GIORNO 01 – 14 AGOSTO 2023
Ulan Bator - Khogo Khan (285 km in moto)
Ce la prendiamo comoda e alle 10:00 siamo pronti a partire. Appena usciti dall’albergo entriamo nel traffico di Ulan Bator ancora una volta. Fermi in colonna incontriamo una Suzuki V-Strom 1050 XT con targa italiana. Il tempo di due parole mentre il semaforo è rosso. Scopriremo poi che si trattava di Daniele Infante arrivato in solitaria in Mongolia dopo un lungo viaggio.
Armati di santa, anzi santissima pazienza, riusciamo a lasciare la capitale in direzione ovest per l’unica strada asfaltata che scorre diritta tra le colline appuntite e verdissime. La guida sarebbe abbastanza noiosa e rilassata, se non fosse per le buche sulla strada che ci tengono belli svegli e reattivi.
Ce ne sono sparse un po’ random e alcune sono talmente profonde che è meglio non finirci dentro. Le motorette trotterellanti vanno una meraviglia, si fa per dire.
Intravvediamo i primi cavalli che fanno il bagno in una pozza poco distante.
Poi il paesaggio ci ricorda gli sfondi di Windows.
Ai margini della strada un pippolotto di stracci colorati attira la nostra attenzione, anche per la statua di una vecchia gobba che sorge li vicino, ma non capiamo cosa sia perché le scritte sono solo in mongolo.
Dopo un paio d’ore ci fermiamo nel villaggio di
Lùn, giusto in tempo per ripararci da un violentissimo temporale che già da un po’ vediamo avvicinarsi. Facciamo benzina e cerchiamo ristoro al
Am Tsangav Restaurant. Dentro non c’è nessuno e il menu in mongolo dobbiamo tradurlo per capire le prelibatezze che ci attendono.
Il villaggio altro non è che una serie di baracche di legno dentro recinti. Un paio di ristoranti poco invitanti e nient’altro. Ma è praticamente il primo centro abitato di una certa consistenza da quando siamo partiti: abbiamo fatto 130 km e questo ci fa capire subito che aria tira in termini di densità di popolazione.
Smette di piovere. Ripartiamo sempre su asfalto
Dopo un’ottantina di chilometri ci fermiamo nei pressi di
Ėrdėnėsant, un altro villaggio di catapecchie in mezzo al nulla, attratti dalla puzza di tre porchi che rovistavano tra i rifiuti di un bar chiuso.
E’ uscito il sole e manca poco per mettere finalmente le ruote sulla terra. Infatti poco distante inizia lo sterro che ci porterà ad un campo tendato nei pressi di alcune formazioni rocciose tondeggianti. La pista scorre sabbiosa tra i cespugli, qualche pozza di fango e niente più.
Decido di sperimentare la Insta360 montata sull’asta accrocchiata al telaio della moto. Parto a paletta su dossi e buche e, in men che non si dica, spacco l’asta e perdo la telecamera.
Fortunatamente la ritroviamo intatta perché è stata sbalzata sulla sabbia, ma l’asta è irrecuperabile. Studieremo qualche soluzione alternativa. Inizio proprio alla grande, direi.
Arriviamo in breve al
Khugnu Khan Mountain Camp, che si estende alla base delle rocce. Il cielo è limpido e tra poco il sole scenderà dietro le montagne.
Qui impariamo subito che il prezzo fisso non esiste, ma viene fatto a seconda dell’estro del momento o della nazionalità del viaggiatore. Un ceffo che parla mongolo, ci manda da una tizia, la quale ci dirotta su un altro personaggio che infine ci fa parlare con la capoccia. Con lei combiniamo il prezzo (circa 35 euro per la mezza pensione) e ci facciamo indicare la tenda assegnataci.
L’operazione sarebbe elementare se solo l’addetta sapesse contare, ma non è così: la boss aveva detto “number 7”, ma finiamo alla number 9 e poi alla number 11. Ad ogni numero sbagliato l’addetta tornava dalla boss e si faceva ripetere il numero…. dai e dai alla fine arriviamo alla tenda giusta.
I bagni sono puliti e questo è già un buon inizio, l’acqua poco più che tiepida. Abbiamo poco tempo perché alle 20 si cena così così in una bella sala di legno.
Andiamo a dormire, come si dice, sotto una coperta di stelle.
Siamo davvero in un bel posto e siamo felici.
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