Discussione: Giu, fino a Dakar
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Vecchio 29-02-2012, 20:10   #157
Boxer Born
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Nel Souk dell’isola dei pescatori decido di acquistare un paio di t-shirt per mio figlio ma, per quanto mi sforzo nel tentativo di trovarle, i commercianti non fanno altro che offrirmi magliette di squadre di calcio o quelle delle più note ditte sportive e questo mi innervosisce un po’. Possibile che non si riesce a trovare qualche t-shirt con un disegno simpatico e la scritta Senegal, piuttosto che Dakar o che so io?? Cerco di spiegargli che i turisti non cercano questi tipi di articoli perchè ne hanno le case piene ; mi guardano sconsolati e fanno spallucce rispondendo che nessun turista entra lì dentro … Sì, forse pretendo davvero troppo ma non demordo e chiedo alla nostra guida che in men che non si dica mobilita mezzo souk e mi dice di aspettare dove mi trovo. Nell’attesa, la mia attenzione viene attirata da una botteguccia in cui vengono creati monili e preziosi in oro, argento e corallo, impreziositi nella composizione da parti in ebano, terra cotta ed altre svariate pietre naturali. Entro nella bottega che è un lungo e scuro budello largo al massimo un metro e venti e in fondo, molto in fondo, un baffuto e sorridente artigiano mi invita a guardare nelle vetrinette. Ora io non mi intendo molto di oreficeria ma sono convinto che le nostre donne impazzirebbero in un posto del genere. Oltre ad una lunga sequela di articoli dall’aspetto prevalentemente ridondante come in uso nel nord-Africa, ce ne sono altri di fattura deliziosa, dal montaggio e dagli accostamenti di colore veramente molto moderni e dal gusto europeo ; altri tipicamente africani.

In ogni posto che sono andato nei miei precedenti viaggi, ho acquistato un braccialetto; di quelli semplici in cuoio intrecciato ed alcuni,essendo veramente semplici, non hanno una chiusura e sono legati a doppio nodo ; tuttora ne indosso alcuni da svariati anni. Decido che per questo viaggio ci vuole qualcosa di più serio e mi invaghisco di un bracciale in argento che pur nel disegno semplicissimo è abbastanza pesante. Il commerciante è mauritano e sarà senz'altro un osso duro … i senegalesi sono gente pacifica e di animo buono ed è difficile che ne incontrerete qualcuno che venda cose di un certo valore dove la furbizia e il senso degli affari diventano caratteristiche necessarie ; caratteristiche che invece abbondano nei mauritani e ce ne siamo accorti quando abbiamo soggiornato nel loro paese dove ci hanno praticamente “spellati” ; tutto esageratamente troppo caro.
Devo aspettare la guida e avendo tempo, mi impegno in quel fantastico gioco delle parti che solo gli africani amano condurre in una trattativa estenuante fatta di ultimatum, alzate di voce, velate offese, spinte figurate e finte uscite, pacche sulle spalle e strette di mano fino a che una discreta folla di persone si accalca sul minuscolo ingresso e tra le teste fà capolino quella della guida che con una mano agita un sacchetto con un paio di magliette colorate. Non riesce a resistere e con grande felicità entra e conclude per me la trattativa che era giunta ad un punto morto; il commerciante cede solo perché gli viene riferito che ho fatto altri acquisti nel souk e la prova stà nelle mani della guida.
Un’altra bella esperienza da ricordare.
Le magliette sono proprio come le cercavo anche se il prezzo è evidentemente più alto del normale ; con quello che ho risparmiato (?) nel bracciale, non faccio polemiche e pago.

