PROLOGO – 11 AGOSTO 2023
Verona – da qualche parte nel cielo cinese (zero km in moto)
La data della partenza programmata è arrivata. Tutta la giornata è dedicata al lungo trasferimento aereo.
Tutto il mio bagaglio è costituito da un borsone stagno da 90 litri giallo fastidio (lo lascerò in hotel e girerò poi con una sacca stagna da 35 litri fissata al portapacchi) e da una borsa da serbatoio (come bagaglio a mano) per le cose di pronto uso e soprattutto per l’attrezzatura tecnica (caricabatterie, macchina fotografica e telecamera).
La faccio breve, perché tanto non c’è nulla di significativo da raccontare: sveglia alle 4:30 del mattino; treno da Verona a Mestre, dove arriverà allo stesso orario anche Alberto, sempre in treno da Udine; bus navetta fino all’aeroporto Marco Polo di Venezia; solite pratiche per check-in e imbarco su volo Turkish Airlines fino a Istanbul, dove arriviamo puntuali in un paio d’ore.
Qui dobbiamo attendere cinque ore per imbarcarci sulla seconda tratta fino a Ulan Bator, sempre con Turkish Airlines. L’aeroporto della capitale turca dista 50 km dalla città ed è davvero immenso (mi sentirei di paragonarlo a quello di Francoforte). In questo periodo di dispetti reciproci tra l’Europa e la Russia, Istanbul è diventata l’unico crocevia per le destinazioni verso oriente ed è assolutamente all’altezza di reggere l’intenso traffico aereo. Da qui passa praticamente il 100% dei voli per questa parte del mondo, e non solo. Bravi ‘sti turchi: efficienti e organizzatissimi!
Il volo per Ulan Bator parte quasi puntuale, ma il viaggio è davvero lungo e palloso. A mezzanotte voliamo nel cielo cinese dormendo o guardando film.
Gli aeromobili sono confortevoli (nulla a che vedere con le scatolette usate da Ryanair). Offrono più pasti durante il viaggio (quello con la pasta è buonissimo) e da bere a volontà (anche vino in bottiglia). Ogni posto ha a disposizione uno schermo interattivo con contenuti multimediali di vario tipo. Le cuffie e la coperta sono compresi.
Buonanotte…
PROLOGO – 12 AGOSTO 2023
Da qualche parte nel cielo cinese – Ulan Bator (20 km in moto)
Atterriamo a Ulan Bator alle 7:30 del mattino (ora locale) e velocemente siamo fuori dall’aeroporto, con bagagli, manco a dirlo, al seguito.
L’aeroporto internazionale non poteva che chiamarsi Chinggis Khaan International Airport ovviamente.
Ne esiste un altro più piccolo, ma credo che serva solo i domestic flights. Lo scalo internazionale è comunque piccoletto (ha appena sei gates) e guardando i tabelloni il traffico è davvero scarsino.
Cerchiamo un taxi ufficiale per raggiungere l’albergo, che però non troviamo. Ci si avvicina un ceffo abusivo e dopo una trattativa fatta a gesti, combiniamo per 25 euro, poco più del taxi vero.
Deve fare 50 km (tanto dista l’aeroporto dalla capitale) e ci impiegherà quasi due ore a causa del traffico perennemente congestionato oltre ogni immaginazione.
Francamente non sono riuscito a capire come, con tutto lo spazio libero a disposizione (e quando dico libero intendo proprio vuoto), non abbiano pensato, ‘sti mongoli, di avvicinarsi alla città. Ma tant’è… Lungo la strada il tipico paesaggio mongolo, fatto di colline verdissime e appuntite, ci accompagna da ambo i lati. Poi entriamo nella capitale e lì la musica cambia decisamente.
Devo dire che ci sono numerose arterie ad alto scorrimento, ma solo
teorico, perché la moltitudine di auto è davvero spaventosa, per cui tutti sono sempre quasi fermi. Penso a coloro che lavorano e devono attraversare la città da parte a parte una volta al giorno, i quali devono mettere in conto almeno - e dico almeno - quattro ore imbottigliati nel traffico.
La delirante musica di clacson è praticamente ininterrotta dalle sette del mattino all’una di notte, tutti i sacrosanti giorni, festività comprese.
Potete immaginare che le ambulanze non passano perché la gente occupa pure le corsie riservate. Per gli autobus è la stessa cosa. Inoltre aggiungeteci pure il fatto che
la precedenza non esiste: te la prendi. Pertanto vedi auto che, ferme al semaforo con quattro corsie per senso di marcia, ovviamente nella corsia più a destra, a prescindere che sia rosso o verde, svoltano a sinistra o, peggio ancora, fanno inversione a U, bloccando tutto e tutti. Ma ho visto anche di peggio e questa è la regola.
Insomma un gran casino e il primo impatto non è dei più incoraggianti.
Ah… quasi dimenticavo: si guida a destra, ma la maggior parte delle macchine ha la guida a destra. Questo perché circolano quasi totalmente auto di seconda mano giapponesi, in testa a tutte Toyota Prius ibride di prima generazione. Moto e motorini quasi inesistenti.
Arriviamo in albergo verso le 10:00 del mattino. Siamo un po’ cotti perché è da più di 24 ore che siamo in ballo. Inoltre siamo anche un po’ storditi dal fuso orario (che qui è di sei ore in avanti rispetto all’Italia).
