PROLOGO – 13 AGOSTO 2023
Ulan Bator – Ulan Bator (157 km in moto)
Le motorette bisogna per forza provarle prima di immergersi nelle steppe mongole. E questo, non tanto per prendere confidenza con i mezzi, che sono di per sé confidenziali data la loro elementare semplicità, ma per cercare di capire se hanno rogne nascoste pronte ad emergere vigliaccamente.
Ad est di Ulan Bator, ci sono alcune attrazioni che combinate insieme uniscono l’utile al dilettevole, nel senso che il test drive ci porterà a vedere una zona turistica (troppo per i miei gusti) abbastanza vicina alla capitale.
Partiamo con comodo e, districandoci nel traffico di questa città assurda, cerchiamo di uscirne in direzione est.
Qui è tutto asfalto e credo che una parte sia addirittura autostrada. Il traffico è palpabile, ma niente a che vedere con quello del centro. Insomma si viaggia, intendiamoci, non a chissà quale velocità, perché i motorini qua si trovano a loro agio intorno ai 50 km/h. Oltre, il pistone ti esce dal serbatoio e si incastra nei denti.
Siamo diretti alla
statua equestre di Gengis Khan (all’anagrafe Temüjin Borjigin), il monumento simbolo del Paese, dedicato al grande condottiero (nonché imperatore) che l’ha fondato nel XII secolo, unificando a suon di mazzate le disorganizzate tribù mongole e turche.
Si trattava di un impero di mastodontiche dimensioni (si dice il più vasto impero terrestre della storia umana)
che arrivò a comprendere, con i suoi successori, la maggior parte dell'Asia centrale, l'intera Cina, la Russia, la Persia, il Medio Oriente e parte dell'Europa orientale. Una roba grossa, insomma, molto grossa.
Gengis Khan e il suo impero hanno sempre avuto una temibile reputazione: le sue conquiste vengono descritte come distruzioni su larga scala senza precedenti, che causarono immensi cali demografici a causa di stermini di massa e carestie. Insomma non andava certo per il sottile.
La pacchia tuttavia durò poco tempo, perché l’impero venne poi suddiviso in quattro parti e, in una di queste, il successore di Gengis Khan, fondò la dinastia Yuan e diede spazio alla epopea cinese.
Ma torniamo al monumento equestre, interamente in acciaio, che rappresenta Gengis Khan a cavallo. Beh, l’impatto è davvero notevole, anche se, arrivando, lo si intravede proprio all’ultimo: la statua è alta 30 metri e poggia su un basamento circolare alto 10 metri, per cui l'altezza totale del monumento è di 40 metri. Attualmente è la stata equestre più alta del mondo, e lo sarà fino a quando non sarà ultimata quella, a Mumbai, dedicata a Shiv Smarak, che dovrebbe raggiungere i 212 metri di altezza.
Pargheggiamo e a piedi ci dirigiamo alla base del complesso. Per pochi spiccioli possiamo prendere in mano aquile al guinzaglio, ma ne vedremo a decine, libere, lungo il percorso per cui non ci facciamo tentare.
Entriamo nel basamento. Alberto si fa subito catturare da una guida mongola, che gli spara un pistolotto infinito di cui ignoro il contenuto, mentre io gironzolo incuriosito.
Un gruppo folk suona e balla. Le donne possono vestirsi con i costumi tradizionali e si fanno immortalare in pose scenografiche.
Per il resto non c’è altro da vedere, per cui decidiamo di salire dentro la statua, che è cava.
Sbucchiamo sulla testa del cavallo e da lì possiamo ammirare frontalmente e a distanza ravvicinata il bel faccione del simpatico Gengis. Diciamo che la statua è un must have e non si può proprio saltare in un viaggio in Mongolia, dato che dista solo 50 km dalla capitale.
Torniamo sui nostri passi fino alla devizione per il
Parco Nazionale di Gorkhi-Terelj, bello per carità, ma troppo inflazionato turisticamente. Qui infatti hanno costruito resort di lusso con tende gher di lusso, senza il benché minimo criterio e soprattutto senza pesare bene l’impatto ambientale.
Il paesaggio è peraltro attraente e soprattutto verdissimo. La zona è prevalentemente montuosa. La prima tappa è la famosa statua della tartaruga (
Turtle Rock), un monolite di granito alto 24 metri che ricorda vagamente l’animale.
Giusto il tempo di una foto e arriviamo, dopo una mulattiera dissestata, al cospetto dell’
Aryapala Temple Meditation Center, un tempio buddista appollaiato alla testata di una valletta secondaria. Così, a pelle, non ci sembra così meritevole da raggiungere, anche perché dovremmo sciropparci una lunga scalinata tra i prati. Così ci accontentiamo, da pigri, di guardarlo da lontano.
Proseguiamo verso nord fino al centro turistico principale del parco dove il Terelj Luxury Hotel occupa tutto lo spazio. Inizia lo sterro che ci consentirà di rientrare ad Ulan Bator con un giro ad anello. Abbiamo la netta impressione che questa parte del nostro itinerario sia sconosciuta alla massa dei turisti, perché non c’è proprio nessuno in giro. Eppure il paesaggio è davvero autentico e puro. Qui ci sentiamo finalmente in Mongolia e non al luna park.
Le piste salgono e scendono tra le montagne isolate. Non riusciamo ad immaginare lo sviluppo del percoso che dunque si rivela una sorpresa ad ogni curva o salita. Un paio di villaggi defilati, fatti di casette di legno, sono gli unici segni della presenza umana. Eppure siamo ad una manciata di chilometri dal caos della capitale dove la gente vive ammassata in scatolotti di cemento di venti piani.
Insomma ci è piaciuta molto questa parte finale dell’itinerario e la consigliamo senza riserve.
Torniamo nel tardo pomeriggio a Ulan Bator. Stasera ci attende una cena sperimentale al
The Bull Hot Pot Restaurant, che sta al quinto piano di un grattacielo di cristallo. Veniamo fatti accomodare ad un tavolo in similpolicarbonato trasparente con incorporate zone a induzione invisibili. E’ tutto touch. Si scelgono le zuppe, si fanno bollire direttamente sul tavolo e ci si infila dentro delle specie di spaghetti fatti di non so cosa assieme a dei rotoli di affettato (tipo prosciuto crudo) congelati che, con il calore, si rattrappiscono. Il tutto da afferrare con stramaledette bacchette di legno, che odio. Mah… procedimento mai sperimentato e di dubbia soddisfazione. Abbiamo comunque riempito la panza.
Test drive direi superato. Dai che domani si comincia…
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