GIORNO 05 – 27 APRILE 2025
Nefta - Douz (242 km in moto)
Tanto tuonò che (non) piovve… La pioggerellina di ieri sera è durata poco, tanto che nella notte è tornato sereno. Questa mattina, infatti, non si vede una nuvola e la giornata è calda e splendida. La piscina dell’hotel sarebbe anche invitante, ma ahimé abbiamo altri propositi per la giornata.
A proposito… il mio Arai SZ-R ha dato forfait: i supporti della visiera, che già avevano dato l’altro ieri segni di cedimento, sono andati irrimediabilmente a farsi benedire. Non c’è più nulla da fare, peccato. Dopo 22 anni di onorato servizio è ora di buttare il casco nel cassonetto. Ma lo farò al rientro, perché ora mi serve.
Prima di partire facciamo un rapido consulto.
L’idea era quella di andare a Douz per il
percorso classico, quello che segue la quasi totalità della gente, ossia attraversare il Chott-el-Jerid, il più vasto lago salato della Tunisia, situato tra Tozeur (a nord) e Douz (a sud): 5000 chilometri quadrati, non di acqua ma di cristalli di sale poggianti su un fondo sabbioso ed argilloso.
Lungo la strada, sempre asfaltata, alcune deviazioni rendono interessante il trasferimento: il canyon di
Sidi Bouhlel, il famoso e inflazionato
autobus abbandonato e le strane conformazioni di
Debebcha. La tappa è lunga 161 km (comprese le deviazioni) e praticamente taglia in diagonale (da nord-ovest a sud-est) il lago.
Queste sono alcune immagini delle località suindicate.
Tuttavia, ci viene suggerito di circumnavigare il lago da ovest e da sud, con un percorso più lungo e isolato, in parte a ridosso (poche decine di metri) del confine algerino. A sud il lago, ci dicono, è molto più suggestivo e sicuramente meno inflazionato dai turisti che si accalcano per la foto ricordo sull’autobus abbandonato.
Optiamo per questa
alternativa soluzione (sulla mappa sopra sono indicate entrambe), perché ci piace imbucarci dove non va nessuno, ma prima dobbiamo tornare a Mos Espa, perché ieri sera, come ho raccontato, siamo arrivati che ormai era buio.
Bene, partiamo belli ringalluzziti. Nefta si è appena svegliata. In giro ci sono solo cavalli e motorini. Traffico praticamente zero.
Facciamo anche benzina, così per tutta la giornata saremo a posto: Ola Energy, una garanzia.
La strada per Mos Espa parte bella tranquilla. Ieri sera era piena di sabbia. Un cartello ci avverte che potrebbe esserlo ancora.
Manco a dirlo, poco più avanti la troviamo infatti nelle stesse condizioni di ieri. Dopo le tempeste di sabbia di eri pomeriggio, la notte il vento si è calmato, per cui la situazione è questa. Niente di trascendentale, intendiamoci, però mi do del deficiente da solo se penso a che velocità ci ho guidato su al buio pesto.
Tutt’intorno è una distesa di basse dune mollicce. Non resistiamo e ci infiliamo dentro, anche se le nostre velleità, inesperti quali siamo, si calmano da sole dopo pochi metri. Il sabbione non è per nulla facile da guidare. Ora lo sappiamo.
Voliamo bassi e restiamo sull’asfalto, che tanto è già abbastanza insabbiato di suo. Proseguiamo quindi verso Mos Espa a orecchie basse.
Ad un certo punto, non so per quale preciso motivo, ci fermiamo per cambiare outfit. Puta caso abbiamo con noi le tute protettive, che abbiamo sperimentato alla discarica di Redeyf. Perché lasciarle nelle borse a prender polvere? Detto fatto: eccoci pronti per la festa.
Nefta, da queste parti, la scrivono un po’ come gli pare. Fatto sta che il tredicesimo chilometro ce lo ricorderemo per un bel pezzo.
