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Vecchio Ieri, 21:18   #14
Massimo
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GIORNO 04 – 26 APRILE 2025
Gafsa - Nefta (223 km in moto, di cui 44 km sterrati)




Oggi inizia il tour vero e proprio, con il primo assaggio di sabbia. Ma andiamo con ordine.

Lasciamo Gafsa di buon mattino. La cittadina non è affatto bella e nei dintorni ci sono rifiuti e discariche sparse un po’ ovunque. Questa cosa non fa onore a questo paese, a dirla tutta, ma tant’è.





Incontriamo mezzi di trasporto tra i più disparati e improvvisati, i tricicli tipo “apecar” vanno per la maggiore.



Poco fuori Gafsa in direzione ovest, intercettiamo la linea ferroviaria per Tozeur, che ne costituisce il capolinea.

Durante tutto l’anno, c’è una sola corsa ordinaria che, da Tunisi, va a Tozeur e un’altra corsa che fa la tratta inversa. Dalle notizie apparse lo scorso autunno (2025) su internet, parrebbe che sia stata recentemente ripristinata anche la corsa turistica, su treno a vapore – Le Lézard Rouge (la lucertola rossa) – sull’ultimo tratto da Métlaoui a Tozeur: la mitica stazione in mattoncini rossi di Tozeur, praticamente serve per due sole corse al giorno.

La linea, a scartamento ridotto, scorre proprio parallela alla nostra sinistra. Nessun treno, ovviamente, in transito. Decidiamo di farci un salto… letteralmente.







Tira un po’ di vento e anche i cespugli prendono il volo.



Ci separano una cinquantina di chilometri da Métlaoui, l’ultimo centro abitato prima di avventurarci tra le montagne di questa zona, dove serpeggia nascosta la storica Rommelstrasse, quella originale.

La strada, sempre asfaltata, scorre placida verso ovest. Il traffico è praticamente inesistente. All’orizzonte si stagliano le montagne che tra poco attraverseremo.









A Métlaoui, facciamo benzina e osserviamo il traffico agreste; anche qui i tricicli vanno per la maggiore.





Veniamo fermati da un gruppo di autoctoni, che parlano perfettamente italiano. Sono stati a lavorare una quindicina d’anni in Italia e poi sono tornati, per varie ragioni, a casa. Hanno conservato un rapporto di gratitudine con il nostro paese e, riguardo ai maranza di cui hanno sentito parlare, ci spiegano sorridendo perché in Tunisia non esistono proprio.

E’ un’opzione qui non consentita, a sentir loro. E si dilungano insegnandoci tutta una serie di sistemi, poco ortodossi, diciamo, per smantellare il problema. Non immaginavo che gli stessi tunisini fossero così intolleranti verso chi non rispetta le regole.







Salutiamo i nostri amici, tutori dell’ordine, e proseguiamo verso ovest alla ricerca dell’inizio della Rommel.

Scompaiono completamente i villaggi e, quindi, non comprendiamo dove vadano, per di più a piedi, le poche persone che incontriamo, come ad esempio questa famiglia.



Più avanti quale capra e qualche altro incontro casuale. Poi un fiume e altri rettilinei in mezzo al nulla.











Dopo una trentina di piatti chilometri da Métlaoui, troviamo infine il punto preciso dove attacca, da sud, la Rommelstrasse: ossia questo.



La Rommelstrasse (o Pista Rommel) è innanzitutto un’opera storica, al pari delle varie strade militari, costruite durante la Grande Guerra e ancor oggi conservate e tutelate, come la strada dello Jafferau in Piemonte o la Strada delle Gallerie sul Pasubio e moltissime altre sull’arco alpino.

Fu fatta costruire dal generale tedesco Erwin Rommel durante la Campagna d’Africa (1941-1943), allorchè l’esercito tedesco venne in soccorso di quello italiano, che si trovava in forti difficoltà contro le truppe alleate.

La costruzione serviva per esigenze tattiche, soprattutto per spostare velocemente, e in sicurezza, le truppe corazzate tedesche dell’Afrika Korps lungo il fronte tra Redeyef e Tozeur. E’ stata utilizzata fino alla sconfitta italo-tedesca, avvenuta nel 1943.

