Discussione: Giu, fino a Dakar
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Vecchio 27-02-2012, 16:19   #155
Boxer Born
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Nell’ “Hotel la Palmeraie” di Saint Louis, la colazione viene servita all’ultimo piano dell’edificio in una saletta circondata da vetrate. Da un lato la vista dei tetti e sotto la piscina racchiusa nella pianta quadrangolare dell’hotel, dall’altro lato il canale formato dall’oceano che ci divide dal porto dei pescatori. In questi giorni di lungo viaggiare, abbiamo preso l’abitudine a svegliarci presto perché oltre all’impegno di dover rispettare la tabella di viaggio, i Muezzin cominciano a chiamare alla preghiera già dalle 4.30 del mattino e se la moschea con il suo minareto coronato di grossi altoparlanti è vicino al posto in cui dormi, dopo qualche voltolamento nel letto sei quasi costretto ad alzarti. Anche oggi sorprendiamo l’alba nel suo caleidoscopio di colori e dall’altra parte del canale, possiamo vedere l’attività febbrile dei pescatori che si accingono a prendere il mare con le loro enormi piroghe colorate cariche di persone e reti azzurre e verdi ; pronti a dare il cambio alle imbarcazioni che a breve rientreranno in porto dalla battuta notturna. Questo lo si capisce dalla lunga fila curvata di camion a cella frigorifera che si distende a perdita d’occhio verso sud e il sole appena sorto riflette sul vetro di ognuno di quei camion facendoli apparire come una lunga sequenza di lampioni arancio. Consumiamo in fretta la colazione e usciamo nell’aria frizzante mista all’inconfondibile e consueto olezzo di spazzatura che quando diventa davvero troppa, qualche anima buona si prende la briga di incendiare all’alba o dopo il tramonto.
Cico è già pronto e dice che oltre a dover concludere la procedura dei nostri documenti, sarà impegnato in qualche giro di acquisto e nella ricerca di un meccanico per sistemare delle cose nel suo fuoristrada. Il nostro Fabio ne approfitta per cercare delle H7 di ricambio per la sua RT che con gli scuotimenti dei giorni passati, si sono spente definitivamente. La zavorrina è ancora provata dal passaggio sul confine del giorno prima e dice che dormirà ancora un po’ mentre io e Manlio, decidiamo di prendere le moto e farci un giro al villaggio dei pescatori per assistere al rientro dalla battuta notturna. Per come mi è sembrato di capire, Saint Louis è divisa in tre zone: La prima è sulla terra ferma ed è costituita da case e palazzi anche di discrete dimensioni ; attraversando il lungo ponte in ferro sul fiume Senegal si accede all’isola della città vecchia ed è posizionata su una lunga e stretta striscia di sabbia dalla quale, sull’unico ponte in cemento molto malmesso, si accede ulteriormente al villaggio dei pescatori anch’esso edificato su una lingua di sabbia ma in una striscia ancor più stretta e lunga. Il nostro albergo è situato sulla prima isola proprio di rimpetto al canale della seconda, vicino all’unico ponte di accesso all’isola dei pescatori.
Le moto sono parcheggiate davanti all’albergo a ridosso di una lunga siepe che divide in due la strada adornata da altissime palme; il guardiano notturno è seduto su una seggiola in plastica e ci saluta con aria molto assonnata mentre un’inserviente dell’albergo ha già iniziato il suo servizio che consiste nel lavare le auto dei clienti così, ne approfitto per farmi lavare il cupolino che soprattutto nella parte interna è ricoperto dal un impalpabile “talco” rossastro che ormai mi impedisce la visibilità.
Ha fatto un buon lavoro e così gli offro una mancia che rifiuta dicendo che il lavaggio fa parte dei servizi offerti dall’albergo ma, continua a guardarsi intorno. Capisco e così mi sposto fuori dalla vista dell’ingresso e lo chiamo, gli metto i soldi in tasca e ottengo un bellissimo sorriso che mi mette allegria.

L’isola è già sveglia e procedendo a volte contromano nel dedalo di strette vie, incontriamo lunghe file di bambini dai grembiuli azzurri e rossi apparentemente non accompagnati che si mescolano ai gruppi di ragazzi e ragazze delle scuole superiori vestiti con jeans e felpe ; si muovono allegri e urlanti invadendo il centro delle strade in infiniti attraversamenti interrotti dal via vai di carretti trainati da asini e taxi collettivi che strombazzano ed emettono dense scie di fumo nero impazzando già carichi dei loro coloratissimi clienti. Altri vicoli e piazzette sono pieni di altri bambini, dall’aspetto sporco e trascurato, intenti a giocare con sudici palloni bucati quando và bene , altrimenti con palle di stracci o lattine di plastica. Se ne deduce che almeno 2/3 dei giovanissimi non frequenta la scuola e passano le giornate a giocare negli spiazzi occupati dai rifiuti, a fare dell’accattonaggio e i più fortunati a fare qualche piccolo lavoretto soprattutto al villaggio dei pescatori dove si confondono nei cumuli di immondizia che incessantemente svolticano alla ricerca di qualcosa da “riciclare” se non da mangiare. Esistono infatti tanti negozietti nei quali giovani artisti creano le loro opere con materiali riciclati e non avete idea di cosa sono in grado di fare con un pettine rotto, un rasoio usato o qualche lattina di Cola.
La vista di tutti questi bimbetti è penosa ma è impensabile pensare di poter fare qualcosa per loro ; come in tutti i grandi centri Africani, quella dei bambini di strada è una piaga sociale che nonostante gli sforzi di tante organizzazioni provenienti da tutto il mondo, è difficile da debellare.

