13 Agosto, domenica. Caraz – Parco Naz. Huascaran – Huaraz: sfida al soroche.
Dicono che per prevenire il soroche, o mal di montagna, sia necessario salire gradualmente, e noi ieri siamo passati dal livello del mare a circa 3000 metri, e essere riposati evitando gli sforzi, e noi abbiamo sul groppone la pista del giorno precedente e circa 1500km percorsi in tre giorni. Ma oggi è la prima vera tappa andina del viaggio, ci aspettano le lagune di Llanganuco e una salita vertiginosa fino ai 4800 metri della punta Olimpica. Vuol dire che stasera conteremo i morti. Anche le moto potrebbero soffrire l’altitudine, soprattutto quelle a carburatori. Oggi sarà la prova del nove per ciò che dovremo affrontare in Bolivia tra un paio di settimane.
Al mercato di Yungay ci procuriamo i viveri per il pranzo nel parco. Per quanto vedremo con il proseguire del viaggio posso dire che questo, assieme a quello di Caraz sia l’unico mercato rimasto ancora come ne avevo visti 13 anni fa. Un mercato per la gente che vende prodotti di consumo e non artigianato inutile e appetibile solo ai turisti. Si trova di tutto, frutta, verdura, carni comuni e meno (da queste parti il porcellino d’india è una prelibatezza), kit per strani riti sincretici, coca da masticare e un sacco di vestiti, scarpe, tessuti tradizionali.
La strada diventa sterrata appena usciti dal paese e comincia ad arrampicarsi sul finco di una collina marrone. D’improvviso, dietro ad una curva, quando non te l’aspetti perché sei troppo attento a evitare cani, buche, pietre e cani, eccolo. Il monte Huascaran, il più alto del Perù e secondo del continente offre un riferimento nel panorama che ti obbliga a cambiare scala. La collina sulla quale stavamo salendo diventa poco più di una duna e la strada sembra perdersi dentro un quadretto visto col teleobiettivo. Non crediamo ai nostri occhi, il paesaggio è cambiato di nuovo, succede spesso da un paio di giorni, adesso guidiamo a circa 4000 metri di altezza, in una valle i cui colori vengono amplificati dalla limpidezza dell’aria, attraversando paesini di cui probabilmente nemmeno gli abitanti sanno il nome e si limitano a chiamarli “lì” o “qui”. Qualcuno si azzarda a fare paragoni col paesaggio nepalese. Con me si può fare visto che non sono mai stato in Nepal. Chissà se il Nepal è pieno di cani con tendenze suicide e odio viscerale verso i motociclisti come qui.
Impazziamo, impazziamo letteralmente al primo contatto con le ande vere, non quelle viste da lontano. “Fammi una foto con lo sfondo della montagna”, “Si ma dopo me ne fai una mentre derapo all’uscita di curva davanti al ghiacciaio”. Solo la voglia di vedere cosa può aspettarci lassù in cima, dove si intuisce che la pista tende a spianare nella valle incastrata tra le montagne, riesce a farci rimontare in sella per percorrere più di 200 metri.
E lassù ci arriviamo, finalmente. Lo spettacolo, se possibile, è ancora più impressionante del primo sguardo sull’immensa montagna. Siamo in una valle evidentemente glaciale, un profilo a U perfetto, e alla base sembrano come adagiate da qualcuno che può due piccole lagune, una turchese l’altra blu oltremare. Dicono che siano generate dalle lacrime di una principessa. Doveva essere bellissima se solo le sue lacrime sono state in grado di generare una posto così strepitoso.
E’ l’ora di pranzo e ci sistemiamo sui prati ai bordi delle lagune di Llanganuco per consumare il nostro spuntino precolombiano con le nostre stoviglie in titanio. Oddio, le mie no. Un gruppo di domingueros (qui si chiamano così i villeggianti della domenica) peruviani ne approfitta per farsi fotografare sulle nostre moto. Mascam quasi ne approfitta per sposarsi.
Ingollato l’ultimo boccone con la smania di continuare a salire verso il cielo siamo pronti a ripartire. Ma i primi sintomi del soroche si fanno sentire nel gruppo. In tre o quattro decidono di aspettarci al campo base, Mascam sale, nonostante la nausea aumenti assieme al mal di testa.