La Pista Rommel è appunto questo leggendario e storico percorso, e pensare di mettere le ruote proprio dove ottant’anni fa giravano i cingoli dei panzer tedeschi, ci sembra una buona idea.

Prima di proseguire oltre, richiamo la vostra attenzione alla mappa sottostante.



A destra è segnato il percorso (in parte cementato e in parte sterrato) della via originale di 13 km della famosa pista. A sinistra è segnato il percorso (tutto asfaltato) di 12 km di quella che viene impropriamente chiamata “nuova Rommel”. Entrambe si congiungono parallelamente a Redeyef a nord.

Tuttavia la via storica, e meritatamente famosa, è quella di destra. Quella di sinistra, che nulla ha a che vedere con le vicende belliche (in quanto all’epoca neppure esisteva) è più recente e l’appellativo affibbiatole è del tutto fuori luogo. Rimane peraltro una strada bellissima, tra le più scenografiche che potete incontrare in Tunisia e, se avete tempo, sarebbe un peccato perderla.

A tal riguardo, nella mappa sottostante, vi illustro come sia possibile percorrere entrambe le strade provenendo da est (Gafsa) lungo la tappa che vi porterà alle Oasi di Montagna e a Tozeur.



Noi abbiamo seguito la prima opzione (solo la Rommel vera e propria). La seconda opzione consente di abbinarle entrambe con una maggior lunghezza di 38 km. Se avete la possibilità, scegliete questa seconda opzione.

Bene, ora che abbiamo chiarito la questione, siamo pronti ad immetterci in questo breve ma stupendo percorso di montagna.

Il primo tratto si svolge nell’arida pianura semidesertica fino ad una moschea isolata nel bel mezzo del nulla.
Sullo sfondo, verso sud, un cordone di palme aiuta a decifrare l’orizzonte che si perde a vista d’occhio.





Inizia ora la salita, costante e mai eccessiva (perché ci dovevano un tempo passare i carri armati). Per un pò la piana desertica a sud sarà ancora visibile.









Poco dopo la strada, da qui in avanti nascosta alla vista, serpeggia in una gola. Entriamo in un'altra dimensione, decisamente protetta.

I tratti cementati (non so se siano ancora quelli originali) si alternano a tratti sterrati, ma sempre facili e adatti anche agli inesperti.







I caschi qui ci sembrano fuori luogo, così come le giacche da moto. Decidiamo per un cambio d’abito improvvisato, anche per poter inaugurare gli occhiali cinesi che ci siamo procurati per essere in sintonia con il contesto.



Il percorso diviene così, quasi involontariamente, il set ideale per un cazzeggio fotografico che difficilmente potremmo replicare altrove. Siamo de deficienti, lo so, e ce lo diciamo da soli.









Il contesto peraltro ci piace molto. In una manciata di chilometri siamo entrati in un mondo a parte, inimmaginabile alla partenza.







Così tra un cazzeggio e l’altro, che ci terrà occupati per quasi tre ore, arriviamo alla sommità della salita, circa 600 metri più in alto. Riappare la vista del deserto a sud, disseminato di oasi.









C’è giusto il tempo di qualche divagazione sterrata facoltativa, così possiamo dire di non esserci fatti mancare nulla.







La discesa a nord, verso Redeyf è breve. Nell’aria iniziamo a percepire una certa puzza diffusa. Sappiamo che esiste una discarica e che molti l’hanno descritta come uno sgradevole epilogo di questa bella strada. Quasi tutti hanno sempre tirato diritto senza ovviamente soffermarsi, come è logico che sia.

Noi invece, decidiamo di andare a vederla, dato che, previdenti a bestia quali siamo, abbiamo, guarda caso, idonea attrezzatura protettiva. Così, deviando a sinistra dal percorso principale, ci entriamo proprio dentro.









Ecco, ora sappiamo come gira la gestione dei rifiuti (forse anche i nostri) da queste parti. E le foto che avete appena visto potrebbero essere una delle rare testimonianze della discarica di Redeyf.

Arrivati in paese, facciamo una piccola sosta in un baretto. Quindi ci immettiamo verso ovest, su buon asfalto, alla volta delle Oasi di Montagna, che sono una tappa quasi obbligata di qualsiasi giro in Tunisia.