Passiamo in mezzo ad una grande bidonville di lamiere e tavole spezzate prima di imboccare il ponte in cemento dove sotto e in tutta la riva opposta, sono ormeggiate le barche in un’acqua stagnante densa di rifiuti che credo siano la seconda piaga delle città. Tutta la costa africana è incessantemente battuta da una leggera brezza che a giorni spira dall’oceano ed in altri, dalle infinite distese desertiche dell’interno e per questo ovunque si vada, è un continuo svolazzamento di laceri sacchetti marrone scuro, bottiglie ed altri contenitori in plastica che assediano le strade e la spiagge. Questo quadro così come ve l’ho descritto appare poco piacevole ma, dopo qualche giorno, ci si abitua e ben presto si finisce per non notarlo più tanto si è presi dal luogo, dai colori e dalle persone, dai profumi delle spezie e dalla puzza di pesce lasciato essiccare al sole e si finisce per camminarci in mezzo come se fosse una cosa normale.
L’isola dei pescatori è attraversata in tutta la sua lunghezza da un’unica strada principale che si dirama in tanti brevi vicoli che da un lato, da danno sul canale con le barche e dall’altro direttamente sulla spiaggia opposta, verso l’oceano. Le case, addossate l’una all’altra, sono tutte in pessime condizioni e le pareti scrostate lasciano intravedere i colori di un tempo che fù mentre i marciapiedi sono affollati di persone e merci.
A distanza regolare la strada è attraversata da rallentatori dall’altezza veramente esagerata come è esagerato il bordo dei marciapiedi ; in seguito vengo sapere che quei 30 cm servono ad impedire che le macchine invadano quella che anche loro chiamano area pedonale. Guardando la maggior parte delle auto che circolano e come vengono guidate, si capisce subito che quel gradino è l’unica salvezza per i pedoni che comunque attraversano incautamente e all’improvviso.
Cerchiamo un posto adatto per parcheggiare la moto ma dopo diverse soste riteniamo che sia poco sicuro oppure il marciapiede è troppo pieno di cose e persone quindi, procediamo ancora un po’ fino ad arrivare alla fila dei camion del pesce che, occupando quasi completamente la stretta via, ci impediscono di proseguire. Sulla destra c’è un vicolo che sembra entrare in una piazzetta ma, appena girato l’angolo, ci accorgiamo di essere finiti nello spiazzo della fabbrica del ghiaccio anch’esso occupato dai camion. Passiamo a fatica in mezzo mentre sopra le nostre teste, stanno volando cassette di pesce e ghiaccio che i pescatori si lanciano da camion a camion ; per terra, sul fondo di cemento pieno di buche ci sono quattro dita abbondanti di acqua putrescente che mi fanno rimpiangere il fatto di non indossare i miei TCX. I camion hanno delle valvole e quello che ne percola è “succo di pesce” che la compressione del ghiaccio fà scaturire in rivoli nauseabondi che si riversano sul terreno ; anche qui è impossibile fermarci e così torniamo a stento sulla strada principale e ci fermiamo davanti a quella che sembra essere una piccola officina per motori marini ; di fianco c’è un alto muro che nasconde chissà cosa e il marciapiede è sgombero. Ci arrampichiamo là sopra e ancora prima di spegnere il motore, si fanno avanti un paio di ragazzi sorridenti che dicono che si occuperanno delle nostre moto.
Contrattiamo il costo della prestazione mentre uno dei due è già andato a prendere una lunga panca di legno che posiziona di fianco e a protezione delle nostre moto; decidiamo che ci si può fidare e ci allontaniamo con i due seduti a ridere e scherzare.
Lungo il canale, sulla stretta spiaggia, ci sono centinaia di persone affaccendate a scaricare pesce o caricare reti e attrezzature. Il momento è di gran confusione in quanto chi arriva e chi parte per il mare crea una confusione pazzesca e tutti devono trovare il modo di muoversi tra mucchi di vecchie reti abbandonate, piccoli ripari dove in molti vivono e producono carbone di legna per l’affumicatura del pesce, montagne di conchiglioni svuotati e ovunque scarti di pesce tanto che la sabbia sembra essere composta per più della metà da squame. Ci sono anche molte piroghe rotte ed abbandonate che rendono ancora più difficile muoversi in quella confusione dove tutti fanno fatica anche a sentirsi e li costringe ad urlare. Sono tutti così occupati che non ci notano è così abbiamo modo di confonderci tra di loro riuscendo a scattare qualche foto anche se di nascosto. Più in là si sentono i colpi che i maestri d’ascia imprimono sulla travatura principale di una nuova piroga in costruzione mentre poco lontano si alza il fumo denso del catrame in ebollizione che viene utilizzato, insieme alle tele di vecchi pneumatici, per impermeabilizzare il fondo delle imbarcazioni. Le piroghe pronte a partire inneggiano canti propiziatori e gli imbarcati colpiscono a tempo il bordo delle imbarcazioni con pezzi di legno e alcuni con il piatto dei macete rendendo ancor più coreografica la scena ; quelle appena rientrate scaricano dalle loro profonde pance quantità incredibili di enormi pesci la maggior parte dei quali, pur abitando in un posto di mare, non avevo mai ne visto ne conosciuto mentre gli acquirenti dei negozi si azzuffano per accaparrarsi le forniture migliori … E’ davvero uno spettacolo incredibile, difficile da descrivere...




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