per precauzione nei miei viaggi porto sempre con me delle barrette energetiche e in diverse occasioni, si sono rivelate davvero utili ma questa volta, ne ho riportato a casa più della metà.
E dire che quando prima di partire le avevo assaggiate, mi erano sembrate buonissime con quel morbido ripieno di mirtilli ; dopo venti giorni di cucina africana ho provato per sfizio a mangiarne una e il suo sapore era … come dire … terribilmente sintetico.
Nonostante diversi giorni molto faticosi nei quali si arrivava alla sera davvero spossati con un’enorme dispendio di energie, credo che in questo viaggio io sia riuscito addirittura a prendere almeno un chilo.
Un viaggio come questo implica degli spostamenti piuttosto lunghi per cui quando ci si ferma a mangiare si trovano sempre piatti diversi e normalmente ti propongono quello che gli riesce meglio.
In altri casi, quando il menù era intelligibile in quanto scritto in lingua locale, mi guardavo intorno ad osservare quello che prendevano gli altri ; non ci siamo mai sbagliati. A parte qualche resistenza della zavorrina nei confronti della Curcuma, ci siamo sempre gustato tutto. Ovviamente bisogna essere tremendamente curiosi in fatto di cucina e non bisogna soffermarsi troppo a guardare la pulizia del locale o ad analizzare i bicchieri perennemente appannati o anche a contare le mosche che si posano sul piatto, sulle mani e sul viso. Una giorno a pranzo, stavo fissando un mio compagno di viaggio che era seduto davanti a me intento a sgranocchiare un piatto di crostacei e mi chiedevo come non potesse essere infastidito dalla quantità di mosche che erano posate sul suo viso. Accortosi dello sguardo insistente e incuriosito mi apostrofa con uno scherzoso “ … zzo vuoi ?” e cosi lo metto al corrente di quello che stà accadendo sulla sua faccia ; lui ridendo a bocca piena risponde che è meglio che penso per la mia.
Guardando con avidità i documentari trasmessi in televisione, ho sempre cercato di immaginare a quale specie di supplizio siano quotidianamente sottoposte le persone a causa delle mosche e, adesso che ci sono dentro, mi accorgo che la loro invadenza è sì fastidiosa ma molto meno di quanto si possa pensare. E’ chiaro che si tratta di una razza molto diversa da quelle che ormai raramente ( per fortuna ) si trovano da noi ; sono molto più piccole e hanno sviluppato la capacità di camminare sulla pelle in modo quasi impercettibile tranne quando, essendo ghiotte di sale, si infilano negli occhi o passeggiano sulle orecchie. Dopo un po’ ci si abitua anche a questo e più di una volta, in altre situazioni, mi sono stupito nel constatare il livello del mio spirito di adattamento o di resistenza alla fatica.
Ci fermiamo quindi per mangiare in un breve paesino con le case “adagiate” disordinatamente ai lati della strada. La nostra attenzione è stata attratta dallo spazioso parcheggio di sabbia e dal porticato con qualche tavolo sotto la costruzione in muratura che mostra con orgoglio un’insegna che dice “Cafè Restaurant ouvert 24 sur 24”. Parcheggiamo e ci incamminiamo sotto il porticato ; l’ingresso alla sala ristorante ha due serrande avvolgibili in lamiera, come quelle che ancora si possono vedere in certi vecchi negozi di antiche città, e non c’è presenza di altro infisso. Il salone è molto grande ed in fondo c’è una piccola porta in lamiera spalancata dalla quale entra la luce ardente del sole e sgaiattolano una quantità non ben definibile di gatti dal pelo opaco e arruffato. I quattro grandi tavoli rotondi dalle pesanti sedie in legno bianco stonano e si perdono nella vastità della sala che mostra tutta la struttura di cemento armato del soffitto annerito in maniera incredibile da una spessa crosta di fuliggine proveniente dalle fauci spente di un grosso camino da cucina dal quale straborda un’enorme mozzicone di tronco. Su tutto mezzo centimetro di polvere che soprattutto sui tavoli e sulle seggiole, viene trattenuta da un’abbondante strato di unto sudicio. Rimaniamo qualche secondo interdetti contemplando a bocca aperta questo assurdo quadro e senza dire una parola ci giriamo contemporaneamente cercando la via di fuga ma quei pochi secondi, ci sono stati fatali. Dalla porticina in fondo alla sala entrano di corsa un uomo ed una ragazzetta che a voce alta ci invitano ad accomodarci mentre, spaventato dalle grida, l’ultimo gatto nascosto sgomma e derapa sul pavimento infilando l’uscita.
Ci guardiamo negli occhi con espressione sconsolata che vale a dire : siamo fregati !
Ricorderemo per tutta la vita questo episodio ; il giorno del pollo alla carta del cemento ...
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