La prima che incontriamo è Mides. Appena arrivati ci viene incontro Aziz, che questa volta non è un barbiere, ma una guida autorizzata. Per pochi euro si propone di accompagnarci e di garantirci il parcheggio sicuro per le moto.



Ci incamminiamo per quel che rimane dell’antico villaggio sospeso sopra la famosa gola. Antico, mica tanto perché fu abbandonato solo nel 1969 a seguito di devastanti inondazioni mortali.

Dopo una breve passeggiata arriviamo proprio sopra la gola, che è davvero scenografica. Il greto del torrente scorre qualche centinaio di metri più in basso, incastonato tra le pareti.









In lontananza, dall’altra parte del vertiginoso solco, vediamo alcune moto che seguono un motorino sgangherato. Chiediamo ad Aziz se sa qualcosa riguardo al capocomitiva.





Aziz ci spiega che è suo cugino, Farouk. Sì, proprio quel famoso Faourk che si offre di accompagnare i malcapitati motociclisti lungo percorsi che dice di conoscere solo lui, per vedere da angolazioni inusuali le Oasi di Mides e Tamerza.

Avevo visto su internet i filmati di alcuni dei suoi clienti, che hanno dovuto faticare non poco al momento del pagamento del servizio, dato che il prezzo quasi mai viene pattuito prima. Aziz mi spiega che Farouk è già attenzionato dalle autorità locali perché il suo atteggiamento truffaldino danneggia le guide serie e oneste, ma indubbiamente le sue abilità nel convincere i turisti in moto a farsi guidare da lui e, soprattutto, poi i suoi metodi per farsi pagare quel che chiede, sono indubbiamente efficaci.

Aziz mi dice che ai più tordi è riuscito ad estorcere anche 120 euro per mezz’ora di giro. Robe da matti.

Il mio consiglio è di evitarlo come la peste, perché vi porta dentro il canyon quando invece la vista migliore la si può avere gratis dall’alto.

Aziz ci fa anche notare un’altra cosa: siamo a uno sputo dal confine Algerino e ci indica pure la caserma che sta dall’altra parte della linea e che è davvero vicinissima.





Salutiamo Aziz e ci mettiamo in marcia verso la vicina Oasi di Tamerza, completamente differente.

Entriamo nell’omonimo villaggio che giace sonnacchioso a margine della strada. Vogliamo parcheggiare il più vicino possibile alla famosa cascata e così ci infiliamo per una serie di vicoli, sempre più stretti, fino ad una rampa finale in discesa.



Li ci attende un personaggio, credo si chiamasse Aziz pure lui, che si offre di guardarci le moto per qualche dinaro. Mah… vediamo se riusciamo ad andare avanti. Scendiamo per la rampa, cementata e ripidissima fino a un ponticello, dove però veniamo bloccati senza tante storie dall’ennesimo Aziz. E per fortuna, perché una mancia di metri più avanti iniziavano le strette scale per la discesa alla cascata e non saremmo più stati in grado di girarci.



Dietro front quindi dal guardiano volenteroso che paghiamo altrettanto volentieri.

La cascata è un po’ scarsa d’acqua in questo periodo ed inoltre è veramente bassa di statura.



La gente de luogo viene qui a fare il bagno in cerca di refrigerio. Una nonna sorveglia i nipotini, mentre alcune ragazze si bagnano i piedi, praticamente l’unica parte scoperta a disposizione.







E noi che facciamo? Stiamo a guardare? Non sia mai…



La strada verso la terza ed ultima oasi in programma cala dalle montagne verso la grande depressione salata del Chott el Jerid. Guidiamo belli rilassati e rifrescati.







Ci viene voglia di succo di palma. Detto fatto, senza neanche sforzarci di tradurre…



Arriviamo al parcheggio dell’Oasi di Chebika, dove un altro Aziz, anch’egli guida turistica accreditata, si offre di accompagnarci.



Ci fa fare un ampio giro che, prima, passa dal villaggio abbandonato sulla collina e, poi, scende nel solco dove incassata giace l’oasi.