Il gruppo diventa una lunga fila allungata sui tornanti infiniti della pista. Alzo la testa e vedo moto a centinaia di metri sopra di me, su una parete incredibimente ripida, sulla quale la strada si arrampica solo grazie a un tornante dopo l’altro. Alla fine saranno una sessantina in dieci kilometri. Sono rimasto solo con Claudio, lui ha la helmet cam sul casco e io me la godo a guidare in piedi davanti a lui, un po’ per scena, un po’ per reale necessità. Purtroppo incrociamo presto Mascam vinto dalla nausea, sta tornando indietro per riprendersi al sole dei pratoni.
Più continuiamo a salire e più aumenta il fiatone; certo, manca l’ossigeno, ma il respiro è rotto anche dalla fatica di guidare, dalla concentrazione per non commettere errori e soprattutto dall’emozione di avvicinarsi sempre di più al cielo, mentre il GPS è in continuo aggiornamento della componente verticale. 4500…iniziano i tornanti che scalano 20 metri su un raggio di 20 metri. 4600…..ci affacciamo su un terrazzo naturale da dove le lagune le vediamo piccole piccole. 4700…le lagune diventano sempre più piccole sotto di noi, ma non più distanti; quanto cavolo è ripida questa parete? In effetti più saliamo più la strada sembra un elemento estraneo al paesaggio, una strada di corda aggrappata alla parete. Dal passo, poco oltre i 4800 metri ci rendiamo conto dell’assurdità di questa strada, giustificata da qualche migliaio di anime che vive al di là della montagna. In Italia non ho visto mai nulla del genere, forse il mortirolo o il gavia, ma sterrati.
La discesa è più difficile della salita, con la paura che i 400kg che sto guidando mi sfuggano dal controllo proprio in mezzo ad un tornante o dove la strada è più ripida. Ma alla fine arriviamo tutti giù e alle lagune ci aspetta la sorpresa di Luca che ci ha raggiunto con la sua moto risaldata e perfettamente funzionante.
Ridiscendere verso Yungay è invece uno spasso. Con la luce calda che precede il tramonto, attenti ad ogni minimo spostamento di peso tra una pedana e l’altra ci tuffiamo un po’ troppo di corsa giù per curve e tornanti. Io rischio di centrare un autobus, blocco il posteriore in piedi, mi intraverso e solo alla fine vedo aprirsi uno spazio tra la fiancata e il fosso. Ci passo. Penso a Gael che è proprio dietro a me ma basta agganciare con la coda dell’occhio lo specchietto per accorgermi che è passato pure lui. Ragazzi state attenti, in posti così belli, insoliti e poco frequentati è facile farsi prendere la mano dal gas, ma si rischia molto.
In fondo alla discesa, su un lastrone di cemento, Luca si rende conto di quanto poco ci vuole a passare da una perfetta aderenza sui tasselli ad un’imperfetta aderenza sulla fiancata. Nessun danno e qualche graffio (alle valigie prestate da Claudio).
Rinuciamo alle terme perché stanchi, qualcuno di più a causa del soroche, e poi mancano ancora una sessantina di km a Huaraz. Anche oggi (quanto mi odia il mio gruppo?) arriviamo al buio. Ma entusiasti per la giornata vissuta e rinfrancati dalla vista dell’hotel, decisamente il migliore fino ad adesso e praticamente occupato solo da noi. La notizia buona è che nessuno è particolarmente predisposto a soffrire il soroche, si sono ripresi tutti. Quella cattiva è che la moto di Luca, il Pegaso, è l’unica che oltre i 4000 metri proprio non va, piscia benzina dallo scarico senza riuscire a bruciarla. Sulla salita della punta olimpica sembrava uno ciao, tant’è che a metà ha dovuto fare dietrofront. Questo è un problema da risolvere prima di arrivare in Bolivia.
Finalmente siamo sulle Ande, non smettiamo di dircelo. E ce ne accorgiamo a cena, quando il menu cambia radicalmente rispetto ai giorni precedenti e appena ci sediamo, puntuale come un orologio, si affaccia un musicista che ci propone il repertorio classico andino. Mi sento un po’ come un russo che gode a sentir cantare “O’ sole mio” in una trattoria comasca mentre mangia amatriciana, ma va bene così.