In realtà, il motivo ci sarebbe. Ieri sera, di passaggio, abbiamo visto che gli
“operatori turistici” a Mos Espa, ti intercettano da lontano, ti vengono incontro di corsa con i dromedari, insistono allo sfinimento per farti fare un giro, non ti mollano un attimo, ti seguono ad ogni tuo movimento, insomma diventano la tua assillante ombra.
Proviamo a vedere se, dicendogli che siamo contaminati, restano a distanza? Proviamo… così per ridere, s’intende.
All’arrivo a
Mos Espa, come da copione, veniamo avvistati da lontano dai cammellieri che ci corrono incontro a gran velocità con i dromedari al galoppo sfrenato. Sopraggiungono a frotte, ci circondano, fanno a gara a chi arriva prima. Con la moto non ci fermiamo e facciamo ampi giri circolari. Questi poveretti, nel mezzo, non sanno più che direzione prendere per bloccarci.
Alla fine del carosello decidiamo di fermarci e, di botto, si fermano pure dromedari e rispettivi autisti. Praticamente inchiodano, restano a distanza, non si avvicinano, non capiscono. Sono titubanti. Probabilmente non hanno mai visto la scientifica da queste parti…
Entriamo nel villaggio (che in realtà è quel che resta della scenografia di Guerre Stellari). Tutti si tengono a distanza. Non ci par vero…
Poi, pian piano, qualcuno si rende conto che siamo umani, prende coraggio e si avvicina. Iniziano le trattative per il giro in dromedario, che però non abbiano nessuna intenzione di fare.
Partono variopinte discussioni. Teniamo botta. E’ stata dura, ma alla fine abbiamo la meglio. Si arrendono. Mollano l’osso. Non c’è storia con la scientifica del RIS. Si rifaranno sui prossimi visitatori…
Esausti e sfiniti, i cammellieri, ritrovano pace e ombra sotto i loro quadrupedi.
L’unico che non ci teme è questo bambino che si avvicina curioso e ci fa accarezzare, orgoglioso, il suo cagnolino.
Anche un piccolo dromedario cerca il contatto. Ma lui è avvantaggiato, perché non deve portare in groppa i turisti.
Mos Espa è circondata da dune, anche piuttosto alte, sulle quali pascolano dromedari e fuoristrada. E’ tutto un su e giù e un avanti e indietro. Sembra un parco giochi.
Decidiamo di dare un’occhiata in giro. La sabbia è chiarissima e soffice. Cammellieri a parte, il contesto è davvero molto bello. Guidando contro vento, le tute si gonfiano come palloni. Praticamente siamo dentro un airbag.
E’ venuta l’ora di lasciare questo luogo stra turistico, non prima di aver fatto vista, però, agli ultimi dromedari al pascolo, di non so di che cosa, dato che c’è solo sabbia.
Sulla strada di ritorno a Nefta, e per puro culo, ritroviamo la leva rotta la sera prima. Ago nel pagliaio o leva nel deserto, praticamente è uguale.
Quasi in prossimità del paese, alcuni bambini ci vengono incontro per catturare forse il loro
“gimme five” quotidiano. Capita spesso nei viaggi fuori dall’Europa. E’ una consuetudine diffusa e ricorrente, che regala un flash, un istantaneo contatto, per noi sempre gradito.
A Nefta ci fermiamo per chiedere informazioni sulla strada che costeggia il confine algerino. Ci viene detto che si può passare tranquillamente. Due bambine vengono a comperarsi una coca-cola. Ci sorridono curiose, ma hanno vergogna e si allontanano subito.
La strada verso il
confine algerino, scorre piana costeggiando la parte settentrionale del Chott-el-Jerid. I villaggi si diradano e riducono di dimensioni. Oltre una distesa di palme si vede solo sabbia dove scorrazzano indisturbati e liberi i dromedari.
Troviamo anche uno spacciatore di benzina, dicono che sia quella algerina di contrabbando. Noi però siamo a posto e proseguiamo diritti verso il posto di frontiera di
Hazoua.
