… La strada è a tratti insabbiata e spazzata dal vento.
Anche oggi incontriamo qualche carcassa di animale sul bordo della strada ma adesso c’è una novità che dà la misura di quanto stiamo scendendo a sud; nel cuore dell’Africa nera.
In lontananza vedo una sagoma scura e penso ad un asino che se ne stà pigramente sdraiato all’ombra di un’acacia e man mano che mi avvicino con cautela per scongiurare come sovente avviene i repentini attraversamenti, la sagoma scura appare strana, quasi brulicante. Sono ormai a 50 metri dall’asino quando tutto d’un tratto, questo si alza in volo e stupito, faccio il mio primo incontro con questo temibile animale : l’ Avvoltoio.
Ci fermiamo immediatamente dopo la carcassa di una Antilocapra e scendendo al volo, cerchiamo di fare qualche foto agli enormi uccelli che per niente intimiditi, si sono posati sopra e sotto una grossa Acacia una ventina di metri più in là e ci stanno osservando guardinghi con il collo e la testa abbassati e le ali semiaperte in un atteggiamento che a noi sembra minaccioso. Sono proprio enormi, ma le basse Acacie davanti a noi ci impediscono una inquadratura decente e così ci muoviamo molto lentamente verso di loro cercando il più possibile di evitare movimenti bruschi e rimanendo nascosti dietro gli esili tronchi. E’ un momento molto emozionante ; è la prima volta che mi cimento nella caccia fotografica e l’adrenalina è a mille anche perché adesso siamo veramente vicini e possiamo vederne chiaramente le striature del ruvido piumaggio e l’occhio vigile e attento. L’incanto dura pochi attimi poiché come se si fossero dati un muto segnale di allarme, quelli sulla chioma volano sull’albero successivo mentre quelli rimasti a terra zampettano di sghembo e in modo sgraziato più avanti, guardandosi alle spalle e senza perdere di vista la carcassa.
Tentiamo ancora la manovra di avvicinamento ma ormai si sono innervositi e ogni volta, la distanza si fà sempre più lunga. Scattiamo qualche foto e torniamo sulla strada.
Proseguiamo e dopo un po’, le balise ai lati della strada indicano che mancano poco più di cento chilometri a Dakar quindi decidiamo di fermarci a quella dei cento dove ci avremmo fatto sopra il nostro caffè e scattato qualche foto ; non come abbiamo fatto con il Tropico del Cancro.
Eravamo a sud del Sahara occidentale e avevamo lasciato Dakhla da una cinquantina di chilometri diretti verso Nouadibou, la prima città che si incontra entrando in Mauritania. Sul lato della strada c’è una pietra posata a terra, scritta malamente con della vernice azzurra che dice “Tropique du Cancer” e poco più avanti altre con scritto “Arretè Vous !!” ; rallentiamo ma pensiamo ad uno scherzo o ad uno stratagemma per fermare i turisti e tentare di appiccicargli qualche oggetto ma, sebbene non ci fosse nessuno nei paraggi, proseguiamo con la fretta di superare il confine. Quando ci siamo resi conto dell’errore eravamo già un centinaio di chilometri più avanti e ci siamo dati i pugni in testa a vicenda.
Al ritorno passeremo di lì con un altro stato d’animo e l’ultima cosa che ci sarebbe venuta in mente, sarebbe stata quella di fermarsi a fare delle fotografie … Peccato, ci sarà un’altra occasione.
Avvicinandosi a Thies la strada diventa a “quattro corsie” e la cosa ci fa sorridere.
Tutte le strade sono abbastanza rialzate rispetto al terreno e quando la strada fù costruita, vennero spianati malamente anche i due lati della strada lasciando a intervalli regolari i mucchi di terra. Per la pericolosità dei lunghi rettilinei la gente a piedi e con i carri trainati ha preso l’abitudine di passare in quelle piste e con il tempo i mucchi di terra rossa come quella dei campi da tennis si sono arrotondati
come panettoni e i carri hanno lasciato solchi profondi ; ridiamo sul fatto che i conduttori potrebbero addormentarsi e andare avanti per ore dentro quei binari. Anche i ragazzi passano di lì e ci troviamo a passare in mezzo a due file quasi interminabili di giovani che stanno andando a scuola e tutti ci salutano o battono le mani o alzano il pollice. Qualcuno dei più piccoli fà il verso di tirarci un sasso ma è solo uno scherzo perché lo fanno ridendo e a mano vuota ; ci spiegheranno poco dopo che la scuola inizia a mezzogiorno per permettere quelli che abitano a molti chilometri di distanza di frequentare le lezioni.
Nel frattempo la balise dei 100 chilometri a Dakar è davanti a noi e ci fermiamo per festeggiare simbolicamente il traguardo. Baci, abbracci e pacche sulle spalle mentre i ragazzi si fermano incuriositi a chiacchierare. Dopo un pò ci chiedono esplicitamente di essere fotografati con noi vicino alle nostre moto e la cosa ci sorprende non poco in quanto fino ad ora, siamo stati costretti a “rubare” le fotografie con soggetti umani che solitamente si arrabbiano moltissimo quando si accorgono di essere inquadrati ; i bambini si coprono il viso e le donne per quanto velate si girano dall’altra parte infuriate, urlando chissà quali improperi. Ho sentito dire che gli anziani insegnano ai nipotini di non farsi fotografare perché quando gli europei li inquadrano, nello stesso istante gli rubano l’anima e senza di quella Allha è costretto a gettarli in un limbo pauroso. Sembra che questa favoletta abbia molta presa sulla maggior parte dei bambini e forse questo è un bene se pensiamo a che razza di persone si aggirano tra i turisti. Comunque questa fobia si nota soprattutto in nord Africa dove anche i non più giovanissimi evitano l’inquadratura ma qui il discorso è diverso e in molti casi penso che sia più da attribuire ai loro trascorsi all’estero e hanno paura di essere identificati ; dovreste vedere che facce !!