Abbiamo scelto il
Millenium Plaza, che si trova a circa un chilometro e mezzo dalla piazza principale della città e che occupa alcuni dei 15 piani di questo edificio di cristallo.
Sulla carta sarebbe a quattro stelle, ma abbiamo imparato a toglierne una (anche abbondante) per parametrarlo agli standard europei. La camera doppia con letti separati ci costa 95 euro compresa la prima colazione, ma il check-in prima delle 14:00 costa il 30% in più del prezzo della camera. Non se ne parla.
Facciamo allora un giro a piedi di ambientazione e tentiamo di mettere sotto i denti qualcosa di commestibile: finiamo al
Red Restaurant, una sottospecie di pub, in stile pseudo-british adattato al mongolo, con camerieri svogliati, all’interno di un supermercato. Spendiamo pochi euro e mangiamo decentemente.
All’una, presi da pietà, ci danno la camera in anticipo senza maggiorazioni. Ci sistemiamo e scendiamo per organizzare il ritiro delle moto.
Lo spacciatore di moto (a quanto ne sappiamo forse l’unico, e sicuramente il più affidabile) ha pensato bene di stabilire la sua sede in un recinto di legno a 20 km a ovest dalla città, sebbene tutti i suoi clienti arrivino e si sistemino in città. Il posto è talmente imbucato che le signorine alla reception dell’albergo, le quali ci hanno gentilmente chiamato un taxi, manco sapevano dove dovevano farci portare.
Con l’ausilio dell’indirizzo scritto in mongolo e google maps il taxista ha intuito la direzione e ci ha caricati senza proferire parola. Taxi ufficiale ‘sto giro, con tanto di tassametro su app del cellulare. Per vie secondarie e alternative ci porta in zona, ma in prossimità dell’arrivo ha dovuto chiamare più volte il noleggiatore per farsi spiegare il punto esatto: alla fine spendiamo 7 euro per un’ora e mezza di taxi: onesto!
Entriamo dubbiosi nel recinto e lì troviamo due Shineray Mustang 150 nuove di pacca ad aspettarci. No, scherzo, nuove fiammanti un par di palle.
Alberto le prova e si mostra cautamente entusiasta, o meglio realisticamente rassegnato. Sì, perché le moto funzionano, ma la maggior parte delle dotazioni non funziona: contachilometri, tachimetro, contagiri, spie varie sono completamente morte. Ma è normale, ci dicono, e assolutamente irrilevante. In effetti quel che importa sono i freni, naturalmente a tamburo (che non frenano) e le sospensioni (fatte da due molle e da ammortizzatori minuscoli come quelli dei portelloni delle macchine) praticamente inesistenti. Il motore però si accende e questa è l’unica cosa veramente necessaria.
Entriamo in una yurta dove compiliamo il contratto, versiamo il prezzo del noleggio (13 euro al giorno) e il deposito cauzionale (600 euro, pari al prezzo di acquisto del nuovo). La tizia che gestisce tutta la faccenda ci consegna le carte di circolazione e fine del discorso. Le moto non sono assicurate ed è già tanto che abbiano la targa, perché non è detto.
Come sempre accade in questi casi si parte schizzinosi, ma alla fine del viaggio, se non succedono disgrazie, ci si affezione a ‘sti mezzi da due lire perché, se non si spaccano, sono veramente lo strumento giusto per girare da queste parti.
In effetti, dato che la maggior parte di quel che c’è è già rotto,
resta gran poco da rompere.
Inutile pretendere di fare i fenomeni su giesse da 300 kg: se non sei un manico non ci fai veramente niente, oppure triboli all’inverosimile: ci vuole una moto bassa e leggera, anche se spompa. Fine del discorso.
Rientriamo trotterellanti all’albergo impiegando il tempo che serve. Ci rendiamo subito conto che la mia motoretta va meglio di quella di Alberto, nel senso che lui arriva, nel chilometro lanciato, ai settanta, mentre io sfioro i novanta. Per il resto sono due autentici catenacci cinesi fatti di pongo e, se te la regalano, ti fanno un dispetto.
In albergo allestiamo i motorini con prese di bordo supplementari, borse da serbatoio e supporto GPS. Quest’ultimo trova posto in posizione ben visibile e soprattutto ben protetta, attaccato sul portapacchi anteriore. Utilizzo Garmin GPSMAP 67, che si è rivelato un eccellente strumento, robusto e affidabile, ma soprattutto con lunga autonomia (rispetto alla versione precedente, monta batterie al litio non sostituibili, che assicurano due intere giornate in moto senza alimentazione).
Poi in serata scegliamo di cenare nel ristorante primo in classifica su Tripadvisor, che tuttavia propone cucina indiana. Siamo messi bene se la gastronomia mongola top di gamma non è mongola.
Hazara il suo nome. Ceniamo indiano meglio che in india, ma non ci tornerei.
Dopo cena facciamo un giro in centro per vedere le luminarie. La città resta indecifrabile, ma Gengis Kahn paffuto controlla tutto dalla sua comoda poltrona.
Domani inizia il test drive preparatorio al giro vero e proprio. Ci addormentiamo con vista panoramica sulla città.
Staremo a vedere…
SE LE IMMAGINI NON SI VEDONO SU TAPATALK, SCEGLIERE LA VISUALIZZAZIONE WEB DA APP