Qui un soldato ci ferma. Spieghiamo che non intendiamo oltrepassare il confine. Se abbiamo compreso bene, servirebbe comunque il visto e non so quali altre scartoffie. Chissà un giorno, forse, passeremo di là. Il posto di frontiera è scarsamente movimentato. Qualche macchina, rada e rara, nulla di più.
Fino a qui abbiamo guidato in direzione ovest-sud-ovest. Ora dobbiamo piegare decisamente a sud. Intercettiamo la strada giusta, non visibilissima all’inizio, ma poi ben chiara, anche perché c’è solo quella.
L’asfalto corre proprio parallelo al confine, che è recintato con filo spinato da cima a fondo. Non un semplice filo, ma spirali ingarbugliate previste per evitare sfondamenti da parte di non so chi.
Giusto per essere sicuri che qualcuno, con fuoristrada cazzuti, non decida di entrare abusivamente, è stato scavato, oltre il confine, dal lato algerino, un
fosso largo e profondo, parallelo al filo spinato, davvero impossibile da oltrepassare. Non so come abbiano fatto a scavare un fosso lungo 50 km nella sabbia, e soprattutto come facciano a mantenerlo dato che la sabbia, si sa, con il vento si sposta e riempie i buchi.
Non c’è molto da fare su questa strada diritta come un fuso, se non prestare attenzione ai dromedari che, come avverte il cartello, attraversano senza criterio proprio quando non dovrebbero.
L’unico passatempo che ci prendiamo è quello di andare a rompere le balle proprio ai dromedari. Ogni tanto usciamo dal rettifilo e ci lanciamo al loro inseguimento tra la sabbia. Comunque è una battaglia persa in partenza: sono indubbiamente più veloci.
Per 50 km non esiste nulla, ma proprio nulla, niente di niente, lo zero assoluto proprio. Poi all’improvviso appare, come d’incanto, il minuscolo villaggio di
Matrouha, proprio nel punto in cui la strada abbandona il confine algerino e piega in direzione est, verso l’interno tunisino.
Il villaggio è sorto attorno a piantagioni di datteri, che dall’alto appaiono come rettangoli squadrati tra la sabbia. Evidentemente c’è il clima giusto, o forse c’è qualche pozzo d’acqua, fatto sta che la zona sembra vocata e parrebbe che abbiamo dato una mano anche noi italiani.
La strada è per lo più trafficata (si fa per dire) da gente locale che va avanti e indietro da un palmeto all’altro. Probabilmente sono i lavoranti stagionali, dato che il villaggio sembra più un dormitorio, con baracche sgangherate, piuttosto che un paese vero e proprio.
Diciamo che siamo in una parte della Tunisia, completamente disertata dal turismo: forse è per questo che quando gli autoctoni ci vedono, ci guardano quasi con sospettosa diffidenza che mai abbiamo trovato altrove. Insomma, tutta un'altra storia rispetto alla scientifica a Mos Espa.
Da Matrouha ci spariamo altri 80 km di nulla. Incontriamo solo un unico pick-up che trasporta i lavoratori dei palmeti: questo.
Povera gente, che farà sicuramente una vita dura per pochi dinari. Certamente con una famiglia da mantenere. Bisognerebbe riflettere qualche volta, sulla privilegiata condizione in cui noi Europei e Italiani viviamo. Troppe volte diamo troppe cose per scontate…
Ma dove sarà il lago salato? Non vediamo acqua, né paludi, né qualcosa che possa assomigliargli. In effetti il lago c’è, ma è secco incendiato, praticamente asciutto… ma non del tutto.
Alla nostra sinistra si stende una pianura perfettamente a livello, liscia, orizzontale, praticamente in bolla, di cui non si intravede la fine: questo è il
Chott-el Jerid, o meglio il margine meridionale della vasta depressione salata.
In pochissimi lo vedono da questa parte, semplicemente perché non vengono fin quaggiù in mezzo a una beata fava, ma è un peccato mortale perché in effetti è bellissimo.
