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Mukkista doc
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18 Agosto – Puquio – Cuzco: Cavalchiamo le Ande
La sveglia è fissata molto presto, da Puquio a Cuzco sono più di 400km di curve e passi, ci siamo accordati per trovarci tutti in sella per le sei del mattino. Per fortuna la giornata si preannuncia fantastica fin dal mattino, l’aria è tersa e splende un sole tiepido in un cielo senza una nuvola neanche all’orizzonte. Uscire dal paese non è facilissimo, la mancanza totale di indicazioni ci obbliga a chiedere informazioni ad ogni angolo. I contadini pronti per il mercato ci guardano un po’ straniti, ma alla fine ci riconducono all’asfalto. E che asfalto. Sembra posato da una settimana, la strada piega dolce ad ogni curva e noi con lei. E ricominciamo a salire verso l’altopiano.
Dopo circa mezz’ora ci affacciamo sull’altopiano. Non è come da noi, che quando arrivi in cima, in qualsiasi cima, dall’altra parte vedi sotto e la strada ricomincia a scendere. Qui quando arrivi in cima il paesaggio si spiana in una distesa infinita di gobbe dolci e laghi; e all’orizzonte le vette aspre delle ande. Non c’è nessuna discesa dall’altra parte, almeno per decine e decine di km.
Superato il ciglio che ci introduce sull’altopiano ci fermiamo per ammirare il paesaggio mozzafiato difronte ad una laguna azzurra e piattissima, non tira un alito di vento ma fa un freddo boia. Qualcuno termometrodotato ci informa: 14 sotto zero. 4700 metri di altitudine. A stare fermi si riesce a percepire il tepore del sole, già alto, ma appena risaliti in moto ricominciamo a soffrire. Stringo forte le manopole riscaldate perché se solo sollevassi per un attimo le mani si raffredderebbero. Ogni tanto stendo le gambe a toccare i polpacci sui cilindri. Tutto fa brodo. Attraversiamo piccoli grumi di case di fango, dai quali spunta un po’ di fumo a significare che la gente c’è e aspetta che l’aria si scaldi un po’ prima di uscire ad iniziare la giornata. Che qui significa portare al pascolo lama e alpaca. Non riesco a immaginare altro.
Per fortuna non dura moltissimo, dopo un’altra mezz’ora la strada comincia a scendere di nuovo in un’enorme ferita di pietra nell’altopiano che prelude alle fertili valli sottostanti, e in breve ci troviamo tutti con una tazza di liquidi commestibili caldi in mano. Il paese in cui ci troviamo è qualcosa più di un piccolo grumo di case. Una doppia fila di baracche si stende sui lati della strada per un paio di centinaia di metri. Ha tutto l’aspetto di essere una posta lungo l’infinita strada che attraversa l’altopiano. In tutte le case offrono una tazza calda e pane fresco con uova per pochi spiccioli. Sul ciglio della strada delle persone stanno scuoiando un paio di alpaca appena macellati.
Si ferma anche un pulmann, viaggia con il cofano motore aperto perché nonostante il freddo, l’altitudine e le salite portano il motore allo stremo. Qui la gente è abituata a veder passare molta gente, ma nonostante questo siamo l’attrazione della giornata. Anzi, credo che capiti una volta all’anno di veder passare una mandria di barbudos in sella a motociclette grandi quanto una vacca di quelle che pascolano giù, verso il mare.
Non riesco a descrivervi meglio l’aria che si respira e quello che ci passa in testa qui. Sarà per l’effetto di una bevanda calda, sarà per la certezza che ci stiamo avvicinando a Cuzco, e ormai è alla nostra portata dopo quello che abbiamo passato nelle ultime 48 ore, ma è una delle poche occasioni in cui non sento nessuno dire “andiamo? Si riparte?”…
E comunque si riparte. La strada continua bellissima, il caldo aumenta ad ogni tornante e giunti a fondovalle ci troviamo a guidare su un percorso che corre a lato del fiume, disegnando curve ora larghe ora strette dove cominciamo a limare i pippolini sulla spalla delle gomme. Intorno a noi si ricomincia a vedere del verde intenso, attraversiamo ponti sopra il fiume blu cobalto e la tentazione di fermarsi per una foto è continua. Ma ancora più forte è la tentazione di rimanere in sella per la prossima curva. Sicuramente è il giorno in cui ci stiamo divertendo di più a guidare. E dura tanto, tre, quattro ore, non saprei dire…fino a quando giungiamo ad Abancay, una città nel cuore delle Ande, dove pranziamo.
Riprendiamo il cammino sulla strada che si inerpica verso un nuovo passo tra foreste di eucalipti e villaggi che sembrano usciti da un documentario del Nat.l Geographic. E poi scendiamo di nuovo, e risaliamo. Non si incontra nessuno per strada, la temperatura è perfetta, attorno ai 20 gradi, il sole splende alto. Ad ogni sosta vicino ad una casa, in un villaggio, c’è modo di scambiare quattro chiacchiere. Certo, gli argomenti sono sempre quelli: da dove venite, dove andate, quanto corre la moto, quanto costa. Ma è bello e giusto così. Sono le stesse cose che chiederei io al loro posto.
Mi fermo per pisciare, dopo aver accuratamente scelto il panorama migliore. Raramente capita di pisciare dentro un quadro. Davanti a me ho una valle che man mano che scende si stringe fino ad un profondo canyon. Ai lati, immensi picchi privi di vegetazione. Mi ricordo vagamente un panorama simile al parco Yosemite in California. Ma è tutta un’altra storia. Qui non ci sono frotte di famigliole col camper e bambini obesi, qui non siamo a poche centinaia di chilometri dalle più grandi metropoli del mondo. Qui non arriva il loro puzzo.
Mentre mi godo questi pensieri sento una macchina che si ferma vicino a me. E’ la polizia, mi chiedono se va tutto bene, se ho bisogno di qualcosa, solo per avermi visto fermo al bordo della strada. Riesce a starmi simpatica anche la polizia, da queste parti.
Ci raduniamo tutti per uno degli appuntamenti lungo il percorso. Anche se non c’è modo di sbagliare strada lo facciamo perché ci aiuterebbe nel caso continuassero a verificarsi imprevisti come nei giorni precendenti.
C’è da affrontare l’ultima salita prima di entrare nell’altopiano di cuzco. L’asfalto è sempre perfetto e le curva disegnate col compasso; la tentazione è forte e io e Mascam cediamo. Con i due adventure ci buttiamo a capofitto tra le curve e i tornanti, superandoci a vicenda, grattando le pedane e a volte i cavalletti. Lo sappiamo bene che sono cose che non andrebbero fatte a 10000km da casa ma che volete che vi dica. Noi non viaggiamo col camper, né con bambini obesi.
Sù in alto, sull’altopiano, la vicinanza di Cuzco, una grande città, viene annunciata da numerosi campi coltivati a mais, quinoa, grano. Le baracche globulari lasciano posto a perfette fattorie che immaginiamo abitate da anziane signore con racconti su vicereame e mezzadri sfaticati pronti per essere snocciolati. Ricominciamo a vedere mucche e cavalli dal pelo lucido. Ma è una campagna così diversa dalla nostra…di fili elettrici neanche l’ombra, di trattori nemmeno, la gente lavora i campi ancora con le bestie.
Siamo a Cuzco! Siamo nell’ombelico del mondo. La capitale dell’impero Inca. Siamo al distributore Grifo ad aspettare Atahualpa che ci guiderà al nostro albergo.
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BabboAle ver. 2.0
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