GIORNO 03 – 25 APRILE 2025
Tunisi – Gafsa (357 km in moto)
La tappa di oggi non ci ispira più di tanto, a parte Qayrawan da cui passeremo. Ci serve per portarci dove vogliamo iniziare il giro vero e proprio, e cioè in posizione comoda per la Rommel e le Oasi di Montagna.
Ci attendono 357 km di asfalto, che per noi sono tanti. L’idea era quella di partire prestino, ma Luca ha un problema di stomaco e quindi dobbiamo attendere che stia meglio perché, nelle condizioni in cui si è svegliato, non può assolutamente guidare.
I vari farmaci che gli somministriamo non sortiscono effetto, fino a quando non facciamo ricorso alla coca cola che, su di lui, funziona più di uno stura lavandini.
Bene. E’ tornato operativo e ci mettiamo in marcia, ma, tra una cosa e l’altra, sono arrivate le 11. Siamo in terrificante ritardo.
I primi 100 km sono in autostrada, su cui riusciamo a tenere i 90-100 kmh di media. Ai caselli autostradali notiamo che ci sono persone che vendono qualcosa: c’è chi offre la propria verdura, chi invece fazzoletti di carta. Ma a noi non serve nulla.
Da qui a Qayrawan ci attendono una cinquantina di chilometri su strada normale. L’asfalto è un po’ scivoloso e lucido, ma si viaggia comunque bene.
Ad un certo punto mi si stacca la visiera del casco. Sarà il primo segnale di una rottura annunciata. Lo sistemo come posso e ripartiamo.
Lungo la strada non c’è nulla di interessante, a parte le cicogne e gli asini a bordo strada. I rifiuti sono disseminati ovunque.
Samo ormai arrivati a Qayrawan. Il paesaggio fa un po’ Pianura Padana con tanto di Appennini sullo sfondo. Siamo curiosi di vedere la famosa moschea.
La tranquilla cittadina, di 140 mila abitanti, ci accoglie giusto nel momento in cui i bambini escono da scuola, proprio di fronte alla moschea.
Qayrawan è una delle città sante dell'Islam, al quarto posto dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme come luogo di pellegrinaggio. Si dice che sette visite qui equivalgano a una alla Mecca: la comodità per raggiungerla probabilmente si paga…
E’ una città santa perché, ovviamente, ha una moschea famosa. E pure bella grande, dato che copre una superficie di 9000 mq.
Già da fuori si possono intuire le dimensioni. In realtà, e sempre da fuori, sembra un castello fortificato con tanto di merli medievali, tra palme, cimiteri e cannoni.
Tutto qui è stranamente pulitissimo, complice la sacralità del luogo immagino. Ciò significa che ‘sti tunisini, se si applicano, sanno tenere pulito.
Parcheggiamo lungo le mura, il più vicino possibile all’ingresso, dove non si può arrivare in moto… ma volendo solo con il ciao.
Un vigile urbano stravaccato, ma attento, controlla che nessuno oltrepassi il cartello di divieto.
Vediamo un vecchietto che cammina lesto. Andrà a pregare, pensiamo, e così lo seguiamo confidando di trovare al primo colpo l’ingresso.
In effetti l’ingresso lo troviamo subito, ma non vogliono farci entrare perché siamo capitati, a causa del ritardo accumulato, giusto nel mezzo della pausa pranzo dei custodi.
Parte la solita sceneggiata all’italiana: siamo venuti qua apposta da l’italia per vedere SOLO questa moschea, ci teniamo tantissimo, abbiamo fatto mille mila chilometri solo per arrivare qui, e via dicendo. Alla fine, sfiniti, i custodi si arrendono e ci fanno mettere il becco dentro, a condizione però che restiamo cinque minuti e che non ce ne andiamo in giro
ad cazzum.
Riusciamo comunque a vedere la zona dedicata alla preghiera, dove in teoria non sarebbe consentito fotografare… in teoria appunto.
Vediamo anche l’immenso e stupefacente cortile dove, in orario di chiusura, evidentemente qualcuno può passare. Ma non noi.
La discussione con i custodi, anche se cordiale, deve essere stata piuttosto animata, dal momento che un tizio dall’esterno entra e si offre di farci vedere la moschea da un’altra angolazione, a suo dire migliore.
