4.4 Samsun - Batumi
DAY 2 - 03 giungo 2019Km percorsi: 2454
Km tappa: 525
Svegliati di buon'ora (ma che c’è di buono a svegliarsi alle 06:00 del mattino? prima o poi qualcuno me lo dovrà spiegare), prepariamo le borse, ci vestiamo e scendiamo in sala da pranzo in cui la figlia della proprietaria aveva preparato una colazione strabiliante. Un tripudio di vassoi pieni di cibo dolce e salato, piatti della cucina turca, tedesca e di quella internazionale, e finalmente frutta fresca: Una soddisfazione per chi alla mattina deve mangiare il proprio pasto principale.
Dopo la bella colazione abbondante ci armiamo e scendiamo in garage per caricare le moto. Quando pronti con non pochi patemi affrontiamo la salita del garage e uno dopo l’altro riusciamo a metterci in fila all’ombra pronti a partire. Caricato la traccia GPS partiamo alla volta del confine georgiano.

Lavaggio vetri in piena sicurezza
La superstrada costeggia il Mar Nero e scorre veloce senza particolare traffico, testimoniando l’eccezionalità di quello trovato il giorno prima. A Trebisonda arrivammo verso mezzogiorno dopo 330 km sui 540 da piano di viaggio. Lasciata la superstrada per le strade urbane, il traffico caotico delle città turche è un must; se non ci fosse significa che qualcosa di strano è successo. Ma ci abitua a tutto, e questo traffico ha reso un po’ complicato arrivare alla fortezza e da lì raggiungere il cuore pedonale della città. Riusciamo comunque a parcheggiare le moto in moto scenico vicino a İskenderpaşa Cami e da lì fare un giro per quello che rimane dell’antica città strategica.
Non c’è invece traccia di monumenti o targhe commemorative dei due eventi nefasti che sono successi nel recente passato: Negli anni dieci e venti del XX secolo fu teatro della tragica sorte delle popolazioni cristiane della zona, fu una delle città più colpite durante il genocidio armeno perpetrato dai turchi ai danni della popolazione armena e uno dei porti per il grande esodo della popolazione greca del Ponto durante la cosiddetta catastrofe dell'Asia Minore.
Lasciata Trebisonda ci siamo diretti verso Hopa e da lì dritti a Sarpi dove ci aspetta la frontiera.
Arrivammo, ci guardammo negli occhi e senza dir nulla capimmo che nessuno di noi aveva mai visto una coda simile. A 20 km dalla frontiera di Sarpi inizia un serpente metallico di TIR che arriva fino al border turco. Il nastro d’asfalto, che si snoda sulla costa rocciosa, è una superstrada a due corsie per senso di marcia; e noi, stando su quella di sinistra, superiamo questa fila interminabile e non possiamo rimanere indifferenti davanti a questi camionisti che, a bordo strada, fraternizzano e condividono quello che hanno con i loro compagni di sventura. Sono turchi, russi, georgiani, ucraini, kazaki, turkmeni, uzbeki e addirittura un ceco, un mix di etnie, culture, religioni e idee che sono lì assieme e vivono tutti uguali ai nostri occhi, a bordo strada, anche dentro le gallerie non fa differenza.
Al nostro arrivo alla frontiera turca le nostre passeggere devono scendere dalle moto; loro devono procedere in una fila separata. Proviamo a discutere, ma non c’è verso, il doganiere scandisce chiare le parole: “drivers only”.
Le nostre signore procedono divise da noi in un edificio alla nostra sinistra, mentre noi guidatori procediamo verso i meticolosi controlli di documenti e mezzi. Superiamo la barriera turca e anche se la procedura è lenta ce la sbrighiamo in un’oretta. Appena arriviamo alla barriera georgiana la faccenda si preannuncia tosta: cofani e bauli aperti, in un’ora e mezza passano solo due auto. Il nostro entusiasmo inizia a calare soprattutto perchè anche il pomeriggio volge in sera e non abbiamo notizie delle nostre passeggere. Mentre ero perso nei miei pensieri, sento i miei compagni di viaggio scherzare con un poliziotto di frontiera e vengo come svegliato. Fortuna vuole che gli italiani gli facessero simpatia al punto da farci saltare una fila di circa 20 veicoli, salvandoci da molte ore d’attesa.
Quando usciamo dalla barriera le nostre compagne sono lì, in mezzo ad una moltitudine di persone diverse e chiassose; è chiaro che lì la Turchia è finita davvero e siamo finalmente arrivati in Georgia. In quella bolgia di genti venute da ogni dove, riusciamo a cambiare due soldi, stipulare l’assicurazione obbligatoria e partire verso Batumi, la Las Vegas del Mar Nero in terra di Colchide.
Arriviamo in hotel e andiamo a passeggio per Batumi in cerca di un ristorante. Batumi non è la Georgia, è un qualcosa di unico nel bene e nel male.
Fino qui, tutto bene... e domani prima tappa georgiana vera!!!!