Apprezziamo il fatto che Aziz, lungo il percorso, dà l’esempio raccogliendo i rifiuti abbandonati dai turisti. Ammirevole davvero. Bravo.



L’oasi si è formata a valle di un torrentello che sgorga dalle rocce. L’ambiente è suggestivo e invaso dai turisti, ma vale la pena visitarlo. I passaggi sono talvolta stretti e la bellezza del luogo è scontata. Se passate da queste parti, fermatevi.









Bene. Ora ci attende, nel rush finale di questa giornata, la prima esperienza sabbiosa. Abbiamo perso una montagna di tempo a fotografare sulla Rommel e siamo parecchio in ritardo. Sono le sei e mezza di sera e dobbiamo affrontare i 30 km che ci separano, su piste, da Mos Espa. Il tempo, oltre tutto, non sembra promettere bene.

Guidiamo sull’ultima manciata di asfalto rimasta, stando bene attenti ad intercettare il punto esatto in cui dobbiamo prendere la pista che abbiamo in mente. Il deserto qui è secco incendiato, praticamente piastrellato.







Non abbiamo la benché minima idea di cosa voglia dire guidare sulla sabbia e siamo un po’ in apprensione.

Recentemente è stata asfaltata la strada che da Nefta (ad ovest di Tozeur) porta a Mos Espa, per cui la difficoltà là è pari a zero. Noi, però, vogliamo arrivarci da est e l’unica via è la pista che si stacca dalla strada asfaltata che dalle Oasi di Montagna (a nord) porta Tozeur (a sud).

Questo tratto, seppur generalmente facile e piuttosto compatto, non è poi che sia affrontato da chissà quale moltitudine di motociclisti. Anzi. Non so spiegare il motivo, fatto sta che non incontreremo nessuno, forse complice anche l’ora tarda.

Il primo tratto di 15 km, direzione est-ovest, ci porterà fino al Kingdom of Fire, una scenografia utilizzata per le riprese dell’omonima serie televisiva, credo non distribuita in Italia.

La pista, sempre visibile, è battuta e compatta. Certo non mancano tratti un po’ più sabbiosi, ma si guida con facilità. Non ha piovuto e questo aiuta parecchio. Ho visto video di gente che si è trovata bloccata per il fango, ma non è il nostro caso.

Nelle condizioni in cui abbiamo trovato la pista, posso confermare che è alla portata di chiunque, anche con pneumatici stradali. Alla peggio si torna indietro.











Il tempo non promette niente di buono: le nuvole sono scure e inizia a tirare vento, sempre più forte, che da queste parte credo di chiami tempesta di sabbia.







Per raggiungere la scenografia bisogna scavalcare un elementare cordone di sabbia. Niente di che intendiamoci. Il posto ci piace perché sostanzialmente è in mezzo a una beata fava.







Giusto il tempo di una foto ricordo e ripartiamo perché è veramente tardi. Si alza ulteriormente il vento e ci infiliamo dietro ad un convoglio di jeep, che in breve perdiamo di vista.





Il secondo tratto di 8 km ci porterà a Ong Jmal. La pista continua abbastanza comoda, anche se leggermente più insabbiata a causa del vento che si alza progressivamente, fino al punto di svolta, sulla destra in direzione nord. Direi che è abbastanza difficile non vederlo…



Dalla segnalata deviazione, la pista si fa decisamente più stretta, meno evidente e più sabbiosa. Ma sono solo 900 metri, per cui lo sforzo è limitato.

Ong Jmal, è stata una delle location di Guerre Stellari e letteralmente vuol dire “collo di cammello”. In pratica è un cocuzzolo dalla forma un po’ inusuale, anche se io francamente non ho visto forme allegoriche.



In giro non si vedono moto. Solo molte jeep che portano i turisti in escursione. C’è anche un bar e qualche chiosco di souvenir.





Una ragazza, dopo avermi chiesto una foto accanto alla moto, si mette a fare ioga. Certe cose non le capisco. Mah…



Il terzo tratto di 7 km ci porterà finalmente a Mos Espa. Decidiamo di non tornare sulla pista principale (dove c’era il cartello di deviazione), ma di proseguire a nord del cordone montuoso di Ong Jmal e di rientrare sulla pista a ovest più avanti. I piloti delle jeep ci avevano detto che era facile e ci siamo fidati.

