Invece di dirigermi verso Alta, scelgo di passare per Karasjok e poi per Lakselv, percorrendo poi la statale che costeggia tutto il lato ovest del Porsangenfjord, strada che per la gioia mia e della moto offre un po’ di curve dopo che 3500 chilometri di rettilineo hanno quasi reso cubiche le gomme.
Il tempo è radicalmente cambiato, è nuvoloso ora e la temperatura è scesa bruscamente di 15-18 gradi. Il pile ed i guanti riscaldati che fin qui hanno occupato solo spazio trovano finalmente il loro perché, ma sinceramente preferisco quasi il freddo, arrivare a Capo Nord in maglietta sarebbe stato veramente scandaloso, inoltre il panorama assume così una vera connotazione artica.
La E6 lungo il Porsangenfjord
Lassù, da qualche parte
Il traffico lungo la strada è sconcertante, gente che va e viene su ogni mezzo spinto da motore o forza muscolare che sia mai stato concepito dalla mente umana. Bus stracarichi di turisti, camper a perdita d’occhio, nugoli di motociclisti, auto con al traino roulotte di ogni fattezza e dimensione, gente in bici, mancano solo bambini sui tricicli e scimmie sul monopattino per completare il circo.
I centauri che incrocio vengono ovviamente in giù e la maggior parte di loro non saluta forse con la sufficienza di chi ha già compiuto l’ ”impresa” mentre io meschino devo ancora completare il cammino salvifico che porta all’illuminazione motociclistica.
Quelli che più impressionano sono comunque i ciclisti, spira infatti un vento teso da nord che ha gioco facile a frenare le biciclette o meglio quelle due ruote che spuntano sotto mucchi di borse e borsette. Quando la strada è poi in salita, l’unica soluzione per questi tragici eroi dal viso trasfigurato nell’immane sforzo è di spingere, spingere a volte anche per chilometri. Ripenso alla volta in cui mi feci Monaco-Milano in mountain bike attraversando le alpi e cerco di moltiplicare la cosa per cento, ma nemmeno così riesco ad immaginarmi cosa stiano passando, né perché lo facciano, tutto quanto si riesce a leggere sui quei volti pare essere solo fatica e sofferenza.
Si avvistano le prime tende dei lapponi, un po’ squallido vedere il tizio che porta dal furgone alla tenda cianfrusaglie che poi verranno rifilate ai turisti.
Venghino, venghino siorrri e siorrre...
Dopo aver superato n-mila camper finalmente raggiungo l’imbocco del tunnel per Nordkapp, che consta di una bella discesa lunga e ripida seguita da una salita dalla pendenza analoga che completa la falcidia di quanti hanno voluto pedalare fino a lì.
Per me si va tra la perduta gente...
Dopo il tunnel si paga dazio, il tizio nella casupola saluta con falsa allegria lanciando un “Hejjj” esagerato che tradotto non significa altro che “ecco un altro gonzo”, ma non posso fare altro che incassare e porgere solerte la carta di credito, dietro infatti c’è una fila consistente di pionieri impazienti di percorrere gli ultimi metri dell’epico viaggio.
Sull'isola
L’isola di Magerøya è assolutamente fedele al suo nome, non c’è niente, tundra all’ennesima potenza e totale assenza di vegetazione escludendo un po’ d’erba che combatte per la sua stessa sopravvivenza.
Tipico panorama dell'isola di Magerøya
La prima preoccupazione è di trovare un capanno per la notte, non mi fermo al primo campeggio che si trova sulla strada ma proseguo fino a Skarsvåg raggiungendo il Kirkeporten Camping, stando al cartello il campeggio più a nord del pianeta.
Inutile andare più a nord, altri campeggi non se ne trovano
La ragazza della reception si dilunga su prezzi di Hytte e stanze cercando di farmi spendere il meno possibile, io vorrei quasi dirle che di alternative in quel posto non è che ce ne siano a bizzeffe e che comunque spenderei qualsiasi cifra pur di non dover dormire fuori sui sassi con temperature prossime allo zero. Dopo essermi aggiudicato il ricovero e fatto una bella doccia (incredibilmente compresa nel prezzo, mi è sembrato dunque doveroso restarci una buona mezz’ora) riprendo la moto verso le tre del pomeriggio per completare il pellegrinaggio.
Già arrivato... Ecco là la Nordkapphallen
Arrivato in vista della casetta adibita alla riscossione dell’ennesima gabella mi viene quasi la tentazione di piantare lì il mezzo e di aggirare a piedi le sanguisughe, il senso civico (o la voglia di fare lo splendido) però prevale e stoico proseguo per sottopormi volontariamente al salasso. La ragazza che riscuote il balzello sorride, il suo non è però il sorriso malizioso rivolto all’allocco, ha più uno sguardo tra il bonario ed il compassionevole come si guarderebbe un bambino che a tutti i costi vuole un certo giocattolo che a noi sembra assolutamente stupido; io per contro la guardo contento di non dover passare tutti i giorni su quell’isola a spennare turisti.
Il parcheggio è già mezzo pieno di camper, non oso immaginare quanta gente ci possa essere la sera, dev’essere peggio di piazza Duomo in occasione di un concerto gratuito.
Comunque poco dopo sono lì, sulla rupe, la favolosa méta è raggiunta! Faccio qualche foto; mi faccio fare qualche foto; compro e spedisco le cartoline di rito (imbucate rigorosamente nell’apposita casella che garantisce che avranno il pregiatissimo sigillo di Nordkapp, al ritorno mia moglie mi mostrerà il timbro pressoché invisibile); prendo pure 3 peluche per le bimbe ad un prezzo tutto sommato più che ragionevole considerando che al ritorno riuscirò pure a farmi rimborsare l’IVA alla frontiera; davanti al “monumento” mi appoggio alla ringhiera osservando il mare di Barents alla ricerca di pensieri profondi, invano. Davanti a me molta acqua, dietro molta strada (ma nemmeno tanta), a destra ed a sinistra turisti infreddoliti. L’unica cosa che forse mi viene in mente è “what a shite”… Ma tant’è, been there done that, potrò pur sempre raccontare davanti ad una birra di esserci stato.
La rupe
L'ardito sotto il globo
Il vero Capo Nord è in realtà il Knivskjelodden, un piccolo promontorio a sinistra della rupe, non ha purtroppo la stessa drammaticità ed è per questo completamente ignorato.
Per raggiungerlo bisogna fare 8 chilometri a piedi, se il tempo fosse stato un pelo più clemente ci sarei andato sicuramente.
Knivskjelodden, il vero Capo Nord
Tornato al parcheggio vedo le corazzate bavaresi di tre tizi italiani non più giovanissimi che pochi minuti prima erano sotto il globo a farsi fotografare con tanto di bandiera stile Amundsen al Polo; due tedeschi le stanno esaminando attentamente e noto che tutte hanno legato dietro qualcosa, un bandana, una roba simile ad uno straccio, addirittura una sciarpa. Certo lo sventolìo degli ammennicoli serve a tenere pulite le targhe, ed i teutonici commentano il sopraffino ingegno italico con coloriti epiteti. Bello che anche quassù si trovino connazionali capaci di farmi sentire orgoglioso d’essere ita
gliano, ma durante tutto il viaggio anche altri compatrioti, chi con una catena piazzata in modo strategico, chi con un opportuno angolo d’inclinazione, chi semplicemente con molto lerciume mai rimosso, sfoggeranno parecchie soluzioni per lo stesso problema.
Il Nordkapphornet (corno di Capo Nord) sullo sfondo