Mentre il sole comincia ad abbassarsi la guida ci invita a casa sua per prendere un the e dopo un certo numero di zig-zag e svicolamenti, usciamo dalla pancia buia del souk e torniamo a respirare la brezza marina. Ci troviamo su una strada in un punto indefinito e dopo aver attraversato una via piena di donne intente alla fabbricazione e all’imballaggio del carbone di legna, arriviamo ad un portone di legno malandato su un alto muro con finestre solo al primo piano ; entriamo …
Oltre il portone c’è uno stretto corridoio a cielo aperto nel quale si affacciano diverse porte ; appena entrati, sulla destra, il solaio del primo piano è crollato e all’interno di quella che era un’abitazione e in mezzo alle macerie, trovano ricovero alcune capre ed una pecora che fungono da riserva alimentare degli abitanti della casa. In questo vecchio stabile abitano cinque famiglie che fanno parte della stessa parentela e nel silenzio ovattato, da dietro le tende degli ingressi si sentono le voci sommesse delle persone e qualche pianto di bambino. Al nostro arrivo escono quasi tutti insieme a darci il benvenuto e a parte un paio di anziane signore, sono tutti molto giovani. Nel corridoio a cielo aperto vengono stese delle stuoie mentre qualcun altro è impegnato nell’accensione del fornelletto a carbone che dopo dense volute di fumo è pronto a riscaldare la teiera in metallo lucido. Nell’attesa vengono distribuiti a caso alcuni cuscini e, in posizione semisdraiata, chiacchieriamo e scherziamo con i piccoli della casa mentre la nostra guida non dimenticando le abitudini di Amsterdam è intento ad arrotolarne una. Rifiutiamo avendone perso l’abitudine secoli fà e lui con molta discrezione si apparta in una stanzina attigua e ne esce con un’espressione rilassata qualche minuto più tardi : anche oggi a fatto il suo dovere e ha portato il pane a casa.
Il rito del the è una cosa importante e viene eseguito con movimenti inalterati nel corso dei secoli ; sarà per questo che quando lo fanno loro si crea quella schiumetta persistente che rimane sul fondo del bicchiere. Io dopo averne bevuto degli ettolitri non sono mai riuscito a schiumarlo quel tanto che basta per arrivare al secondo sorso. La schiuma ha il duplice scopo di evidenziare la qualità del the e di fare da filtro ad una certa quantità di fibre che dalla teiera si riversano inevitabilmente nel bicchiere. L’acqua, il the, la menta e lo zucchero grezzo vengono riscaldati al calor bianco sui fornelletti a carbone e dopo una lunga ebollizione, con gesti abili e sicuri, viene fatto zampillare dall’alto all’interno dei bicchieri disposti in circolo su un vassoio intarsiato per poi essere di nuovo travasato nella teiera a ripetere diverse volte la sequenza e ho capito che non è la quantità dei travasi a fare la differenza ma la qualità. Quasi sempre, mentre sono occupati nella lenta e calma preparazione che eseguono con gesti eleganti, canticchiano una canzoncina a fior di labbra.
Solitamente se ne bevono tre bicchieri ; il primo è forte e bollente, da uomini, e và bevuto con calma, sorseggiandolo mentre si parla. Il secondo, denso e dolcissimo, è quello delle donne e và bevuto in un paio di sorsi. Il terzo è tiepido e molto aromatico e serve ad augurare una buona prosecuzione del viaggio e preannuncia il commiato. Restiamo non so quanto tempo in quell’atmosfera tranquilla, quasi familiare; sono tutti dei perfetti sconosciuti eppure mi sorprendo a provare dei sentimenti affettuosi nei loro confronti, come se li conoscessi da sempre e mi sento bene, a mio agio.
Finiamo l’ultimo the mentre la striscia di cielo sopra le nostre teste diventa rossa preannunciando la fine di questa stupenda giornata. Ci alziamo e dopo calorosi abbracci e parole di stima, usciamo a malincuore da quella casa ritrovandoci nel vicolo ancora accompagnati dalla guida che dopo un po’ ci saluta e prosegue per la sua strada scomparendo dietro un angolo, garbatamente, così come era arrivato ...

Domani il nostro viaggio prosegue ma, come consigliato da Cico, non ci dirigiamo direttamente a Dakar ma proseguiremo un centinaio di chilometri più a sud, sotto Mbour, dove le spiagge sono più belle e gli alberghi meno costosi. Sono contento di questa decisione perché arrivare a Dakar segna un po’ la fine di questo viaggio anche se si tratta del “giro di boa” ed io, proprio non ho voglia di pensare al ritorno ; sarà la temperatura, il sole, la gente … io qui stò troooppo bene ...


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