Ci infiliamo dentro, convinti di guidare su fondo duro. Invece no, perché è pur sempre un lago, anche se secco. La
crosta è croccante, in effetti, ma appena sotto è molliccia, quel tanto da sprofondare appena, senza conseguenze. E’ un po’ come guidare sul burro, si scivolicchia, ma a gas spalancato si viaggia che è una meraviglia.
Ragazzi, qua il divertimento è assicurato. Oltretutto sullo sfondo ci sono delle strane elevazioni rocciose che raggiungiamo. Il tutto assembla una scenografia perfetta. Chi ci ha consigliato di venire fin qui aveva ragione.
Facciamo i cretini. Ci diamo dentro. E’ facile. La melmetta disegna le nostre piroette.
Abbiamo notato che più ci addentriamo all’interno del lago, più il fondo diventa molliccio. Forse più avanti si sprofonda di brutto. Restiamo prudenti e non ci avventuriamo troppo oltre. Lo spazio a disposizione è comunque smisurato, oltre ogni immaginazione.
Tra una cosa e l’altra restiamo più di un’ora. Non vorremo più uscire. Davvero bello, molto bello. Se avete occasione passate da queste parti.
Bene. Riprendiamo la marcia, tornando sull’asfalto. Poco più avanti, veramente ad un passo da dove abbiamo appena fatto i pirla, l’acqua c’è. Eccome se c’è. Forse c’era anche sotto alla crosta su cui abbiamo guidato. Vabbè ormai è fatta: Douz ci attende.
A
Bechni, un minuscolo e ridente paesello, ci fermiamo a bere qualcosa. La vita ruota tutta attorno a una piccola bottega. C’è chi si riposa seduto sul marciapiede che non c’è. Altri passeggiano. Altri ancora fanno affari sotto il vigile controllo della sindaca del paese.
Il ritmo, diciamo, è lento e rilassato. L’ansia da queste parti non sanno neanche come si scrive. A volte ci sarebbe da imparare…
Siamo in dirittura d’arrivo. Douz è a una manciata di chilometri. Non troviamo poi chissà quale traffico. La
“porta del deserto” è praticamente
deserta.
Ci dirigiamo nella zona degli alberghi, che si trova defilata rispetto al centro. Qui praticamente ci sono tutti i grandi hotel destinati ai turisti occidentali. Uno dietro l’altro, dalle forme più bizzarre e talvolta pure pacchiane, tipo il nostro: il
Sahara Douz.
Ci sembra tutto esagerato, costruito a dimensione di turista esigente. Cancello grande, parcheggio grande, hall immensa, ristorante pure. Insomma un po’ troppo sovradimensionato per i nostri gusti. Il bancone della reception è lungo come un campo da bocce. Tutti sono gentili, premurosi, forse troppo.
Diamo un’occhiata al parco auto parcheggiato fuori. E’ tutta una processione di possenti fuoristrada che hanno portato o porteranno domani sulle dune turisti
avventurosi che cercano
l’avventura senza fatica,
all inclusive. Ci sentiamo dei disperati fuori luogo, noi che l’avventura vorremmo farla con le nostre forze e non farcela fare senza faticare. Due mondi diversi. Non critico, ma osservo.
Prendiamo un taxi che ci porta, su consiglio del receptionist, al
Restaurant Les Palmiers. Un posto gettonato e decisamente turistico (tanto per restare in tema), ma al contempo un tempio delle avventure sahariane, quelle vere, come dimostrato da chi qui ci è passato.
Tornando in hotel vediamo due baracchini che vendono bibite e snack. Ci fermeremo domani dato che è di strada. Le moto hanno il pieno, ma serpeggia tra di noi una certa tensione.
Domani vorremmo andare a Ksar Ghilane (non dalla pipeline, l’avrete capito). Siamo venuti fin qui proprio per questo, ma abbiamo una marea di incertezze.
Saremo in grado? Ce la faremo? Dormiamo poco e male, forse anche a causa delle calze che qualcuno di noi non si cambia da cinque giorni. Domani sarà quel che sarà… Buonanotte.