Per quello che riguarda le strutture, i ponti, le macerie e qualsiasi altra cosa di costruito, c’è sempre qualcuno che si avvicina ammonendoti che è vietato e così, capirete come sia difficile fare dei buoni scatti non avendo il tempo ne per eseguirli, ne di conoscere la gente ed entrare un po’ in amicizia perché, se si riesce a fare questo, tutte le foto sono possibili.
A parte il colore della pelle, i ragazzi e le ragazze somigliano molto ai nostri studenti sia per come si vestono che per come si muovono e tra quelli che si sono fermati con noi, spicca una ragazza dai lineamenti molto belli ma la cosa che fa specie, sono i suoi jeans di un bianco candido. Più tardi durante il viaggio, mi sorprenderò a ripensare a lei e mi piace credere che sicuramente sarebbe tornata a casa la sera con i pantaloni ancora immacolati.
Siamo ormai alle porte di Thies e come da mappa, aggiriamo la città svoltando a destra e passiamo davanti ad una enorme moschea in costruzione tutta in cemento armato dalle dimensioni incalcolabili.
L’architettura è quella tipica data dai dettami mussulmani ma dalle curvature dolci si nota un tratto molto moderno, quasi avveniristico e nel complesso nonostante le dimensioni risulta gradevole.
Dalla parte opposta c’è una enorme spianata dove è stato posizionato un grande palco nel quale si affaccendano una quantità di tecnici nell’allestimento delle luci. Dai cartelloni appesi agli alberi sembra che vi si svolgerà un festival internazionale di musica africana e già nutriti gruppi di giovani si accalcano sotto il palco nonostante il sole cocente.
Thies deve essere veramente grande perché la strada continua per molti chilometri in un morbido e lunghissimo semicerchio e in mezzo alla bruma, sulla sinistra, si vede la sagoma della città.
Più avanti in lontananza c’e un’altra spianata piena di puntini bianchi e penso che sia il solito cimitero a cielo aperto ma avvicinandomi, vedo che i puntini bianchi non sono lapidi ma piccoli casottini con la parte superiore inclinata e uno sportello rosso ruggine ; dietro la spianata una zona residenziale di nuova costruzione e dall’aspetto ordinato e piacevole. Le costruzioni sono tutte a due piani, del tipo villetta a schiera e anche qui l’architettura è di stile moderno anche se nel rispetto dei canoni africani. Sono tutte con il tetto a terrazza e i colori sono quelli della terra che si integrano alla perfezione nel territorio circostante conferendo un’immagine da ricercato villaggio turistico. Credo che molti dei nostri famosi architetti avrebbero qualcosa da imparare sotto questo aspetto : semplicità, funzionalità e soprattutto grande fruibilità ; le nuove urbanizzazioni di pianta quadrangolare sono servite da grandi strade interne paragonabili in dimensione alle nostre superstrade.
Per quanto riguarda i casottini bianchi dallo sportello rosso, altro non sono che gli allacci all’acqua e all’ energia elettrica ; questi minuscoli appezzamenti servono alla costruzione di case unifamiliari. Qualche giorno più tardi mi spiegheranno il singolare funzionamento di queste nuove aree edificate :
La totalità dei terreni disponibili sono di proprietà del demanio salvo qualche rara eccezione e l’autorità del luogo decide come, dove, quando e a chi far costruire le palazzine che rimangono di proprietà comunale per poi essere vendute e affittate a prezzi molto abbordabili. Queste palazzine sono per chi può permettersi l’acquisto o ha un lavoro sufficientemente fisso da pagare l’affitto. I piccoli appezzamenti invece sono per i poveri che si mettono in lista di attesa e ai quali questi terreni vengono donati con la clausola che impone la costruzione della casa entro cinque anni. Questa operazione serve a sgomberare i centri cittadini dalle vecchie e malandate baracche occupate dai poveri e al loro posto vengono costruite banche, uffici, centri commerciali ecc .
Se ci si ragiona un attimo si capisce che questo sistema si presta un po’ troppo alla corruzione e ai favoritismi ma per il momento ottiene il duplice risultato di avere da un lato delle città più ordinate e con più servizi per la comunità ed dall’altro, di ridare dignità alla moltitudine di estremamente poveri.
Temo però che nel giro di qualche anno queste aree si trasformeranno in nuovi ghetti in quanto chi popolerà quelle case non dispone né di sufficiente cultura né di senso civico per mantenerle in maniera decorosa e così, tutto rincomincerà daccapo. Spero tanto di sbagliarmi.
Anche qui il progresso fà passi da gigante portandosi dietro anche tutto quel fardello di ingiustizie che anche noi, malgrado la dichiarata civiltà, conosciamo ….
Uploaded with
ImageShack.us
URL=http://imageshack.us/photo/my-images/138/africa2012213.jpg/]

[/URL]
Uploaded with
ImageShack.us
Uploaded with
ImageShack.us
Uploaded with
ImageShack.us
Uploaded with
ImageShack.us