Ha un negozio di tappeti di fronte all’ingresso con un terrazzo sopraelevato che dà proprio sul cortile. Pensiamo che ci voglia rifilare qualche manufatto, ma così non è. Si è rivelato invece cordialissimo e disinteressato… anche se in effetti i tappeti, volendo, ci sarebbero stati.
Il terrazzo è in una posizione davvero imbarazzante. E siamo grati di aver avuto la possibilità di godere di questo angolo di visuale assolutamente raro e inusuale.
A nostro parere, la Grande Moschea di Qayrawan merita assolutamente una visita, magari beccando gli orari giusti. Tra l’altro è veramente antica (VII secolo) e dal 1988 è pure patrimonio Unesco.
Abbiamo già approfittato abbastanza della gentilezza di Aziz, questo il nome del tappetaio magico, ed è giunto il momento di scendere, non prima però di aver buttato un ultimo sguardo in basso, dove ritroviamo la privilegiata siura che pascolava indomita nel cortile in orario di chiusura.
Siamo affamati. Ci rimettiamo in marcia per cercare una trattoria. In giro si sentono invitanti profumini di carne alla griglia. Vediamo una mucca e pensiamo subito ad una bella bistecca, ma è un falso allarme: qualcuno l’ha parcheggiata qui senza un apparente motivo.
Ad un certo punto, un po’ più avanti, il profumo di griglia si fa veramente inteso. Abbiamo finalmente trovato una trattoria specializzata.
Talmente specializzata che, se vuoi mangiare, devi prima passare dalla macelleria di cui è dotata e sceglierti il pezzo di carne (o di pesce) che preferisci. Un omino munito di mannaia te lo taglia e poi, se vuoi, pure te lo cucini da solo.
Optiamo per delle costolette d’agnello, davvero squisite. Ma tanto proprio. E mi pare che si capisca.
Ci rimettiamo in marcia, con evidente difficoltà per la digestione in corso. La direzione, per l’unica strada esistente, è sempre sud-ovest. Attraversiamo vari paesi, più o meno grandi. Ad un certo punto un dromedario piuttosto piccoletto e magrolino cattura la nostra attenzione.
Ci rendiamo però subito conto che non sta qui per caso. E’ legato davanti a un macello in attesa del suo turno, come chiaramente si capisce dalla pelliccia del suo predecessore stesa ad asciugare.
Ci scuseranno animalisti e vegetariani se urtiamo la loro sensibilità, ma stiamo solo raccontando quel che abbiamo visto e, per dovere di cronaca, cerchiamo di non omettere nulla. Solo così possiamo provare a raccontare questo paese. E, se qui mangiano i dromedari, noi non siamo nessuno per dir loro che non si dovrebbe fare.
Il dromedario, pacifico o rassegnato, si lascia fotografare da distanza ravvicinata. E’ un animale, per certi versi, buffo: visto frontalmente ricorda un po’ il bradipo Sid del cartone animato
“L’Era glaciale”.
Salutiamo il nostro amico e ripartiamo perché ci mancano ancora duecento chilometri alla meta e rischiamo di arrivare lunghi.
La strada verso Gafsa scorre diritta con scarso traffico. Ogni tanto incontriamo qualche camioncino carico di pecore e qualche bambino che vende datteri. Non mancano camion carichi di paglia e pastori che ricambiano i saluti. Stiamo attraversando una zona prettamente agricola e pianeggiante senza, come detto, particolari attrattive paesaggistiche.
Il cielo è stupendo, punteggiato da nuvole piccole e fitte, che regalano una luce fotograficamente perfetta. In lontananza incominciano ad intravvedersi le prime elevazioni montuose, sulle quali gireremo domani. Qui il paesaggio ci piace.
E’ ormai arrivata la sera. La luce radente del sole al tramonto disegna le nostre ombre e il cielo si colora. E’ tardi ma ce l’abbiamo fatta: siamo quasi arrivati.
Entriamo a
Gafsa che sono le otto di sera. Subito becchiamo il nostro hotel, il
Gafsa Palace… e come non vederlo? E’ mostruosamente grande, praticamente il può grande edificio della cittadina.
Velatamente opulento all’interno, ci ospiterà per la notte e ci sfamerà adeguatamente.
Personalmente non amiamo strutture di tal risma, ma questo c’è e questo ci tocca. Per il resto la cittadina di Gafsa non è per nulla attraente. E’ soltanto comoda per iniziare la giornata di domani, da dove partirà il giro vero e proprio. Non vediamo l’ora.