Partiamo fiduciosi, ma anche preoccupati per il vento sempre in aumento e per il buio che ormai sta arrivando.

La pista però è bellissima (più di quella principale, più facile). Asseconda e cavalca alture e pinnacoli dalle forme bizzarre. In questo tratto risulta sempre compatta e facile.











Scesi dall’ultimo pinnacolo, in prossimità del punto in cui dovevamo svoltare a sinistra (sud) per riprendere la pista principale), lascio i miei compagni alle prese con le ultime foto, e scelgo di avviarmi da solo.

Non trovo il punto di deviazione, sebbene l’avessi mappato con precisione sul gps, perché il vento, aumentato sensibilmente, aveva cancellato la traccia, per il vero già poco visibile di suo.

Imprudentemente proseguo nella direzione sbagliata confidando di seguire un’altra traccia che vedevo segnata sul gps, ma classificata di grado 4 e poi di grado 5. Ora il vento è veramente forte. Non riesco a vedere praticamente nulla. E’ pure venuto buio. Accendo il faro supplementare, che aiuta, ma non risolve la situazione.

A terra le mie tracce sulla pista sono scomparse. Faccio qualche tentativo. Mi blocco. Torno indietro. La pista appena percorsa è già cancellata. Ne riprovo un’altra e un’altra ancora. Non riesco ad uscire da questo casino. Sono spaventato.

Alla fine decido, seguendo il navigatore di ripercorrere l’ultima traccia percorsa fino al punto in cui ho lasciato i miei compagni. Non c’è alcun segno di passaggio. Il deserto sembra tornato vergine. Il vento è sempre più forte. Sono nell’oscurità totale.

Faccio un respiro profondo, Cerco di calmarmi. Alla fine, dopo vari tentativi, intuisco la posizione del punto mappato per scollinare il cordone di sabbia, che non avevo visto e che non si vede tuttora. La pista non esiste più. C’è solo sabbia e vento. Apro il gas. Mi butto e ne vengo fuori. Sono sulla pista principale, ora appena evidente a causa del vento, ma decisamente più facile.

Ho imparato la prima lezione. Fondamentale. Mai lasciare il gruppo. E mai più lo farò.

Dei miei compagni nessuna traccia, anche perché non si vede una mazza. Immagino che siano sicuramente più avanti. Tra una cosa e l’altra ho perso un’ora a venirne fuori. Prendo la pista ad una velocità che mai rifarei in vita. Veramente veloce, troppo veloce. Praticamente la massima velocità che riesco a tenere, fortunatamente senza cadere. Il tachimetro segna 50 chilometri orari, per me, in queste condizioni veramente un’enormità.

Questa foto, scattata in condizioni diverse, rende l’idea della pista su cui ora sto guidando, al buio, da solo nel bel mezzo di una tempesta di sabbia.



Ogni tanto la moto sbanda, ma riesco, non so come, a tenerla. Adrenalina e botta di culo, penso. Voglio arrivare il più presto possibile a Mos Espa.

Al bivio dove inizia l’asfalto, immagino che i miei compagni siano più avanti, verso la strada che porta a Nefta dove ci attende il nostro albergo. Non immaginavo che invece fossero dentro al villaggio di Mos Espa ad aspettarmi, perché quando arrivo lì è già buio pesto.

Quindi mi fiondo in velocità sull’ultimo tratto asfaltato di 16 km. Anche qui rischiando, da stupido, perché la strada è piena di banchi di sabbia portati dal vento, dove l’aderenza va a farsi benedire. Benedetto devo esserlo perché sono riuscito a non cadere. Arrivo in hotel. Ma dei miei compagni nessuna traccia. Penso che possa essere successo qualcosa e quindi faccio dietro front, sempre a bomba.

Li ritrovo circa a metà strada. Uno di loro è caduto su un banco di sabbia e ha rotto una leva. Insieme arriviamo finalmente al Caravanserail Hotel, dove avevamo prenotato. Sono ormai le 21 e 30.

La giornata si è chiusa bene, ma è stata una lezione di vita. Veramente. Inizia a piovere…
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Massimo Adami
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